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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 23/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Sassoli: la web tax è questione di giustizia
Tassare i giganti digitali là dove fanno i profitti «non è un delitto, ma giustizia». Lo afferma da Davos il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, intervistato su Repubblica da Tonia Mastrobuoni. Come fa l’Europa a negoziare con un partner cruciale come gli Stati Uniti se il suo presidente fa apertamente politiche ricattatorie? «Il mercato europeo fa gola a tanti, anche agli investitori e ai produttori statunitensi. E dazi chiamano dazi». Sì ma gli Stati Uniti usano ormai il ricatto dei dazi anche per ottenere una linea più dura sull’Iran. O per continuare a picconare il multilateralismo. «Noi continuiamo a credere che gli accordi di libero scambio siano più utili delle barriere doganali e che la regolamentazione protegga meglio i cittadini. Ieri ho parlato a lungo con Tim Cook di Apple e mi ha detto che anche loro vogliono regole per il web. Tassare le aziende dove si fanno i profitti non è un delitto, ma una regola di giustizia». Ieri Ursula von der Leyen ha parlato del Green Action Plan presentato dalla Commissione europea come di un “piano per la crescita”. Cosa vuol dire? «C’è l’Europa sotto i riflettori qui a Davos. Ho incontrato Al Gore e mi ha ripetuto che con il Green Deal ci siamo messi all’avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici. Tutti chiedono cosa faremo e vogliono capire quale impatto avrà quest’ambizioso piano europeo per promuovere un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale, sociale, economica. Se tra un anno o due ci ritrovassimo in una nuova crisi come dieci anni fa, come l’affronteremo? Con il rigore? Sarebbe la catastrofe. Serve una politica per la crescita che metta al centro il pianeta e le persone e aiuti a combattere le diseguaglianze».
 
Calise: Di Maio caso lampante di inesperienza
«La svolta per il M5S sarebbe rompere il tabù che si possa governare il Paese non solo non avendo competenze, ma facendolo in fretta e furia per poi tornare a fare il ferroviere o il disoccupato. Se non cambiano questo, possono arrivare tutti i facilitatori del mondo, ma si scanneranno tra di loro e non cresceranno». Mauro Calise, docente di Scienza politica alla Federico II di Napoli, definisce in un’intervista a Maria Rosa Tomasello della Stampa «un caso lampante di inesperienza» quello di Luigi Di Maio. Erano dimissioni inevitabili? «Ha fatto meglio di come ci si potesse aspettare. Conte si è rivelato un’ottima scelta. Ma ha assunto su di sé un carico di responsabilità che nemmeno Sisifo avrebbe sopportato. Fare il capo politico di un movimento che non ha struttura ma solo un server e al tempo stesso essere vice premier e ministro era tecnicamente impossibile. Non ha capito che era come avere tre Ferrari sotto i pedali. Carisma non ne aveva, ma non per colpa. Era un neofita di 32 anni. Nemmeno Renzi ce l’ha fatta: ha scelto il governo ed è rimasto vittima di congiure interne. In più si è trovato davanti Salvini, un bulldozer. Lì è successa un’altra cosa, che non ascriverei a un suo errore ma alla rapidissima evoluzione del rapporto tra digitale e politica». Cosa intende? «Avevano una macchina “cybercratica” che si è rivelata inadeguata quando sono arrivati al governo dove si sono ritrovati a fronteggiare Salvini, che con la Bestia è entrato nei social con una gestione completamente diversa della rete. Rousseau non funzionava più, la macchina gli è diventata obsoleta tra le mani». Grillo non s’è sentito. «Se Di Maio se n’è andato è perché Grillo l’ha voluto. E’ l’ultimo atto della rottura del rapporto fiduciario tra di loro».
 
Santori: domenica il vero match sarà Salvini-Sardine
Domenica il vero matchsarà Salvini contro Sardine. Lo afferma il leader delle Sardine Mattia Santori, intervistato sul Quotidiano Nazionale da Marcella Cocchi. La notizia del giorno intanto la danno i grillini. Cosa pensa della loro implosione? «Non sono sorpreso, credo che l’implosione ci fosse già stata, perché i 5 stelle hanno mostrato totale impasse nella presentazione dei candidati delle Regionali. Li abbiamo visti in una barca senza rotta. Cambiare può essere un’idea, ma temo che sia troppo tardi». Quanti delusi, ‘orfani’ dei 5 Stelle, potreste recuperare? «I delusi sono difficili da convincere. E’ più facile risvegliare i pigri, e noi questo abbiamo fatto: abbiamo dato una scossa allo snobismo di sinistra e di centro e all’antipolitica». Se fosse stato al posto del Pd, avrebbe scelto l’Aventino sull’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Gregoretti? «Il tema non era che il Parlamento assolvesse o condannasse Salvini, il punto era se dare il primo via libera a procedere oppure no. E non ci sarebbe stato nulla di male a dire che se ne devono occupare le persone competenti. Invece non è stato bello assistere allo spettacolo di partiti che si sono chiesti: ‘Ma Salvini poi vincerebbe oppure no?’». E da lunedì, dopo il voto, che succederà? «Se Bonaccini perdesse, sarebbe tutto più difficile. Se vincesse, noi saremmo il vero elemento nuovo del voto e qualcosa bisognerà costruire. E’ un dato di questi giorni che, su Google Trend, le Sardine hanno scalzato Salvini come prima ricerca». Molti sostengono che voi non sposterete voti. «Credo che noi siamo stati la risposta alla scelta di nazionalizzare il voto in Emilia Romagna. A livello locale la sfida è Bonaccini contro Borgonzoni, a livello nazionale il match è Salvini contro Sardine».
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