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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 15/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Prodi: non intendo tornare in campo
«Non intendo a tornare in campo. Lei sa che sono più di undici anni che sono fuori dalla politica. In questo tempo non mi sono mai esposto per alcuna carriera, per nessun incarico e per nessun ruolo. E così continuerò a fare per il futuro. Però continuerò sempre ad esprimere le mie idee e le mie riflessioni. Se la Provvidenza mi conserverà la salute credo sarà utile come esercizio mentale a me, e forse a qualcun altro». Così dice l’ex premier Romano Prodi intervistato da  Stefano Scansani su La Stampa. Presidente gliel’hanno già chiesto, ma io ci riprovo: dicono che all’origine delle Sardine ci sia lei, è vero? «No, purtroppo non è vero. Avrei voluto essere all’origine delle Sardine che hanno creato un clima molto, molto particolare. È per questo chela Lega vuole prendere l’Emilia. Perché da noi è nato l’Ulivo, è nato il Vaffa! Anche Grillo cominciò in Emilia. Questa è una regione che è di per se stessa un laboratorio. E nonc’è bisogno che Prodi organizzi niente». Sempre l’Emilia, sempre Bologna. Qui c’è l’incubatrice nazionale dei sommovimenti più che dei movimenti. È d’accordo? «Movimenti, non sommovimenti. Altrimenti sembrerebbero animati o finalizzati alla violenza. Questa è una regione dove la gente amava e spero continuerà ad amare lo stare insieme. E dove si sta insieme è facile che si producano i movimenti». La Lega promette di liberare l’Emilia-Romagna. Da chi e da che cosa? Lei come risponderebbe a Matteo Salvini? «Da che cosa intende liberarla? Da un buongoverno? Questo è il punto. L’Emilia-Romagna cresce più delle altre regioni italiane, ha meno disoccupati, ha un’occupazione femminile che non ha confronti, ha speso bene tutti i soldi europei, ha conseguito investimenti nuovi dall’estero, la sanità che da sola, come in tutte le regioni, è la più elevata voce di spesa richiama migliaia di pazienti che qui vogliono farsi curare».
 
Delrio: Serve una nuova legge sui migranti
«Dopo la legge di bilancio – afferma Graziano Delrio intervistato da Annalisa Cuzzocrea su Repubblica – è arrivato il momento di intervenire sui decreti Salvini. Partendo dalle cose che sicuramente condividiamo e che abbiamo già scritto: accogliere i rilievi fatti dal presidente della Repubblica e scrivere una nuova legge sull’immigrazione che superi l’emergenza e affronti il problema dal punto di vista strutturale. Con decreti flussi, persone che arrivano con nome e cognome, viaggi regolati dalle ambasciate e non affidati a scafisti senza scrupoli». L’impressione è che stiate di nuovo subendo le scelte dei 5 stelle. I rilievi del presidente riguardano il secondo decreto, la questione della chiusura degli Sprar il primo. Il Pd avrà il coraggio di affrontarli entrambi, nonostante Di Maio dica che loro non ci stanno? Di togliere le multe a chi salva vite in mare, invece che limitarsi ad abbassarle come se a essere inaccettabile non fosse lo stesso principio di sanzioni per i soccorritori? «Per noi la parte immigrazione di quei decreti è totalmente sbagliata, il giudizio politico del Pd su questo è netto e chiaro. Sulla necessità di ripristinare il sistema degli Sprar c’è grande condivisione anche nel gruppo parlamentare M5S. Dovremo fare anche quello». Ma Dario Franceschini ha proposto di accontentarsi delle modifiche soft studiate dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, per poi ottenere di più in Parlamento. Come al solito, dopo. «Non credo nessuno si voglia accontentare . Il dovere di chi governa è valutare gli effetti delle cose che sono state fatte: l’aumento della clandestinità, l’assenza di percorsi legali, sono storture da correggere». Siete uniti su questo? «Non è in discussione il nostro no ai decreti sicurezza, è in discussione da dove partire per cambiarli».
 
Moccaldi: nessuna prova che il cellulare provochi il cancro
«Non c’è evidenza scientifica consolidata che le onde elettromagnetiche del cellulare siano cancerogene, come sostenuto dalla Corte d’Appello di Torino, ma è  ugualmente consigliabile usare l’auricolare». A dirlo è Roberto Moccaldi, responsabile della Medicina del Lavoro del Cnr, intervistato da Margherita De Bac sul Corriere della Sera. «I dati disponibili sulla base delle ricerche degli ultimi 30 anni – prosegue Moccaldi – suggeriscono che l’uso dei telefoni cellulari non sia associato all’aumento del rischio di tumori. Lo ha ribadito solo pochi mesi fa l’Istituto Superiore di Sanità. I miei autorevoli colleghi affermano che le radiofrequenze non possono causare neoplasie nelle zone più esposte del corpo durante le chiamate vocali». Se le prove scientifiche mancano davvero, come mai i giudici torinesi hanno affermato il contrario? «I consulenti tecnici del tribunale evidentemente hanno fatto riferimento ai pochi studi che dimostrano l’esistenza di rischi legati all’uso dei telefonini. Questi studi costituiscono la nettissima minoranza rispetto a una massa di informazioni che invece smentiscono l’ipotesi di pericolo per la salute. Siamo comunque l’unico Paese al mondo ad aver riconosciuto la malattia professionale da telefonino a dispetto dell’evidenza. Dopo aver seguito nel tempo i comportamenti di centinaia di migliaia di persone non abbiamo registrato nel complesso un aumentato rischio oncologico tra chi usa il cellulare e la popolazione non esposta alle onde elettromagnetiche». I dati raccolti finora sono sufficienti? «Altre ricerche sono in corso ma non ci aspettiamo sorprese. Sono convinto che confermeranno i risultati». Cos’altro dice il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità? «Chiarisce che i notevoli eccessi di rischio osservati in alcuni studi non sono coerenti con l’andamento temporale dei tassi di incidenza dei tumori cerebrali che non hanno risentito del rapido aumento dell’esposizione».
 
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