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Un'Europa in cerca di difesa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/02/2020

In edicola In edicola Franco Venturini, Corriere della Sera
“Come evitare di essere schiacciati in un futuro prossimo dalla tenaglia strategica e tecnologica Usa-Cina, con la Russia che non starà certo a guardare? E ancora, come promuovere l’unità di intenti almeno tra i principali Stati della Ue, essendo chiaro a tutti che non può esistere una sicurezza comune senza volontà politica comune?”. Sul Corriere della Sera, Franco Venturini pone queste domande all’Europa alla luce dell’evoluzione dello scenario geopolitico internazionale. “La Russia e la Turchia, davanti al tardivo risveglio dell’Unione, hanno avuto di recente l’involontaria cortesia di offrire all’Europa un banco di prova capace di collaudare le sue nuove inquietudini: la Libia. Un conflitto a noi vicino, legatissimo agli interessi europei a cominciare da quelli italiani, e per di più osservato con scarso interesse dagli Stati Uniti che più volte hanno invitato gli alleati a provvedere per proprio conto. Ebbene, se di collaudo si è trattato va detto che i risultati sono stati sin qui assai deludenti. Se la Libia è un assaggio delle potenzialità di una nuova sicurezza europea, il meno che si possa dire è che resta moltissimo da fare. Ma sul tavolo dell’Europa prossima ventura non c’è soltanto la Libia. C’è, anche, quel Boris Johnson che ha appena celebrato la parte più facile della Brexit e si prepara a una guerra negoziale con Bruxelles su quella più difficile. C’è la nevrosi politica tedesca davanti al declino dei partiti tradizionali e della cancelliera Merkel, che si traduce in un indebolimento dell’intero progetto europeo. E poi c’è la Francia, diventata grazie al divorzio con Londra l’unico Stato europeo a possedere un seppur modesto arsenale nucleare”. Quanto all’Italia, aggiunge, “a mancare è una consapevolezza fondamentale, che la pace si difende con una valida struttura di sicurezza, non con l’arrendevolezza, la vulnerabilità o l’incertezza dei trattati. Anche perché così si lascia spazio a una non nuova suggestione di certa destra americana, secondo cui l’Italia starebbe meglio rompendo con l’Europa e assumendo, con l’aiuto Usa, una ipotetica quanto poco probabile leadership nel Mediterraneo. Come dirci che continuiamo a essere il ventre molle dell’Europa, quello che più facilmente può essere allontanato dai suoi veri interessi nazionali”.
 
Massimo Giannini, la Repubblica
Culle vuore, politica cieca. Così Massimo Giannini Repubblica, sintetizza i dati sulla denatalità in Italia e l’assenza di politiche per contrastarla. “Piazze piene, culle vuote. Le parole di Sergio Mattarella sulla crisi demografica sono un pugno nello stomaco per un’Italia assopita sul divano nella nostalgica contemplazione di Sanremo. Ma sono anche uno schiaffo in faccia per una politica ripiegata su se stessa nella sterile celebrazione dei suoi vecchi riti di Bisanzio. Ognuno ha un suo ‘popolo’ da mobilitare, in questa dissennata guerra di logoramento. Ma nessuno coglie le tendenze di fondo che stanno cambiando la società. Nessuno vede che il vero virus dal quale dobbiamo difenderci, più ancora del Covid-19, è quello della denatalità. Ma il Palazzo pensa ad altro. Gli ultimi dati Istat dovrebbero essere l’incubo di qualunque classe dirigente all’altezza delle sfide della modernità. Con 435 mila nascite e 647 mila decessi, siamo al livello di “ricambio naturale” più basso dal 1918, cioè dai tempi della Prima guerra mondiale. Nella fascia di età tra i 20 e i 30 anni non nascono bambini non perché i genitori potenziali sono «bamboccioni» (come diceva Padoa-Schioppa), o «choosy» (come diceva Elsa Fornero). Più banalmente, hanno lavori precari e bassi salari, politiche per la famiglia scarse e politiche per la casa nulle. Il demografo Wolfgang Lutz ha elaborato una teoria: la «trappola della bassa fertilità». Un circolo vizioso, che porta il patto sociale alla rottura e il Welfare al collasso. Come uscirne sarebbe il tema epocale di questi Anni 20. Se solo i poteri dello Stato non si consumassero in questo paralizzante immobilismo, tra fragorose crociate contro i vitalizi e penose battaglie sulla prescrizione. E se solo la sinistra avesse il coraggio di affrontare in questa chiave nuova il problema dei diritti e delle politiche fiscali, dell’uguaglianza tra i sessi e tra le generazioni, dell’immigrazione e dell’integrazione. Ma ci vorrebbe uno sguardo lungo, e invece già incombono le elezioni regionali di maggio. È l’altra trappola: quella del «presentismo», come la chiamerebbe Fiorello. L’unico “leader” riconosciuto da tutti gli Italiani”.
 
 
Fabio Martini, La Stampa

Sta nascendo una sinistra nuova che ha avuto il suo incubatore in Emilia Romagna. E’ l’analisi di Fabio Martini sulla Stampa. “C’è  qualcosa di nuovo, anzi di antico nel campo della sinistra italiana. Senza strappi declamati, ma oramai in modo plateale, si sta facendo strada un “modello emiliano”: quello di una sinistra popolare e non populista. Una sinistra alternativa – e non soltanto a parole – alla orgogliosa destra di Matteo Salvini ma anche ai Cinque Stelle in tutte le loro declinazioni. Le due interviste a La Stampa di Elly Schlein - nuova vicepresidente della Regione Emilia-Romagna - e di Mattia Sartori - leader di fatto del movimento delle Sardine e reduce dal primo confronto col governo - rappresentano un significativo salto di qualità: raccontano di una cultura progressista capace di navigare controcorrente anche rispetto al rassicurante bon ton del Pd nazionale. Sulla scia di Stefano Bonaccini, il presidente  dell’Emilia-Romagna che si è guadagnato la rielezione  con  una  campagna elettorale esemplare e all’insegna del “prima gli emiliani” e del buon governo nel segno della coesione sociale, ecco la ‘sardina’ Sartori e  la  ‘coraggiosa’  Schlein raccontare cose che prefigurano un modello diverso. Tracce di discontinuità dal mainstream progressista italiano, ma qualche eco arriva da lontano. Il Pci, per decenni il più grande partito comunista  in  Occidente, non  ebbe mai segretari emiliani e cioè provenienti dalla regione dove era più forte anche per effetto di una buona amministrazione. I leader  di  quel grande partito - da Togliatti a Berlinguer, da Longo a Occhetto - curiosamente vennero tutti da quel che un tempo era il Regno di Sardegna, perché – si ripeteva – gli emiliani erano buoni amministratori, buoni cooperatori, buoni sindacalisti, ma politici mediocri. Un luogo comune per tagliar  fuori  personalità  –  da Dozza a Zangheri, fino a Lama – capaci di ‘parlare’ al popolo e meno alla politica romana? Ora i “nuovi” emiliani si prendono la loro rivincita e il Pd alla vigilia di un congresso rifondativo potrebbe essere tentato di ricorrere alla società civile”.
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