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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 20/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Delrio: se perdiamo in Emilia ci saranno conseguenze
«Se perdiamo in Emilia il Governo non cadrà, ma di sicuro ci saranno conseguenze». Lo ammette Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera intervistato sul Corriere della Sera da Tommaso Labate. Le Sardine hanno riempito la piazza di Bologna. Non teme il paradosso reso celebre da Pietro Nenni, «piazze piene, urne vuote»? «Sinceramente no. Le Sardine si stanno dimostrando un grande valore aggiunto per tutti noi. C’è gente nuova che si sta avvicinando alla politica e lo sta facendo grazie a questi ragazzi. Mi lasci dire che non ci sono solo le facce nuove; queste piazze stanno facendo riscoprire la voglia di partecipare a tanti che l’avevano persa». Quanto può valere l’«effetto Sardine» sul voto di domenica prossima? «Penso che potrebbe rivelarsi decisivo per la vittoria di Bonaccini». Nel senso che senza di loro si sarebbe perso sicuro? «Diciamola così: sono certo che l’effetto di questa straordinaria partecipazione, che va avanti ormai da due mesi, si vedrà forte e chiaro nella vittoria del centrosinistra in Emilia-Romagna». A una settimana dal voto, non c’è nulla che permetta di escludere a priori la vittoria di Borgonzoni, e quindi di Salvini. Cosa succede se perdete? «A me non va proprio di fare la parte dell’ipocrita, di quello che dice che se perdiamo sarà tutto come prima. Perché non è così. Certo, il voto è comunque locale e non nazionale, si vota sul rinnovo dei vertici di una Regione. Ma non possiamo nasconderci: se si perde ci saranno problemi». Sta dicendo che il governo, in caso di sconfitta… «Ribadisco che secondo me Bonaccini vincerà, tutti gli indicatori ci dicono che domenica festeggeremo. Ma se dovessimo perdere, ci sarebbero ovviamente tantissime ripercussioni su tutti i fronti. Non cadrà il governo ma non potremmo di certo far finta di nulla». In caso di una vittoria della destra testa a testa, il candidato del M5S, anche prendendo pochissimo, si sarà rivelato decisivo a far vincere Borgonzoni. «Ecco. Non succederà ma è uno scenario che non possiamo escludere, a oggi».
 
Amendola: per missione europea in Libia l’Italia è pronta
«Se le tutte le parti ce lo chiederanno l' Italia è pronta per una missione europea di pace in Libia». Lo afferma il ministro degli Affari europei Enzo Amendola, intervistato sul Corriere della Sera da Federico Fubini all’indomani della Conferenza di Berlino. Gli interessi di Italia e Francia in Libia sono così in contrasto da impedire un’iniziativa comune europea per stabilizzare il Paese? «Sono stereotipi privi di senso. Dobbiamo cooperare nel Mediterraneo e nel Sahel per pacificare e combattere il terrorismo, aiutando i Paesi del Maghreb preoccupati per le interferenze sulla Libia. Italia e Francia devono far rispettare insieme all’Ue le scelte fatte a Berlino. Per fermare indebite pressioni militari esterne». Non c’è contrasto perché all’Italia interessano i giacimenti di idrocarburi del Nord della Libia e alla Francia i minerali rari del Sud? «La Francia è schierata soprattutto per la stabilità e la lotta al terrorismo nel Sahel. Su questo dobbiamo collaborare di più. Per la Total l’estrazione petrolifera in Libia è poca cosa, Eni e Total lavorano insieme a Cipro e nel Libano, il resto sono frottole». Immagina un contingente europeo che faccia peacekeeping in Libia? «Abbiamo già detto che l’Italia è pronta, nel quadro della legalità internazionale e con la condivisione delle parti libiche. Abbiamo più di seimila soldati in missioni di pace, siamo il primo contingente tra gli occidentali in operazioni di peacekeeping. Le nostre responsabilità ce le siamo sempre assunte». Il quadro oggi è più favorevole per un accordo europeo sui migranti? «Martedì avremo a Roma i due commissari competenti, Schinas e Johansson. Le loro prime indicazioni segnano un cambio di marcia. Ci vogliono interventi strutturali, cambiando le regole sull’asilo comune europeo, permettendo l’entrata con corridoi umanitari e dando un impulso ai rimpatri assistiti. Usciamo dal dibattito sugli sbarchi, che non ha portato a nulla».
 
Tridico: serve una pensione di garanzia per i giovani
«La flessibilità rispetto ai 67 anni va garantita, soprattutto se ragioniamo in termini di logica contributiva. Si fissa una linea di età per l’uscita, poi il lavoratore deve essere libero di scegliere quando andare in pensione. Ovviamente con ricalcolo contributivo, come avverrà per tutti dal 2036». Lo afferma il presidente dell’Inps Pasquale Tridico che, intervistato su Repubblica da Valentina Conte, commenta così la proposta dei sindacati di riformare la legge Fornero prevedendo di poter andare in pensione a 62 anni con almeno 20 di contributi senza penalizzazioni. «E’ però necessario – aggiunge Tridico - prevedere pensioni di garanzia per i giovani, coprendo i vuoti contributivi dovuti al lavoro precario». Solo metà della platea stimata dal governo Lega-M5S ha scelto Quota 100 per anticipare la pensione. Si può parlare di flop? «Quota 100 rappresenta una forma di flessibilità sperimentale rispetto alla riforma del 2011, utilizzata sin qui da 150 mila pensionati su 229 mila domande. Anche per questo non sono d’accordo con chi parla di uno ‘scalone’ che si aprirebbe alla sua scadenza, il 31 dicembre 2021. Quota 100 nasce già per risolvere lo scalone creato dalla riforma del 2011, la soglia dei 67 anni. Nel 2022 ci sarà meno esigenza di oggi ad uscire a 62 anni con 38 di contributi. Paradossalmente si potrebbe anche prolungare Quota 100 per due anni, perché il numero di chi ha quel tipo di requisiti si sta asciugando. Se non tutti gli aventi diritto ne hanno usufruito è anche perché andare in pensione dopo aumenta il montante contributivo e quindi la pensione». Quanti soldi si sono risparmiati da Quota 100? Come li utilizzerebbe? «Al presidente dell’Inps compete al massimo l’onere di una proposta, le decisioni sono politiche. Ciò detto mi aspetterei che i risparmi da Quota 100 - 6,2 miliardi nel triennio 2019-2021 rispetto ai 18,6 miliardi stanziati - restino allocati nel settore pensionistico, riprendendo le perequazioni piene, ma soprattutto iniziando a pensare a una pensione di garanzia per i giovani».
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