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La strategia convergente dei Mattei

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/02/2020

La strategia convergente dei Mattei La strategia convergente dei Mattei La Stampa
La Stampa, in un'analisi non firmata per via di una protesta dei suoi giornalisti, si concentra sulle voci di un accordo segreto tra Renzi e Salvini per far cadere il governo Conte. “Ieri Salvini ha lasciato intendere che se qualcuno volesse dar vita a un governo che faccia lo stretto indispensabile per poi tornare alle urne, beh, quel qualcuno si faccia avanti. Tradotto nel linguaggio di ogni giorno, Salvini sembrerebbe disposto a concordare qualche mese di cessate il fuoco in cambio di uno sbocco elettorale ragionevolmente ravvicinato. Per quanto piccola, l’apertura non può essere trascurata. Il 29 marzo prossimo si terrà il referendum sul taglio dei parlamentari. Dopodiché dovranno trascorrere 15 giorni di «vacatio legis» e poi altri due mesi per consentire al governo di ridisegnare i collegi sulla base di 600 seggi anziché 945. A quel punto saremo arrivati a metà giugno. Impossibili nuove elezioni prima di fine settembre. Salvini ne è perfettamente consapevole. Per cui non gli costa nulla «concedere» un rinvio elettorale che è comunque ineluttabile. Semmai cerca di trarne il massimo vantaggio tendendo la mano a due potenziali interlocutori. Il primo è l’altro Matteo. Giusto ieri, Renzi ha sostenuto che se Conte dovesse cadere non si tornerebbe alle urne, ma nascerebbe un diverso governo con un altro premier. Perché Renzi sogna una crisi di governo senza il rischio di doversi contare nelle urne. L’altro interlocutore è Mattarella. Se il governo dovesse cadere a breve, il Capo dello Stato sarebbe costretto a muoversi in un ginepraio politico-procedurale. Faticherebbe a trovare un’altra maggioranza, e tuttavia non potrebbe sciogliere le Camere prima dell’estate. A lui Salvini sembra mandare il seguente messaggio: in cambio di una data certa delle elezioni, la Lega sarebbe disposta a collaborare”.
 
Massimo Giannini, Repubblica
“Si sono fermati anche stavolta”. Su Repubblica Massimo Giannini commenta negativamente il mancato via libera alla correzione dei decreti sicurezza. “Si rinvia ancora una volta – spiega Giannini - quello che dovrebbe essere il primo vero atto fondativo di una coalizione altrimenti irrisolta. Qualunque governo serio, non dominato dai miasmi del rancore sociale e dai fantasmi dell’intolleranza razziale, quei decreti li avrebbe cancellati in un minuto e con un tratto di penna. Invece, i due totem dell’Era Papeete restano lì, intatti. I decreti Salvini sono eticamente patogeni e tecnicamente criminogeni. La supermulta fino a 1 milione alle navi non governative che violano il divieto di ingresso nelle acque territoriali e la confisca delle imbarcazioni tradiscono solo un’intenzione punitiva e persecutoria nei confronti delle Ong, screditate dal punto di vista morale e bastonate dal punto di vista penale. L’abolizione dei permessi umanitari e la smobilitazione degli Sprar gestiti dai Comuni producono solo più clandestinità e più illegalità. Ma per quanto perversa e cinica, nei due decreti Salvini c’è una logica: la «difesa dei confini della Patria». Una paccottiglia ideologica propria del nuovo populismo, che su un problema reale e complesso (la società multi-etnica, la gestione dei flussi migratori, le disuguaglianze) costruisce una dottrina banale e semplicistica. Il suo effetto pratico è nullo. Ma il suo impatto psicopolitico è altissimo, perché investe sul bisogno di protezione percepita dei singoli e della collettività. In questo modo questa destra ha cementato il consenso. Lo ha fatto quand’era maggioranza, continua a farlo oggi che è all’opposizione. Ma proprio per questo per il governo giallo-rosso resta fondamentale la discontinuità, la rottura. Proprio a partire dalle fondamenta ‘etiche’ sulle quali Salvini ha edificato una sua egemonia nel Paese”.
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Per l’Europa la conferma di Trump sarebbe preoccupante, però la candidatura di Sanders sarebbe debole, mentre Bloomberg potrebbe riaffermare la leadership a stelle e strisce. Angelo Panebianco legge così, sul Corriere della Sera, le elezioni presidenziali Usa che si terranno a novembre. “Prendiamo il caso di un europeo che non sia un simpatizzante di Putin, che non desideri sfasciare Nato e Ue – ipotizza Panebianco -. Un tale europeo non dovrebbe sperare nella riconferma del nazionalista Trump, con i suoi dazi commerciali contro l’Europa «nemica». Ma non dovrebbe nemmeno tifare per la conquista della nomination democratica da parte del socialista Bernie Sanders. Non solo perché questi non avrebbe nessuna probabilità di vincere. Ma anche perché gli effetti sugli equilibri internazionali sarebbero pessimi. La medicina di Sanders contro le disuguaglianze interne consisterebbe in dosi massicce di statalismo che frenerebbero l’economia Usa con conseguenze negative anche per noi. Inoltre, la sua politica estera, improntata alla passività, lascerebbe il mondo in balia di tanti squali assetati di sangue. Agli europei, insomma, conviene che vinca un «centrista», uno che metta da parte il nazionalismo trumpiano e riprenda, sia pure con gli adattamenti che le nuove circostanze richiedono, quel cammino internazionalista che l’America imboccò dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Forse è vero che le residue speranze dei democratici di battere Trump sono legate a Michael Bloomberg. A differenza di Trump, Bloomberg riaffermerebbe, presumibilmente, la leadership americana ridando vigore alle tradizionali alleanze. Nell’era Trump i problemi delle democrazie europee si sono aggravati, il declino della leadership americana da lui accelerato ha favorito la crescita di movimenti sovranisti, con le loro tentazioni autoritarie e le nostalgie per il piccolo mondo antico, socialmente ed economicamente chiuso. Con Bloomberg il gioco cambierebbe. O, almeno, così sperano coloro che hanno a cuore le sorti della società aperta”.
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