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Guerra fredda (a Davos)

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 21/01/2020

In edicola In edicola Federico Fubini, Corriere della Sera
A Davos va in atto la la nuova guerra fredda tra Usa e Cina. Lo scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: “Questo villaggio svizzero sotto le nevi questa settimana sarà un po’ il confine comune, quello dove ci si guarda in cagnesco da vicino e un po’ capitale non allineata dove trovare un’intesa o almeno provarci. Specie nei campi dove la corsa a un riarmo di qualche tipo avviene realmente fra le superpotenze di oggi: nelle tecnologie e nel business. Che questa sia la nuova vocazione del World Economic Forum, l’incontro invernale dei leader degli affari e della politica, era chiaro già da quando nel 2017 venne qui Xi Jinping. Il presidente a vita della Repubblica popolare, il Paese dove i segreti tecnologici altrui sono sempre violati o (legalmente) forzati e le imprese di Stato diventano armi geopolitiche, impartì una lezione al neo-eletto Donald Trump. Fu una lunga filippica sulle virtù dei mercati aperti e della globalizzazione, a cui la folla dei banchieri nel centro congressi sulla Montagna Incantata applaudì a lungo: il capo del partito comunista più grande al mondo era diventato in un pomeriggio il loro avvocato. Oggi tornano a Davos Trump e lo stato maggiore cinese, assieme alle squadre di comando del Big Tech di entrambe le superpotenze. Continueranno a guardarsi con sospetto lungo questa frontiera geopolitica fra le nevi della Svizzera, perché la guerra commerciale partita da qui due o tre anni fa non è affatto finita. La stessa tregua appena raggiunta con l’accordo cosiddetto della «fase uno» è giusto questo: una fragile pausa in un dualismo che continua”. Quanto al Forum, aggiunge Fubini, “Questa non è più la Davos dei leader di tendenza delle medie potenze tradizionali, il canadese Justin Trudeau, il britannico Boris Johnson, il francese Emmanuel Macron: resteranno tutti a casa, perché cercare di piacere ai ricchi (e agli investitori) ormai è tremendamente impopolare. Stavolta i protagonisti sono i capitani tecnologici della nuova guerra fredda. Forse proprio perché si evitano e, come a Checkpoint Charlie, si guardano in cagnesco”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
La vicenda Gregoretti e gli ultimi sviluppi con Salvini che vota per farsi processare rappresenta il classico suicidio politico per il Pd. E’ la tesi di Stefano Folli che ne scrive su Repubblica. “Ci sono pochi dubbi che Salvini desiderasse un palcoscenico per gli ultimi giorni di campagna elettorale, dove esercitare il suo talento di astuto demagogo con quel tanto di enfasi cinica che lo porta a paragonarsi a Guareschi o a Silvio Pellico e a invocare un “processo politico” che lo coinvolga insieme a tutto il ‘popolo italiano’. Il problema è che questo palcoscenico, compreso di assi, quinte, sipario e persino buca del suggeritore, glielo ha fornito la maggioranza di governo, guidata dal Pd. È raro infatti assistere a un fenomeno così evidente di autolesionismo. In un primo tempo si è cercato di mandare Salvini a processo per l’episodio della nave militare Gregoretti, bloccata in luglio con il suo carico di migranti nel porto di Augusta dall’allora ministro dell’Interno: divieto di sbarco in attesa di accordi con i partner europei. L’accusa: sequestro di persona. Subito dopo si è tentato di rinviare il voto della Giunta per le autorizzazioni a dopo il voto di domenica 26 nel timore che il capo leghista traesse un beneficio elettorale dalla vicenda. E già questo passaggio denota scarsa preveggenza nel valutare i pro e i contro non solo morali del caso. Nel momento in cui si dichiara che Salvini va combattuto sul piano politico e non giudiziario, si fa il contrario. Obiezione: esistono le leggi e le consuetudini e il ministro dell’Interno le ha infrante per spregiudicatezza e ricerca del tornaconto. Può essere senz’altro vero, dal momento che la scorsa estate si è giocata una partita politica sulla testa dei migranti soccorsi in mare dalla nave Gregoretti. Ma il presidente del Consiglio era lo stesso di oggi, sia pure alla guida di una diversa coalizione, e non risultano in quei giorni atti significativi volti a condannare le azioni del ministro o almeno a dissociarsene. Né sembra che obiezioni rilevanti siano venute dal socio di maggioranza, il Movimento Cinque Stelle che di lì a poche settimane avrebbe cambiato alleato. Di fatto una storia seria, ricca di implicazioni politiche e istituzionali, si è trasformata in una bizzarra commedia degli equivoci. Salvini cammina su un filo sottile, ma anche i suoi avversari devono valutare se sia una buona idea eliminare il leader del maggior partito di opposizione in un’aula di tribunale”.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Sul Giornale, Alessandro Sallusti prende spunto da due fatti - uno di politica (la vicenda Gregoretti) e uno di cronaca (l’assoluzione dei cosiddetti furbi del cartellino al comune di Sanremo) - per una riflessione più generale sul sistema giustizia e sulla politica e sui partiti di governo: “La serietà e l’affidabilità di un sistema si misurano dalle piccole cose. E allora mi chiedo: la giustizia che ha toppato sulle mutande del vigile di Sanremo presunto assenteista e furbetto del cartellino – ieri assolto con formula piena perché il fatto non sussiste – è la stessa che ha chiesto, e ieri ottenuto dal Senato, di processare l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini (caso Gregoretti) per sequestro di persona, terremotando la politica e la democrazia? Siccome purtroppo la risposta è: «sì, è la stessa», significa che ci hanno ridotti davvero tutti in mutande. Sono in mutande Pd e Cinque Stelle, che pensavano di processare sì Salvini ma, per non trasformarlo in martire di libertà, solo dopo le elezioni in Emilia-Romagna (per questo ieri non hanno partecipato al voto sul modello Ponzio Pilato). Ma per certi versi è in mutande anche Matteo Salvini, che ieri, votando contro se stesso per drammatizzare gli ultimi giorni di campagna elettorale, se perde le elezioni rischia ora davvero di essere condannato e mettere così fine alla sua brillante carriera politica. E sono rimasti in mutande pure i magistrati, che dopo aver diffuso al mondo le foto del presunto mostro dei furbetti del cartellino men che in déshabillé senza fare le opportune verifiche (e rovinando la vita a lui e alla sua famiglia) ora devono rimangiarsi tutto. C’è una famosa battuta di Woody Allen che recita: «La maturità di una persona la si misura dal modo in cui reagisce svegliandosi una mattina in pieno centro in mutande». Direi che il vigile di Sanremo ha superato la prova con grande dignità. Non sono sicuro che magistrati, Pd e Cinque Stelle sapranno fare altrettanto sul caso Salvini. Andranno avanti come se niente fosse e, incuranti del pubblico decoro, proveranno senza vergogna per la seconda volta - la prima fu con Silvio Berlusconi – a fermare il centrodestra con sentenze e condanne dopo processi col trucco e condotti partigianamente. Al grido di «Lo vogliono le sardine», riproveranno a fare carne di porco delle leggi parlamentari e dei codici penali stando ben attenti a non sporcarsi – come hanno fatto ieri – direttamente le mani. Perché si sa, loro sono democratici, leali, morali, etici, coraggiosi. Ma soprattutto sono dei grandi bugiardi”.
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