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Altro parere

Canta che ti passa (la paura delle urne)

Redazione InPi¨ 04/02/2020

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
La situazione politica italiana, diceva Ennio Flaiano, è grave ma non è seria. Una massima valida ancora oggi, sostiene Alessandro Sallusti sul Giornale, ravvisando come la preoccupazione per la grave crisi economica sia stata a suo avviso spazzata via dallo sdegno per la citofonata di Salvini, crisi e citofono dall’emergenza Coronavirus. E da oggi pure l’allarme sanitario del secolo, scommette Sallusti, sta per passare in secondo piano oscurato dal Festival di Sanremo. E chissà che cosa ci si inventerà lunedì prossimo, a sipario calato sulle canzonette, per continuare a distrarre il popolo prima che qualcuno della mandria si sveglie realizzi che questo governo, e questo parlamento, hanno già battuto il record di improduttività: nessuna legge approvata, nessuno dei tanti fondamentali dossier aperti (Ilva, Alitalia, tasse, prescrizione) mandati in porto. Ma niente, non c’è verso di liberarsene dei governanti incapaci. A loro si addice la definizione che Giovannino Guareschi diede di certi italiani: «Se ci si mettono di picca non muoiono neanche se li ammazzi». E questi altro che di picca si sono messi. Si accapigliano scandalizzati sulle lungaggini della giustizia quando hanno stabilito il record del mondo delle lungaggini della politica. Sentire Pd e i Cinque Stelle dare lezioni di coerenza ed efficienza è come dare la parola a Rocco Siffredi sulla fedeltà coniugale. Una buona riforma sarebbe quella di introdurre la prescrizione anche in politica: se non riesci a mantenere la parola data entro un certo tempo il mandato decade, avanti un altro e vediamo se così ci schiodiamo dall’immobilismo. La ricetta della settimana sottoscritta da Palazzo Chigi sarà quindi: canta che ti passa. Ti passa la paura del virus, della crisi e forse anche di Salvini, perché il Festival sarà «democratico» come e forse più delle Sardine, movimento anche quello in via di archiviazione dopo essere stato usato dalla sinistra per incantare gli emiliani e i romagnoli chiamati alle urne.
 
Mario Chiavario, Avvenire
Battuta infelicissima, e priva di fondamento – commenta Mario Chiavario su Avvenire – quella attribuita al ministro Bonafede sull’inesistenza, in Italia, di innocenti in prigione. Purtroppo, cronache e statistiche sono lì a documentare, anche pesantemente, il contrario: non sono poche le persone pienamente assolte all’esito del processo oppure a seguito di una procedura di revisione, ma soltanto a quel punto tornate in libertà da una detenzione spesso anche di lunga durata. E a cancellare la sofferenza subìta, nella libertà, negli affetti, nella reputazione, non basta la "riparazione"(per lo più in denaro) cui quelle persone hanno diritto. Comprensibile, dunque,che la battuta abbia rinfocolato sferzanti polemiche, coinvolte nel turbinare di eccessi verbali e di grossolanità argomentative di cui fanno sfoggio le opposte tifoserie scatenatesi attorno alla riforma della prescrizione. Chissà se a frenare la spirale delle esasperazioni gioverebbe, a monte, un maggiore autocontrollo nell’uso di certe parole. A cominciare proprio da quelle, tanto impegnative, di "innocente" e "innocenza", aventi radici profonde e un’eco potente nella coscienza etica collettiva? La legge processuale italiana evita di definirne il significato, ma quelle radici e quell’eco non le sono estranee: nonostante la diversa terminologia le si avverte in trasparenza anche in una distinzione recepita dal codice vigente. Di "assoluzione" è infatti la sentenza dibattimentale che, ad esempio, escluda la commissione del fatto di reato da parte dell’imputato; altra è invece la qualifica, sempre ad esempio, per la sentenza che appunto si limiti a constatare l’intervenuta prescrizione del reato per via del tempo trascorso dalla realizzazione: chi ne fruisce è, sì, a sua volta "prosciolto" ma non "assolto". E peccato che la differenza sia poco o nulla percepibile dall’orecchio dei "non addetti ai lavori", causa l’assonanza fonetica e la sinonimia, nel linguaggio comune, tra i due vocaboli.
 
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