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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 16/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Giansanti: intesa Usa-Cina penalizza la Ue
«La firma della ‘fase uno’ del nuovo accordo commerciale bilaterale tra Usa e Cina è certamente un fatto positivo. Ma lo è soprattutto per Usa e Cina, non per l’Europa. Per la Ue occorre aspettare gli esiti della missione a Washington di questi giorni del commissario al commercio Phil Hogan». E’ quanto sostiene il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, intervistato sul Corriere della Sera da Michelangelo Borrillo. Cosa teme? «Una cosa sotto gli occhi di tutti: le politiche commerciali del mondo vengono decise da Usa e Cina, non dalla Ue». E ciò cosa comporta per Europa e Italia? «Attualmente le importazioni agroalimentari della Cina dalla Ue sono pari a circa 130 miliardi di $ l’anno. Dopo la firma Usa-Cina, oltre il 30% del fabbisogno cinese sarà coperto con le maggiori importazioni dagli Usa. E l’Europa dovrà rivolgersi ad altri mercati per esportare. Ma la situazione cambia anche a livello di importazioni». Per quali prodotti? «Con il crollo dell’export verso la Cina, dalla seconda metà del 2018 gli Usa sono diventati il primo fornitore di soia del mercato europeo, con oltre il 70% delle importazioni totali. Con il nuovo accordo tra Usa e Cina, dovremo rivolgerci ad altri fornitori. Ma il vero disastro sarebbe un altro». I nuovi dazi di Trump verso l’Europa? «Esatto. Perché ora sono a rischio le importazioni italiane di vini, pasta e olio d’oliva, ma possono essere anche rialzate le tariffe doganali in vigore su formaggi, agrumi, salumi e liquori. Un vero disastro: l’Italia rischia di perdere posizioni su un mercato, quello delle esportazioni alimentari verso gli Usa, che vale 4,5 miliardi di euro l’anno, il più importante fuori dalla Ue. Negli ultimi mesi del 2019 c’è stato un calo del 30%: a livello annuo potrebbe costare 70 milioni all’Italia. Che, nella vicenda Airbus, non c’entra nulla».
 
Provenzano: serve un nuovo Statuto dei lavoratori
«Dalla riunione del Pd dei giorni scorsi è uscita un’idea nuova di Paese: un’Italia verde, più coesa e competitiva». Ne è convinto il ministro per il Sud e la coesione territoriale, Giuseppe Provenzano, intervistato sulla Stampa da Francesca Schianchi. «Dobbiamo rappresentare – spiega - una vera discontinuità non solo rispetto al governo gialloverde, ma anche rispetto agli ultimi vent’anni, che hanno reso il nostro Paese il più diseguale d’Europa». Franceschini insiste che con il vostro governo c’è già una discontinuità: non basta? «Non basta rispetto alle emergenze del Paese. In Italia c’è un tessuto lacerato: se dobbiamo riprendere un filo con cui tessere una nostra trama, quel filo è il lavoro». Come intervenire sul lavoro? «Anzitutto bisogna crearlo, rilanciando gli investimenti. E bisogna riconoscergli dignità. A cinquant’anni di distanza, ci vuole un nuovo Statuto dei lavoratori. Che sancisca una cosa semplice: a parità di lavoro deve corrispondere parità di diritti e salario. Abbiamo cominciato a rispondere al quesito salariale togliendo tasse dallo stipendio dei lavoratori. Ma servono altri strumenti». Quali? «Bisogna garantire una retribuzione giusta, dando valore erga omnes ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. E serve una riforma fiscale che aumenti la progressività: quando sono nato io, nell’82, le aliquote andavano dal 18% per i redditi bassi al 65 per quelli alti. Nei decenni si sono concentrate invece sulla fascia media. E poi bisogna rivedere il sistema degli appalti e delle gare al massimo ribasso, che scaricano i risparmi sul costo del lavoro». Il Jobs Act va smontato? «Un nuovo Statuto dei lavoratori richiede una revisione complessiva della disciplina del lavoro, che guardi al futuro, al tempo dell’algoritmo».
 
Dessì: nel M5S serve più collegialità
«Non mi sento un ribelle. Ho solo scritto un documento insieme ai colleghi Primo Di Nicola e Mattia Crucioli per chiedere più collegialità, una diversa governance del M5S. Sono sempre stato contrario ai partiti bulgari». Lo afferma il senatore Emanuele Dessì, uno dei tre ribelli anti Di Maio, intervistato su Repubblica da Concetto Vecchio. Il Pd sollecita un patto di legislatura con voi. Conte è d’accordo. E lei? «Bisogna sedersi a un tavolo, non solo col Pd, ma con tutti i mondi progressisti e riformisti. Per anni ci siamo guardati in cagnesco e restiamo diversi in tante cose. Ma è venuto il momento di progettare le cose da fare nei prossimi anni». Esattamente quello che non vuole fare Di Maio. «No, Di Maio, vuole che rimaniamo alternativi a tutti i partiti storici, mantenendo la nostra identità. Ed è giusto così. Io, per dire, sono contrario agli accordi elettorali. Se si farà una legge proporzionale non ci sarà bisogno di fare patti elettorali. Ma abbiamo molte più cose in comune con il mondo progressista che con quello della destra. I loro leader Renzi, Gentiloni, D’Alema e Bersani, beh, li abbiamo combattuti, ma il popolo che li vota è molto simile al nostro. Con quei mondi dobbiamo dialogare». Pensa che il progetto di Zingaretti di apertura alla società civile possa andare in porto? «Spero che sia intellettualmente onesto e vada fino in fondo. E che non sia la solita riverniciata». Cosa vi unisce? «L’ecologia, le battaglie sociali. Sia il Pd che noi stiamo per cambiare. E’ l’occasione più propizia per sedersi un tavolo». E cosa vi divide ancora? «Nel rapporto con gli elettori, nel rapporto con i costi della politica. Noi dopo due legislature andiamo a casa, mentre loro hanno ancora rappresentanti eletti negli anni Ottanta. Noi restituiamo parte dello stipendio e non prendiamo rimborsi elettorali».
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