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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 17/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Calderoli: Cancellato il popolo, torna la Prima Repubblica
La decisione della Consulta cancella la volontà popolare e segna il ritorno alla Prima Repubblica. Lo afferma Roberto Calderoli, padre della proposta leghista sul maggioritario intervistato da Marco Galluzzo per il Corriere della Sera. Calderoli, qual è il suo primo commento? Lei sotto sotto ci sperava, o no? «Hanno cancellato il popolo e i suoi diritti. L’articolo 75 della Costituzione prevede gli argomenti che non possono essere oggetto di referendum, i referendum sono tutti molto manipolativi». Ma se lo dice la Consulta è diverso... «Certo, so che ne hanno discusso a lungo, probabilmente è stata una decisione a maggioranza: il problema è la ricaduta sul Paese, si è sancito il no al fatto che si possa fare un referendum sulla materia elettorale, si ritorna alla Prima Repubblica». Mica crederà che la Corte abbia fatto dei calcoli politici? «Qualcuno aveva paura che se fosse passata una legge del genere il centrodestra avrebbe potuto cambiare la Costituzione anche senza referendum». Sostiene che la sua proposta faceva paura? «Io ho cercato di creare la tempesta perfetta: il referendum che si terrà a giugno sul taglio dei parlamentari e l’altro referendum con l’uninominale secco. Se fosse passato, un giorno dopo ci sarebbe stata la maggioranza a chiedere lo scioglimento della legislatura, avrebbero scelto di andare a votare subito con il Rosatellum». Siete pronti al proporzionale? «Salvini ha detto che siamo pronti anche al proporzionale con determinati requisiti, con uno sbarramento serio: il fatto di avere introdotto il 5% ma con il diritto di platea — che se anche non raggiungi il 5% ma raggiungi il quoziente intero in almeno tre circoscrizioni o in almeno due regioni diverse, almeno per la Camera prendi lo stesso seggi — è un indebolimento di tanto dello sbarramento. Dovendo accontentare Renzi e Leu lo fanno per abbassare o sterilizzare la quota di sbarramento».
 
Verini: Possibile svolta epocale sulla processo breve
Con la riforma Bonafede si può arrivare a una svolta epocale sul processo breve. Lo afferma Walter Verini, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, intervistato da Virginia Piccolillo per il Corriere della Sera. Verini: vi siete «grillizzati?». «Al contrario. Siamo per il giusto processo, che duri 5-6 anni al massimo. E ora che c’è l’occasione unica per averlo non vogliamo sprecarla usando polemiche come clava». Chi impugna la clava? Matteo Renzi? «Che lo faccia Costa (FI) o la Lega per mettere in difficoltà il governo è nel gioco, ma se lo fa Renzi, magari per risalire in sondaggi avari, è grave».  Renzi rivendica di aver votato la proposta Costa per abolire «l’obbrobrio» della riforma Bonafede. «Lui, per ragioni di visibilità, ogni giorno piazza una mina per differenziarsi. Solo che stavolta c’è un problema». Quale? «C’è una novità che lui tace. La concreta possibilità che in tempi ragionevolmente brevi si arrivi alla svolta epocale di un processo celere e con tempi certi. Perché si sofferma solo sulla prescrizione?». Cosa c’è di concreto nella promessa di Bonafede? «Proposte che noi condividiamo, illustrate nel vertice di maggioranza e che il ministro della Giustizia sta scrivendo». Ad esempio? «Riforma delle notifiche, termini fissi per indagini e dibattimento, allargamento del patteggiamento, altra depenalizzazione, giudice monocratico anche in secondo grado, rafforzamento delle sanzioni per l’illecito disciplinare dei magistrati. Se è così, ed è così, perché si parla d’altro?» Forse perché lo stop alla prescrizione è già adesso? «Ma Bonafede ha promesso che nella prossima settimana arriverà il ddl. E il segnale lo abbiamo avuto».
 
Tomasi: Faremo investimenti, ma con revoca concessione è la fine
Tra Autostrade per l’Italia e Governo serve la pace. La società farà nuovi investimenti ma con la revoca della concessione sarebbe la fine. Lo afferma l’ad della società, Roberto Tomasi, intervistato da Roberto Mania e Luca Pagni per la Repubblica. Che ne sarà di Autostrade se il governo revocherà le concessioni? «Senza le concessioni e con l’indennizzo previsto dal decreto Milleproroghe l’azienda andrà in default». D’altra parte le agenzie internazionali di rating valutano già la vostra affidabilità sul debito come junk, spazzatura. Che effetto le fa? «Preoccupazione per il futuro dei settemila dipendenti dell’azienda che lavorano con dedizione e per la possibilità di essere una risorsa per questo Paese. E nonostante tutti gli sforzi che stiamo facendo, non sarà semplice recuperare i downgrading finanziari. Penso che non sempre ci sia consapevolezza della complessità di questa società e del Gruppo Atlantia, delle implicazioni sociali e degli impatti che un’eventuale revoca potrebbe comportare». Questa, però, è anche l’azienda dei report truccati.«Una vicenda deprecabile. Siamo intervenuti rimuovendo i responsabili. Per il resto mi faccia sottolineare la dedizione e lo spirito di servizio con cui lavora la grandissima parte delle persone in questa azienda». Eppure, avete scelto di definire il piano industriale un piano di trasformazione dell’azienda, che evidentemente non è perfetta. Puntate su investimenti e manutenzione. Bene, ma anche l’implicita ammissione di ritardi e manchevolezze da parte vostra. Non crede? «Pensiamo che si debba cambiare per ricostruire la fiducia tra noi e gli utenti, tra noi e il Paese. Il crollo del Morandi è stato uno spartiacque. Una tragedia di assoluta gravità che non poteva non obbligarci a ripensare i nostri processi produttivi e la nostra stessa organizzazione. Questa azienda va trasformata e questo piano strategico vuole esserne la dimostrazione».
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