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Borrell: Italia, pensaci. La missione Sophia è un freno ai migranti

Christoph B. Schiltz, la Repubblica, 11 febbraio

Redazione InPiù 14/02/2020

Borrell: Italia, pensaci. La missione Sophia è un freno ai migranti Borrell: Italia, pensaci. La missione Sophia è un freno ai migranti A pochi giorni dal vertice dei ministri degli Esteri della Nato, l’Alto rappresentante per la Politica estera e sicurezza dell’Unione europea Josep Borrell – intervistato da Cristoph B. Schiltz sulla Repubblica dell'11 febbraio – si esprime sul nuovo ruolo degli europei nel mondo, sulla situazione in Libia e sulle minacce ai danni della Ue che provengono dal Sahel. Signor Borrell, la Ue deve impegnarsi di più in politica estera sul piano internazionale? «Siamo bravissimi nel ruolo del buon samaritano. Stanziamo enormi somme per riparare i danni causati da altri. È giusto farlo. Ma se vogliamo avere realmente un ruolo da protagonisti sul palcoscenico globale, dovremmo affrontarlo con fiducia nelle nostre capacità e impegno, senza sottrarci per timore alle nuove sfide civili e militari. Servono quindi determinazione, unità e soprattutto la volontà politica comune. Continuiamo a definirci preoccupati e non basta. Dobbiamo fare di più. Considerando comunque che la Unione europea fa già tantissimo». In che senso? «Lo sa, per esempio, che al momento la Ue ha in corso 17 missioni civili e militari che vedono la partecipazione di circa 5mila soldati e agenti di polizia europei? Svolgono un ottimo lavoro in circostanze spesso difficili. Proteggono l’Europa e sostengono, ad esempio, tramite la formazione di agenti di sicurezza, i Paesi in cui operano per renderli autonomi a lungo termine». Però a quanto pare Lei auspica un impegno maggiore. «Certamente. Le faccio un esempio: la navigazione sullo Stretto di Hormuz, una delle rotte commerciali più importanti del mondo, viene attualmente garantita dagli americani e da sette Stati membri dell’Unione europea sotto il coordinamento della Francia. A mio giudizio non dovrebbe essere solo l’intervento di una coalizione di volenterosi, ma un’operazione targata Ue di cui tutti gli Stati membri si assumano la responsabilità». E perché non è così? «Ciascuno ha i suoi motivi, ma in questo caso tutti i Paesi della Ue hanno un interesse comune: garantire la libera circolazione delle merci verso l’Europa». Anche in Germania questa iniziativa è oggetto di polemiche. «Bisogna spiegarne bene il senso e chiedere alle persone: volete davvero rinunciare al petrolio?» Alle porte dell’Europa, in Libia, c’è la guerra. I partecipanti alla conferenza di Berlino si sono impegnati a rispettare l’embargo sulle armi imposto dall’Onu. Come capo della delegazione diplomatica Ue, tre settimane fa Lei ha suggerito che il traffico di armi dirette in Libia nel Mediterraneo potrebbe essere controllato rilanciando la missione navale europea Sophia. L’Austria è fortemente contraria e anche Italia e Grecia nutrono perplessità. «Siamo impegnati al massimo a trovare una soluzione che convinca anche questi Paesi. Ma è anche chiaro che dobbiamo assolutamente impedire che le armi arrivino in Libia via terra, via aria e via mare. Il modo migliore per garantire un armistizio è bloccare l’accesso alle armi». Il cancelliere austriaco Kurz teme che l’impiego di navi statali per controllare il rispetto dell’embargo spinga sempre più migranti clandestini a partire perché certi di poter contare su più ampie prospettive di salvataggio. «Comprendo le preoccupazioni da parte dell’Austria e di altri Paesi. Ma non sono giustificate dalla realtà dei fatti. Quindi sono immotivate». Questo lo dice Lei. «No, lo dicono i numeri. Sono ingegnere, guardo i numeri. Se mi dicono che fa caldo, prendo un termometro e misuro la temperatura. Lo stesso vale in questo caso». E che cosa dicono i numeri? «Che non è vero che la missione navale Sophia attira altri migranti aumentando ulteriormente la migrazione verso l’Europa. Nel 2015 si sono registrati 140mila arrivi dalla Libia e nel 2016 il dato è cresciuto, in tutta Europa, toccando i 164mila. Nel 2017 sono scesi a 105mila e nel 2018 se ne sono registrati solo 27.400. Anche il numero dei morti nel Mediterraneo non è aumentato in conseguenza della missione navale: da 3.150 nel 2015 sono scesi a 1.300 nel 2018». A fine marzo scade il mandato dell’Operazione Sophia attiva dall’estate 2015. Da un anno a questa parte non sono state più impiegate navi in mare, ci si è limitati a formare la guardia costiera libica. Che cosa è previsto adesso? «I Paesi della Ue si stanno adoperando per mettere in piedi una nuova operazione con un nuovo mandato e compiti più ampi. Sono in corso le consultazioni. Se l’operazione manterrà il nome Sophia è di secondaria importanza. Conta invece che il mandato per la nuova missione Ue sia articolato in modo da rendere possibile la vigilanza sul rispetto dell’embargo delle armi sulle rotte aeree, terrestri e marine. Un grande quantitativo di armi varca i confini del paese soprattutto via terra. Dobbiamo sforzarci di bloccarne il passaggio». Ma come intende eliminare i timori che la presenza in mare delle navi possa incoraggiare i migranti a tentare la traversata? «Sarebbe ipotizzabile che i controlli marittimi sul rispetto dell’embargo non avvengano più, come è stato fino al marzo 21019, nel Mediterraneo centrale, lungo le rotte dei migranti, bensì più a est in direzione di Bengasi o addirittura del canale di Suez. Le armi infatti arrivano da Est». Il segretario generale della Nato, Stoltenberg, ha dichiarato la disponibilità dell’Alleanza ad assumere un ruolo maggiore nel controllo dell’embargo nei confronti della Libia. Sarebbe auspicabile? «Qualunque aiuto è benaccetto. Sarei molto lieto se la Nato fosse disponibile ad assumersi dei compiti nell’ambito dell’imposizione dell’embargo, affiancandoci». Perché la stabilità della Libia è così importante? «La crisi in Libia è un tumore che si espande a tutta la regione con metastasi anche nella zona del Sahel (Burkina-Faso, Niger, Mali, Ciad, Mauritania). Se la situazione in Libia non è tenuta sotto controllo, l’intera area del Sahel risulterà destabilizzata».Con quali conseguenze? «Sarebbe un grosso rischio per gli europei, perché nella zona sono diffuse organizzazioni terroristiche islamiche radicali. L’ulteriore instabilità politica porterebbe inoltre a una più intensa migrazione verso l’Europa». Che cosa fare nel Sahel? «La Ue indirà prossimamente una grande conferenza sul Sahel per costituire un’apposita coalizione che oltre agli Stati europei vedrà coinvolti anche Paesi della regione. I numeri parlano: le Nazioni Unite sono presenti sul territorio con 15mila soldati, i francesi con più di 5mila e la Ue con meno di mille. Penso che gli europei debbano mostrare più impegno nei fatti, non solo a parole». Perché?«Se è vero che il Sahel è una minaccia per tutti gli europei allora bisogna affrontarla assieme. Gli europei dovrebbero poter contare su una cultura strategica comune. Non ce l’abbiamo – per motivi storici. Abbiamo combattuto a lungo gli uni contro gli altri. Ma se siamo una comunità con un unico destino dobbiamo avvertire la responsabilità reciproca e viverla come tale. Però spesso ne manca la volontà politica».
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