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Il nodo restano le regole

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/01/2020

Il nodo restano le regole Il nodo restano le regole Giorgio Barba Navaretti, Il Sole 24 Ore
“Un’uscita a basso costo dal vicolo cieco della guerra commerciale, che però sancisce l’impossibilità del protezionismo”. Sul Sole 24 Ore Giorgio Barba Navaretti commenta così l’accordo firmato ieri da Usa e Cina, che “non risolve certamente le controversie tra i due paesi ma ferma, per ora, un’escalation di scellerate misure protezionistiche e ritorsioni, con grande beneficio per l’economia globale”. Secondo Barba Navaretti, per capire questa ‘fase uno’ bisogna immaginare di mangiare “una torta multistrato con la glassa in superficie, poi la frutta, la crema e infine il pan di Spagna. Per ogni strato una nuova prospettiva e chiave di lettura. Primo strato, le misure: un’apparente vittoria per entrambi i contendenti perché entrambi hanno ottenuto qualcosa. Ma sotto c’è tutto quanto non è stato risolto e che potrebbe essere pericolosa fonte di future controversie. Secondo strato, frutta amara e potenzialmente esplosiva. La Cina non ha fatto concessioni sull’uso dei sussidi per sostenere i propri esportatori e gli americani mantengono comunque un livello dei dazi elevato. Terzo strato, la crema. Questa dolce, almeno per chi crede nel libero mercato: si è arrivati ad un accordo perché per entrambi i costi del protezionismo sono insostenibili. Infine, ultimo strato, il pan di Spagna. Il confronto Usa-Cina dimostra quanto il protezionismo sia impossibile per economie fortemente integrate. Ma i problemi non ancora risolti covano sotto la cenere. L’ascia di guerra verrà definitivamente sotterrata solo se i grandi attori dell’economia globale torneranno a sedersi insieme in un’ottica cooperativa. Per esempio Ue, Giappone e Usa hanno iniziato al Wto un’azione congiunta per ampliare la definizione di aiuto di Stato in modo da limitare attraverso questa strada, certo più istituzionale dei ruggiti trumpiani, gli interventi cinesi a supporto delle proprie imprese. Cercare di portare la Cina verso un nuovo sistema di regole condiviso da tutti è forse il modo più efficace per contenerne le mire di conquista commerciale. Solo quando Usa e Cina accetteranno di spostarsi su questo piano negoziale finirà il tempo delle guerre commerciali”.
 
Carlo Verdelli, Repubblica
Il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, difende con forza il titolo di apertura di ieri del suo giornale (“Cancellare Salvini”), usato in campagna elettorale dal leader della Lega per dirsi minacciato. “Matteo Salvini sa leggere e ha capito benissimo il senso del titolo di prima pagina. D’altronde, non era difficile. Sotto un occhiello arancione bello grosso, «Immigrazione», la scritta «Cancellare Salvini» era la sintesi di un’intervista al capogruppo Pd alla Camera Delrio sul tema delle politiche migratorie, a partire dai decreti sicurezza pretesi proprio dalla Lega. Delrio sosteneva che tutto l’impianto che ha trasformato l’Italia in una terra di respingimenti andava cambiato, e al più presto. Da qui la sintesi: eliminare tutta la scia di disumanità lasciata in eredità da Salvini, cancellare la spirale di paure contro lo straniero da lui fomentata con brutale insistenza. Questo e non altro era il senso, e Salvini l’aveva capito benissimo. Ma in campagna elettorale vale tutto, per Salvini almeno, e così, da un palco di Casalecchio di Reno, ha trasformato l’attacco di un esponente della maggioranza di governo alla sua linea sovranista, nazionalista e anche razzista, in una minaccia alla sua persona, in una «istigazione alla violenza senza precedenti», agitando la prima pagina di Repubblica come fosse un manifesto di caccia all’uomo. Non era, con tutta evidenza, un wanted in stile Western. Ma a lui serviva farlo credere. E per tutto il giorno, fino a notte, e probabilmente ancora oggi e domani, è questo giornale che è diventato il mostro da cacciare. Buona continuazione, senatore. Nella speranza che vengano tempi più seri. Con la certezza che Repubblica, come ama ripetere lei nelle sue citazioni nostalgiche, non arretrerà di un millimetro”.
 
Aldo Cazzullo, Corriere della Sera
Partendo dallo sciopero contro la riforma delle pensioni voluta da Macron, già oggi il più lungo della storia francese, Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera si interroga sul ciclico malessere che colpisce la Francia. “Resta da capire perché ogni 25 anni la Francia esploda. E’ vero che la storia del Paese non procede per riforme ma per rivoluzioni, non per aggiustamenti ma per strappi. Però perchè tanta rabbia, tanto malcontento e tanta violenza? La Francia è uno dei Paesi più patrimonializzati, cioè più ricchi, del mondo. Ogni anno passa di mano all’interno delle famiglie una ricchezza stimata al 15% del Pil: 375 miliardi. Ha l’arma atomica, le centrali nucleari, un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza Onu, un sistema politico che garantisce stabilità. Allora, cosa le manca? A ben vedere, gli apparenti fattori di forza sono gli stessi della fragilità francese. Il sistema semipresidenziale semplifica la politica, consegna i pieni poteri anche a chi ha avuto al primo turno solo il 24% (Macron nel 2017) o addirittura il 19,9 (Chirac 2002); ma poi lasciano il presidente solo, arroccato a Palazzo, contro una società scontenta. L’influenza della Francia nel mondo è in calo, le vestigia della perduta grandezza sono lì a ricordare che dell’Impero non resta molto più di nulla, anche nelle ex colonie si parla inglese, e in Africa l’esercito saltella di capitale in capitale a tamponare con crescente fatica l’epidemia islamista. Ma il grande malessere della Francia non è solo legato alla perdita di peso internazionale, o allo squilibrio tra le luci sfavillanti di Parigi e la mestizia di alcune aree un tempo ricche. E’ anche una crisi di identità. La Francia non sa bene chi è, quale sia il suo ruolo del mondo; e soprattutto non capisce perché da anni i presidenti non chiedano che sacrifici”.
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