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Una forzatura senza rete

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 17/01/2020

In edicola In edicola Stefano Folli, la Repubblica
Con la bocciatura ieri da parte della Consulta del referendum elettorale proposto dalla Lega si è conclusa in via definitiva la battaglia per il maggioritario durata circa un trentennio. E’ quanto scrive oggi su Repubblica Stefano Folli, sottolineando che un punto è ormai chiaro: d’ora in poi non avrà più senso proporre altri referendum per cambiare la legge elettorale attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini. La partita torna in Parlamento e lì rimarrà. Purtroppo, continua Folli, l’esperienza insegna che in questa materia le alchimie partitiche non producono buoni risultati. Con l’eccezione del cosiddetto Mattarellum, non a caso figlio della prima stagione referendaria, quando le assemblee legislative recepivano i messaggi dell’opinione pubblica, abbiamo avuto una girandola di sistemi elettorali, alcuni mai applicati e un paio bocciati dalla Corte in quanto incostituzionali almeno in parte. Ora le porte sono spalancate affinché Camera e Senato rimettano mano alla legge Rosato — in vigore ma con scarsa soddisfazione generale — e lavorino per sostituirla. Sul tavolo c’è una prima intesa tra Pd e Cinque Stelle per tentare di far approvare un modello interamente proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento. Senza dubbio la sentenza di ieri semplifica sulla carta una forma di restaurazione in stile prima Repubblica, ma poi bisogna vedere in concreto cosa accadrà. Il proporzionale, certo, diede sostanza al sistema politico per oltre quarant’anni, tuttavia quella Repubblica non esiste più da tempo insieme ai partiti che la incarnavano. Tornare all’antico sulla spinta della Corte, sia pure con un quorum fissato al 5 per cento (ma reggerà nel dibattito?), rischia di essere un’operazione un po’ fuori contesto.  E in ogni caso non può essere appaltata alle sole forze della maggioranza giallorossa.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Non voteremo all’inglese; piuttosto alla tedesca, se la corsa al ritorno al proporzionale continuerà al ritmo in cui è cominciata. Previsto, annunciato e in qualche modo scontato, commenta Marcello Sorgi sulla Stampa, il «no» della Corte costituzionale al referendum elettorale per l’introduzione del maggioritario secco (parlamentari eletti come nel Regno Unito solo nei collegi uninominali) ha archiviato il tentativo del leader leghista e del suo esperto in materia Calderoli di ottenere questo risultato cancellando dal sistema in vigore, il Rosatellum voluto da Renzi nella scorsa legislatura, la quota di due terzi dei seggi di Camera e Senato assegnati proporzionalmente. Secondo i giudici della Consulta, sarebbe stato un referendum troppo «manipolativo». Nel caso di un «sì» - possibile - degli elettori al progetto leghista, la legge ritagliata da una parziale abrogazione del testo attuale non sarebbe stata immediatamente applicabile. Né, per renderla tale, sarebbe stato possibile, come sosteneva Calderoli, utilizzare la delega attribuita al governo per ridisegnare i collegi elettorali dopo il taglio dei parlamentari approvato dal Parlamento, e in prospettiva sottoposto a un altro referendum chiesto da un folto gruppo di senatori. Malgrado la reazione ufficialmente durissima di Salvini, e meno dura dei suoi alleati del centro-destra, il Capitano era il primo a sapere che sarebbe finita così. Ci ha provato, non tanto perché fosse convinto di potercela fare, ma per richiamare ancora una volta l’attenzione sulla necessità, dal suo punto di vista, di tornare alle urne. Una prospettiva a cui la maggioranza giallo-rossa che sostiene il Conte 2 è assolutamente e compattamente contraria, desiderosa piuttosto di cucinare a fuoco lento Salvini, come in realtà ha già cominciato a fare.
 
Massimo Franco, Corriere della Sera
Come scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera, si possono azzardare due considerazioni, dopo la bocciatura del referendum sulla legge elettorale da parte della Corte costituzionale. La prima è che il tentativo di trasformare il sistema in maggioritario puro sapeva di forzatura: l’espressione «eccessivamente manipolativo», usata ieri dalla Consulta per respingere come inammissibile la richiesta, fa capire questo. La seconda è che l’offensiva contro il proporzionale condotta da otto Consigli regionali guidati dal centrodestra, e voluta soprattutto dalla Lega di Matteo Salvini, si è rivelata un boomerang. Da ieri, osserva Franco, la prospettiva che alle prossime elezioni si voti fotografando un sistema frantumato, seppure con una qualche soglia di sbarramento, diventa la più verosimile. Non significa che ci sarà maggiore stabilità, anzi: semmai è il contrario. Si profila un ruolo crescente del Parlamento rispetto al governo, perché le maggioranze probabilmente si potranno formare solo in quella sede; e non prima ma dopo il voto. Il rischio che questo accentui un’inclinazione al trasformismo, già vistosa nelle Camere elette alle Politiche del 2018, non va sottovalutato. Quanto è accaduto nell’agosto scorso, col passaggio rocambolesco da un esecutivo tra M5S e Lega a uno tra grillini e Pd, mantenendo lo stesso premier, Giuseppe Conte, suona come precedente. Ma non si può scaricare sulla Corte costituzionale la responsabilità di un cambio di stagione provocato sia dalla formulazione del quesito presentato da Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e Liguria; sia da un progressivo logoramento delle logiche maggioritarie, che resistono solo a livello locale.
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