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Così l'università muore

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 17/02/2020

Così l'università muore Così l'università muore Antonio Scurati, Corriere della Sera
Antonio Scurati, scrittore e docente universitario, lancia un grido d’allarme sullo stato di crisi dell’università: una delle istituzioni cruciali per il futuro della nazione italiana – scrive sul Corriere della Sera –, della quale, però, sembra non importare a nessuno. Ebbene – continua Scurati – se il futuro del nostro Paese ancora vi sta a cuore, sappiate che secondo molti professori l’università italiana sta morendo (secondo altri sarebbe già morta). Non sto esagerando. Proprio oggi viene pubblicato in rete (www.roars.it) un documento sottoscritto da più di duecento professori universitari dal titolo esplicito: «Disintossichiamoci». È un documento drammatico. Descrive l’università italiana odierna come un territorio gravemente contaminato da un incidente nucleare, una landa desolata, popolato di animali morenti. Secondo gli estensori del documento, infatti, il mutamento catastrofico che si è abbattuto sull’università negli ultimi decenni —un veleno sottile, una catastrofe al rallentatore — avrebbe sortito l’effetto non soltanto di devastarne il paesaggio istituzionale ma anche quello di desertificare gli animi delle donne e degli uomini che ci lavorano. Una distruzione terribile e paradossale: nella cosiddetta «società della conoscenza» — quella in cui il sapere assume un ruolo fondamentale per la vita sociale—condannata a morte lenta è proprio l’istituzione dedicata alle cose della conoscenza. Che cosa accade? Chi o che cosa sta uccidendo l’università? Due sarebbero i principali responsabili: la burocratizzazione ipertrofica e il correlato asservimento di ricerca e insegnamento a sedicenti logiche di mercato. Il perno su cui ruota questo movimento a tenaglia di strangolamento dell’università è il mito soffocante e ossessivo della «valutazione». Ma tutti noi docenti siamo pienamente consci del fatto che questo presunto sistema di valutazione oggettivo della conoscenza prodotta e di quella trasmessa è una colossale menzogna.
 
Tito Boeri, la Repubblica
Le banche italiane – scrive Tito Boeri su Repubblica – siedono su di una montagna di liquidità, che non sanno più come impiegare. Per attrarre domande di mutui per l’acquisto di una casa si fanno una concorrenza spietata, concedendo prestiti a tassi sempre più vicini allo zero. Basta navigare su Internet per trovare ogni giorno nuove offerte a condizioni impensabili prima dell’entrata del nostro paese nell’Euro (dove i tassi erano abbondantemente al di sopra della soglia delle due cifre). Eppure ai giovani non è dato partecipare al banchetto. Se non hanno almeno 18 mesi continuativi di lavoro alle spalle, se non hanno un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, non riceveranno il prestito, anche se riguarda solo il 40% del valore dell’immobile che stanno acquistando. Non importa se hanno appena completato un dottorato nelle università più prestigiose, non importa se sono medici che hanno iniziato la specializzazione in un settore come la sanità dove ci sono fortissime carenze di personale. Dalla grande crisi finanziaria le banche italiane hanno giustamente adottato criteri più stringenti nell’erogazione dei mutui, ma sono diventate oltremodo selettive nei confronti della clientela più giovane. Le cose si sbloccano se il giovane può esibire la garanzia dei genitori. E qui i requisiti sono molto meno stringenti. Ma quale paese può permettersi di prestare solo a chi ha smesso di lavorare o volge al termine della sua carriera? Che futuro stiamo costruendo per tutti noi? In tutto il mondo le grandi innovazioni (quelle premiate poi coi Nobel) sono soprattutto di persone che hanno meno di 35 anni e l’imprenditorialità è più forte tra i giovani che in altre fasce di età, se non altro perché quando si è giovani si ha più tempo davanti per realizzare progetti anche molto ambiziosi. Questo stato di cose non conviene alle stesse banche.
 
Maurizio Molinari, La Stampa
Come sottolinea Maurizio Molinari sulla Stampa, Mosca guarda a Roma per un reset del dialogo con l’Europa e l’Italia accoglie il ministro degli Esteri Sergei Lavrov con una priorità in cima all’agenda: la stabilità della Libia. Se alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha tenuto banco il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, parlando di una "nuova guerra fredda" con Russia e Cina che "l’Occidente sta vincendo", Lavrov sbarca domani a Roma per un vertice bilaterale su Esteri e Difesa che ha per obiettivo un rilancio ad ampio raggio dei rapporti con l’intera Unione Europea. Mosca punta a guardare oltre il disaccordo sulle sanzioni Ue votate dopo l’annessione della Crimea nel 2014 per costruire una partnership con gli Stati europei basata sugli interessi convergenti: lotta al terrorismo, sviluppo dell’energia e stabilità nel Mediterraneo. Da qui il ruolo strategico del nostro Paese, non solo per la posizione di cerniera fra Est e Ovest ereditata dalla Guerra Fredda, ma per il fatto di essere un interlocutore indispensabile nella gestione della crisi in Libia. Proprio perché Vladimir Putin punta sulla fine della guerra civile in Libia – ripetendo l’approccio avuto alla Siria – guarda ad un dialogo privilegiato con Roma. Da qui la fiducia che Lavrov esprime nei risultati della Conferenza di Berlino ma anche l’aggiunta di un elemento di novità, sottolineato nell’intervista, ovvero "a garantire l’unità territoriale della Libia deve essere l’Onu" e non l’Unione Europea come i leader italiani, francesi e tedeschi affermano. È una maniera per chiedere all’Europa di fare un passo indietro su Tripoli per poter trovare il Cremlino come interlocutore. Saranno le prossime settimane a dire come Roma, Parigi e Berlino reagiranno a tale approccio ma è la prima volta che Mosca fa capire a Bruxelles che l’approccio alla Libia deve cambiare.
 
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