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Imputato Di Maio, sedetevi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 23/01/2020

Imputato Di Maio, sedetevi Imputato Di Maio, sedetevi Michele Brambilla, Quotidiano Nazionale
Per il direttore del Quotidiano Nazionale, Michele Brambilla, la decisione di Di Maio di dimettersi da capo politico del M5S non è stata motivata dai recenti insuccessi. “Di Maio – spiega Brambilla - con la crisi del M5S c’entra poco o nulla. La crisi del Movimento non è una crisi di leadership e Di Maio non è mai stato un leader. Al massimo, è stato un amministratore, un gestore del partito: bravo o no, ma un gestore. I movimenti tipo il M5S nascono sempre da un carisma, e in questo caso dal carisma di Beppe Grillo. E’ stato lui a lanciare i Vaffa day, lui - con Casaleggio regista, ma solo regista: non leader carismatico - a fare propaganda via social e soprattutto nelle piazze; lui a fare il pieno di voti. Beppe Grillo è rimasto il leader carismatico dei Cinque Stelle anche quando si è defilato, perché nella memoria di chi ha votato quel partito è sempre rimasto lui. Di Maio ha gestito il raccolto di un altro. E ora quel raccolto si è assottigliato, perché sono venuti al pettine i nodi di un movimento che non aveva un vero progetto, una vera identità, un vero collante se non la rabbia, se non la rivendicazione di un’onestà da contrapporre agli altri, tutti e sempre disonesti; se non la pretesa di una diversità. Tutte cose che hanno affascinato gli italiani in un momento di crisi ma che non potevano durare. Alla prova del governo e delle amministrazioni locali, i Cinque Stelle – tutti, non solo Di Maio – hanno mostrato il loro fallimento. Le dimissioni di ieri, alla vigilia di elezioni importantissime, sono un’ennesima prova di approssimazione e di incompetenza: o forse di qualcosa peggio, di un calcolo per una lotta interna, cioè proprio quello che i grillini dicevano di aborrire. Se dunque quello che si è aperto ieri nel M5S è un processo, non lo si apra con l’esortazione di rito, «Imputato, alzatevi». Di Maio resti pure seduto. L’imputato non è lui”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Anche Marcello Sorgi sulla Stampa commenta la decisione di Di Maio di lasciare la guida del M5S. “Nel bilancio dei ventisette mesi di leadership Di Maio ha fatto l’elenco di prammatica delle vittorie conseguite sotto la sua guida. Ma molto più significativa è stata la spiegazione della sconfitta subita a maggio 2019, che ha innescato l’inarrestabile spirale del declino. Ha sostenuto che l’errore non è stato negoziare su tanti obiettivi di principio, accettare compromessi, scegliere definitivamente l’Europa, piegarsi alla logica di responsabilità che si richiede a una forza di governo. Piuttosto, continuare a coltivare tra elettori e militanti la logica del tutto e subito, non riuscire a rendere consapevole il popolo grillino che attesa, costruzione, gradualismo non significano rinuncia, al contrario dimostrano capacità di realizzazione: la politica come arte del possibile. In altre parole, Di Maio se n’è andato dal posto di comando come c’era arrivato: da moderato, da testardo convinto che il M5S ha un futuro solo se si fa carico seriamente dei compiti che il voto plebiscitario di due anni fa gli ha affidato. E che devono essere svolti nel corso di una legislatura, non valutati giorno per giorno e neppure volta per volta. Se questo non è il programma di un leader che ha in animo di ricandidarsi e giocare la sua partita congressuale, poco ci manca. E non a caso Di Maio ha ricordato, con orgoglio, che «uno vale uno», ma non sempre «uno vale l’altro». Le sue dimissioni – conclude Sorgi - avranno conseguenze immediate per il governo. Seppure Di Maio abbia tessuto l’elogio di Conte e assicurato che andrà avanti, è inutile nascondersi che la perdita del ruolo di capo politico unito a quello di capo della delegazione ministeriale grillina indebolisce il fragile equilibrio che regge l’alleanza giallo-rossa”.
 
Stefano Folli, Repubblica
Dopo le dimissioni di Di Maio “quello che interessa capire è fino a che punto il governo Conte è in grado di resistere allo sfarinamento progressivo di un M5S che si sta sciogliendo come un iceberg all’equatore”. Ne parla Stefano Folli nel suo “Punto” su Repubblica. “Le previsioni sul nuovo ‘capo politico’, pur inevitabili, lasciano il tempo che trovano. Il punto di riferimento di quel che resta del grillismo governativo è già davanti a noi e risponde al nome di Giuseppe Conte, quale che sia la figura destinata a ereditare la carica formale lasciata da Di Maio. Conte, del resto, rappresenta come nessun altro la scelta di fondo votata a tenere in piedi un’intesa a lungo termine con il Pd: Cinque Stelle e Pd convergenti per sopravvivere quanto più possibile nella legislatura che dovrebbe finire nel 2023. Questo scenario molto ottimistico presuppone tuttavia che i 5S rappresentino d’ora in poi un fattore di stabilità, anziché il vulcano in eruzione che stiamo vedendo. Non solo: è necessario escludere altri fenomeni destabilizzanti in grado di minare il castello di carte rosso-giallo. E qui veniamo alle elezioni regionali che si terranno domenica. E’ in Emilia Romagna che si decide anche la sorte del fragile assetto romano e dunque del governo. In caso di vittoria della destra nessuno può credere che a Roma non ci saranno conseguenze. Perdere l’Emilia significa per il centrosinistra dover ricominciare nel paese dall’anno zero, oltretutto con un partner di maggioranza ridotto al collasso. Questa è un’elementare verità che tutti conoscono. La sa anche Renzi alla testa del suo piccolo partito: finora ha seguito una tattica guerrigliera con l’idea di non arrivare a mettere in crisi il governo. Domani, persa eventualmente la Regione simbolo, tutto cambia”.
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