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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 14/02/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Giorgetti: la Lega non vuole l’uscita dall’euro
«Noi non vogliamo uscire dall’euro. Ma ora non siamo più i soli a dire che molto deve cambiare». Lo afferma Giancarlo Giorgetti, nominato da Salvini responsabile degli Esteri per la Lega, in un’intervista ad Antonio Polito del Corriere della Sera. E’ vero che Salvini l’ha nominata responsabile degli Esteri perché è preoccupato dell’immagine internazionale della Lega e vuole cambiarla? «Penso che abbia scelto me perché ho esperienza, ho le mie idee, e la politica estera non può essere frutto di improvvisazione. Bisogna essere pragmatici, il mondo cambia. Si è guardato intorno e ha cercato qualcuno che avesse un’immagine di affidabilità». Salvini ieri ha detto: non abbiamo la priorità di uscire dall’euro o dall’Europa? Vuol dire che è una scelta solo tattica? «No. Noi non vogliamo uscire. Ma non siamo più i soli a dire che molto deve cambiare. Per due ragioni: i trattati sono stati scritti in un’altra era geologica; l’epoca Merkel si avvia a conclusione. Così non si regge. Come si fa a competere con i colossi cinesi con le nostre attuali regole sugli aiuti di Stato? Come si fa ad avere un target del 2% di inflazione che oggi non si ottiene più neanche pompando moneta?». Ma nel team dell’economia della Lega ci sono ancora Borghi e Bagnai, fautori dell’uscita dall’euro. Tenete il piedi in due staffe? «Io sono il responsabile degli Esteri della Lega. E se dico che non usciamo, non usciamo. Punto». Salvini ora dice che sull’immigrazione è meglio collaborare con l’Europa. Se tornerete al governo cambierete almeno i metodi? «La politica di fermezza ha avuto risultati. Se ora l’Europa comincia ad accettare l’idea che l’Italia non può essere lasciata da sola, è grazie a Salvini. Se il ministro Lamorgese può andare a trattare in Europa è perché Salvini ha fatto il matto. Se la lezione è stata capita, si può e si deve collaborare».
 
Parisi: con Anpal abbiamo trovato lavoro a 40mila persone
«Al 10 febbraio hanno trovato lavoro 39mila persone. E i numeri stanno crescendo». E’ il bilancio stilato da Domenico Parisi, presidente dell’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro, intervistato sulla Stampa da Maria Rosa Tomasello. «Se non ci mettono i bastoni tra le ruote – aggiunge - nell’agosto del 2021 il sistema che permette di incrociare domanda e offerta di lavoro andrà a regime». Chi le mette i bastoni tra le ruote? «Diciamo che ci sono resistenze al cambiamento, ma è successo anche negli Usa. Invece bisogna crederci, è una cosa importante per il Paese». Il commissario Ue Gentiloni ha dichiarato che il Rdc dovrebbe avere un effetto sulla crescita pari a 0,1-0,2 punti percentuali ma il calcolo costi benefici non depone a favore della misura. Che ne pensa? «Non è una misura pensata per aumentare il Pil ma per contrastare la povertà e riattivare le persone per avere un lavoro e riconquistare la propria dignità». Ma il reddito sta producendo gli effetti che immaginava o siamo ancora indietro? «Se si pensa che all’inizio tutti dicevano che sarebbero stati necessari 3-4 anni, direi che siamo anche un po’ in anticipo. Certo se parlare di risultati significa che tutte le persone hanno avuto un lavoro, non posso dire che siano stati raggiunti, ma non c’è stato neppure il tempo. Se invece vogliamo dire che c’è stato un impatto sul sostegno al reddito per famiglie in condizioni di estrema povertà senza subbio». Chi aspetta di ricevere la chiamata per il lavoro comincia a scoraggiarsi. E i numeri dei collocati sono ancora molto piccoli. «A oggi ci sono 1,2 milioni di famiglie che percepiscono il Rdc: di questi 908mila sono quelli che sono tenuti a recarsi ai Centri per l’Impiego. Da settembre al 31 gennaio, 529mila sono stati convocati, 396mila si sono presentati, 262mila hanno sottoscritto il patto per il lavoro. Hanno trovato lavoro al 10 febbraio 39mila persone. E’ meglio di quanto mi aspettassi».
 
Ascani: Renzi cerca solo visibilità
«Renzi è il principale sponsor del Conte due, lo ha voluto fino in fondo. Questa partita a tirare la corda per vedere se cade, secondo me, al leader di Iv non serve a nulla. Serve solo a Salvini, che dopo la batosta in Emilia è tornato a fare lo smargiasso perché la maggioranza si sta incartando in litigi francamente incomprensibili». Lo afferma Anna Ascani, viceministra Pd all’Istruzione, fra le più fedeli a Renzi prima della scissione, intervistata su Repubblica da Giovanna Vitale. Lei che era che conosce bene Renzi, ha capito perché ha alzato il livello dello scontro? «Non solo non lo so, ma non ho capito neanche dove vuole arrivare. Credo che lui sia davvero convinto che la legge sulla prescrizione vada cambiata, però così rischia due volte: di non ottenere il risultato voluto e di esporsi alle critiche di chi dice lo faccia soltanto per lucrare consensi». Quindi è una strategia per tirare su i sondaggi di Italia Viva? «Che si aspettasse una partenza migliore mi sembra evidente. Ma a maggior ragione le sue mosse appaiono incomprensibili, anche per chi milita nel suo stesso partito. Ripeto: il governo lo abbiamo voluto insieme. E adesso che è venuto il momento di farlo camminare, dopo una Finanziaria difficile e il voto in Emilia, si rischia di minarne la vita? E per che cosa?». Magari il suo obiettivo è cambiare il premier e fisionomia alla maggioranza. «Intanto non è in suo potere. E comunque quando finisce questo governo, finisce la legislatura. Lo ha dichiarato il segretario Zingaretti e io sono d’accordo. E siccome Matteo, che la politica la capisce, non avrebbe alcun vantaggio a far cadere il Conte due perché in questo momento a Italia Viva non conviene andare al voto, penso che si muova così solo per una questione di visibilità».
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