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Altro parere

L'autogol gialloross

Redazione InPi¨ 21/01/2020

Altro parere Altro parere Massimo Donelli, il Giorno
Il processo a Salvini è un autogol per il governo giallorosso. Così Massimo Donelli sul Giorno commenta la vicenda Gregoretti. “Dunque, alla fine i giallorossi hanno deciso di rinunciare alla testa di Salvini. E hanno preferito rimetterci la faccia. La loro. Perché dopo aver spiegato in mille interviste che il leader della Lega “Sì!”, andava processato per il caso Gregoretti (la nave con 135 migranti tenuta al largo di Lampedusa dal 27 al 31 luglio 2019); dopo averlo urlato in tutte le piazze reali e virtuali; dopo averlo ribadito in tutti i talk e tutti i tg...Ebbene, dopo cotanta grancassa, ieri hanno disertato la Giunta delle immunità del Senato per evitare che il proprio “Sì!” venisse brandito dal nemico come uno strumento di propaganda negli ultimi giorni della campagna elettorale in Emilia Romagna. Invece il “Sì!” è comunque arrivato. Al posto loro, infatti, lo hanno decretato i colleghi di partito di Salvini. Surreale, no? Volevano schivare il danno e non ci sono riusciti. Anzi, si sono beccati pure la beffa. Giacché questo triplo salto carpiato con doppio avvitamento e fantozziana spanciata finale è, nello stesso tempo, un clamoroso assist all’odiato Matteo, un incomprensibile e fallito gioco politico, una pubblica ammissione di paura. Già pare di sentirlo, l’uomo nero che popola gli incubi della sinistra: «Hanno terrore della loro ombra. Praticano sempre e solo giochi di palazzo. Gli manca il coraggio di sfidarmi apertamente, in Senato e nelle piazze, dove si travestono da Sardine...». E via cantando. Vittoria. Perché di vittoria mediatica si tratta, non ci sono dubbi. E, nel nostro tempo, una vittoria mediatica è una vittoria politica. Non basta. Se è vero che gli assenti hanno sempre torto, mai l’hanno avuto come in questo caso. Perché il fuggi-fuggi segue i tentativi falliti di far slittare pretestuosamente il verdetto in un giorno imprecisato ma, comunque, successivo all’esito elettorale in Emilia-Romagna. Senza dimenticare l’aggressione verbale – un vero e proprio strappo al galateo istituzionale – nei confronti della seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, il cui voto in Giunta del regolamento è stato determinante per fissare nella giornata di ieri la decisione sull’autorizzazione a procedere. Che cos’altro manca per completare la frittata? Una sconfitta nelle urne. Che, se ci fosse, ripensando ai contorcimenti sopra descritti, si potrebbe definire, in gergo calcistico, il più clamoroso degli autogol”.
 
Mattia Feltri, La Stampa
Il Buongiorno di Mattia Feltri sulla Stampa, intitolato “Il sublime dell’incdecente”, è dedicato alle (immancabili) polemiche sul Festival di Sanremo. Questa volta tocca al sessismo e alla violenza: “Fino a un paio di giorno sia voi sia io eravamo all’oscuro dell’esistenza di un rapper di nome Junior Cally. Ora è la volpe cui tutti i cani, alcuni generosamente portatori della similitudine, danno la caccia per i testi violenti e sessisti (riferisco i giudizi dell’intero arco costituzionale, di colpo riconvertito alla grazia), soprattutto inadeguati a quella fioriera di animi gentili che vorrebbe essere il festival di Sanremo. Il presidente della Rai, Marcello Foa, l’ha giudicata una scelta «eticamente inaccettabile», come se l’arte dovesse avere a che fare con l’etica, classica superstizione di chi l’etica l’ha riposta in cantina. L’arte deve ricreare l’attimo, può salire al sublime o disvelare l’indecente, e vi risparmierò l’ozioso elenco degli artisti osceni e dunque grandiosi. Soltanto mi viene in mente che quand’ero ragazzo il ruolo dello scapestrato, drogato, sconcio, renitente ai sacri valori, cioè il Junior Cally del tempo, apparteneva a uno oggi consacrato padre della patria musicale: Vasco Rossi. Una sua canzone, Colpa d’Alfredo, trattava di una ragazza insignita del titolo di prostituta (con un termine più brusco, però) poiché l’aveva mollato per uno con la macchina più grossa, uno di Napoli sobriamente ribattezzato l’Africano. Non so se fosse poesia, se salisse al sublime o disvelasse l’indecente, ma so che la più grande opera d’arte di Vasco Rossi fu un atto di mutismo quando, trent’anni fa, a metà canzone mollò il palco del festival e, siccome c’era il playback, le strofe continuarono senza che ci fosse nessuno a cantarle. E in un sublime istante si disvelò l’indecente ipocrisia di Sanremo”.
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