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Altro parere

Lasciare le imprese libere di correre

Redazione InPi¨ 10/02/2020

Altro parere Altro parere Giuseppe Turani, Il Giorno
La crisi si fronteggia lasciando le imprese libere di correre. Lo sottolinea Giuseppe Turani che, sul Giorno, scrive: “La rivoluzione industriale 4.0 non c’è stata. Anzi, la produzione è tornata indietro dell’1,3 per cento e di fatto si è tornati a dove si era sei anni fa. Tante parole, ma zero fatti. Curiosamente, poi, si salva solo l’industria alimentare. Tutto il resto arretra. Ed è quasi inutile chiedersi perché accada tutto questo. La congiuntura mondiale non è brillantissima, ma l’Italia ci mette del suo. Una serie di governi con l’aria di essere sempre provvisori o di passaggio e una certa diffidenza di fondo nei confronti dell’attività produttiva. Le incertezze (letali) sull’Ilva di Taranto, non ancora risolte e chiarite. na serie di atteggiamenti legislativi tali da scoraggiare gli investimenti esteri, ai quali va unito una sorta di nuovo dirigismo industriale, che nemmeno negli anni Cinquanta. Piero Bassetti, dirigente industriale ed ex parlamentare (ha lasciato volontariamente), una volta mi disse: nel dopoguerra noi democristiani non siano stati bravissimi, abbiamo semplicemente lasciato le briglie lunghe al sistema. E le imprese hanno fatto il miracolo. A questo si aggiunga, e non è un dettaglio, che ogni anno vengono elargiti alla popolazione almeno una ventina di miliardi a titolo gratuito e solo per il fatto di esistere: nulla è più contrario a motivare la gente a intraprendere e a fare. Dopo la guerra eravamo una nazione di contadini, semianalfabeti e con il paese semidistrutto, ma abbiamo saputo risollevarci e siamo diventati la sesta potenza industriale del mondo. Adesso, siamo istruiti, abbiamo tutto quello che ci serve, ma andiamo indietro invece che avanti. E la situazione non sembra destinata a cambiare nei prossimi anni, la crescita complessiva sarà molto bassa e anche quella industriale. Esistono rimedi? Sì. Uno solo: liberare gli ‘spiriti animali’ che pure esistono nel sistema italiano, ritornare a quelle briglie lunghe alla quali si riferiva Piero Bassetti. Togliere un po’ di vincoli e lasciare le imprese libere di correre”.
 
Marco Bascetta, Il Manifesto
Il Manifesto con Marco Bascetta prova a descrivere la crisi del Modello Deutschalnd.  “Che il terremoto con epicentro in Turingia si sarebbe fatto fragorosamente sentire anche a Berlino era evidente a tutti. Ma nessuno prevedeva che avrebbe lesionato così gravemente il principale edificio politico della Bundesrepublik, il Partito cristiano democratico, il cui futuro si presenta oggi assai incerto. annuncio improvviso della sua presidente Annegret Kramp-Karrenbauer di voler rinunciare alla direzione del partito e dunque alla corsa per la Cancelleria testimonia di una situazione finita fuori controllo. Può darsi che la statura politica della presidente non fosse sufficiente a contenere le pulsioni divergenti dei suoi colleghi di partito e soprattutto le federazioni della Germania orientale, o che all’ombra di Angela Merkel non fosse comunque possibile avviare una politica diversa dalla piatta continuazione della sua, e quindi inefficace nel contrastarne il logoramento. Un logoramento che si inscrive nell’ormai lungo declino dei grandi partiti popolari del dopoguerra. Il Modell Deutschland che ha costituito la solida base della Grande coalizione è entrato in una crisi che appare ben più profonda di una battuta d’arresto. I dati economici volgono al peggio, il rigore si rivolta contro la stabilità che si presumeva dovesse garantire per l’eternità. Diseguaglianze ed esclusione continuano a crescere. E nei Länder orientali, ancora affetti da gravi squilibri a trent’anni dalla riunificazione, le condizioni sociali si mostrano ancora più difficili. In questo quadro è cresciuta Alternative für Deutschland tanto più cospicuamente quanto più, distanziandosi dalle origini borghesi, andava radicalizzandosi a destra. Fatto sta che una crisi profonda del quadro politico tedesco, diversa e più insidiosa di quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, accompagnata per giunta dal segno negativo dei dati economici rischia pesanti ripercussioni in un’Europa che già si dibatte in gravi difficoltà. La bandiera della 'priorità nazionale', della difesa della propria rendita di posizione da parte della Germania non promette nulla di buono quanto all’avanzamento del processo di integrazione europea e ancor meno per lo sviluppo di politiche sociali e solidali, per non parlare di quelle migratorie. È intanto su questo risultato che i nazionalisti di Afd scommettono. E non è detto che si sbaglino”.
 
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