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Il Vaticano e i giochi dei faziosi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 15/01/2020

Il Vaticano e i giochi dei faziosi Il Vaticano e i giochi dei faziosi Massimo Franco, Corriere della Sera
Non è la prima volta in quasi sette anni – ricorda Massimo Franco sul Corriere della Sera – che Francesco e Benedetto mostrano di avere vedute non identiche: anche in materia dottrinale. Sono diversi in molte cose. In modo semplicistico, Jorge Mario Bergoglio viene etichettato come «moderno», mentre Joseph Ratzinger sarebbe «tradizionalista». Eppure, entrambi sanno che la loro coabitazione concorde ai vertici della Chiesa ha del miracoloso; ed è un bene troppo prezioso per essere sgualcita dalle polemiche. E tutti e due non possono e non vogliono incrinare un’unità già messa a dura prova da divisioni che la rinuncia di Benedetto XVI nel 2013 ha rivelato e drammatizzato; e che il pontificato di Francesco non ha sanato. Le tensioni emerse in queste ore sul celibato dei sacerdoti tra quelli che impropriamente vengono definiti «i due Papi» sembrerebbero capaci di guastare la loro coesistenza pacifica. Eppure, ancora una volta la diversità innegabile tra le due figure apicali della Chiesa cattolica è destinata a non trasformarsi in conflitto. Un libro francese del cardinale conservatore Robert Sarah è stato strumentalizzato, facendolo apparire come scritto a quattro mani insieme con Benedetto, che aveva solo concesso un suo testo teologico su richiesta insistente di Sarah, e letto le pagine del cardinale. Tanto che ieri è stato chiesto di far cambiare la copertina e di eliminare la «firma» di Benedetto: richieste accettate. Ma, al di là del pasticcio editoriale e dei suoi contraccolpi nei precari equilibri interni vaticani, l’episodio è rivelatore. Conferma quanto sia soggetta a forzature e strappi la lotta tra «progressisti» e «conservatori». E quanto, sia nello schieramento di Francesco che in quello di Benedetto, agiscano manipoli di pretoriani decisi a trasformare il loro rapporto dialettico ma sempre leale in uno scontro tra fazioni.
 
Stefano Cappellini, la Repubblica
Come rimarca Stefano Cappellini su Repubblica, il Partito democratico era nato per essere un partito di grandi numeri. Vocazione maggioritaria, si chiamava ai tempi della fondazione. Ma il Pd attuale, precipitato al 18 per cento dall’ultimo Renzi e risalito poco più su nelle prove recenti, è molto lontano dall’obiettivo. Oggi la domanda cruciale è piantata nel deserto di questa distanza: i dem coltivano ancora l’ambizione di tornare a quei livelli di consenso o ritengono che questo Pd non abbia più la forza per riuscirci e debba dunque trovare altre soluzioni? A favore della prima tesi depone l’idea di Nicola Zingaretti di trasformare il prossimo congresso in una occasione di rifondazione della missione e dell’identità del partito. A favore della seconda tesi, però, c’è l’insistenza con la quale si cerca di trasformare l’intesa con il M5S, così estemporanea da dare vita al governo più accidentale della storia repubblicana, in una stabile e duratura coalizione politica. Una insistenza surreale, peraltro, dato il no che i vertici M5S continuano a opporre alle offerte di alleanza. I teorici del matrimonio a tutti i costi spiegano che il no dei grillini conta poco o nulla. Ma la realtà dice che  il M5S, nonostante i suoi contorcimenti e giravolte, continua a difendere l’impianto di tutte le leggi approvate in era giallo-verde, su tutti i decreti Salvini. I grillini continuano a sbandierare la propria immagine di forza anti-sistema, ormai grottesca ora che da due anni hanno facoltà di governare il Paese. La visione che il M5S continua a esprimere su giustizia, politica industriale, istituzioni e fisco non entrerebbe neanche nell’anticamera di una qualunque forza progressista occidentale. Come, su queste basi, il Pd possa convincere gli elettori di essere il motore di un nuovo riformismo non è facile vedere.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
Se venerdì deciderà per la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, il go-verno Conte II avrà compiuto il suo atto politico più rilevante. È un atto politico – sostiene Alberto Mingardi su La Stampa – che afferma una cultura precisa: una cultura politica che ritiene l’impresa privata un male forse necessario, ma da circoscrivere per quanto possibile. La revoca non era un esito inimmaginabile, nella vicenda del Ponte Morandi. Il crollo di un viadotto non può restare senza un responsabile: ma le responsabilità, appunto, devono essere accertate, argomentate, provate. Se si arriva alle revoca, oggi, non è perché il controllore è riuscito a dimostrare inadempienze e malafede del controllato. A pensar male si fa peccato, ma siamo a un passo dalle elezioni regionali. La maggioranza è in crisi di consensi. Servire al pubblico votante la testa di Autostrade su un piatto d’argento somiglia molto a una strategia elettorale. Sono tre le questioni che la revoca apre, e sulle quali non sembra ci siano risposte convincenti. Come pensa il governo di risolvere il contenzioso con la società? Che cosa succede, il giorno dopo, alla rete gestita da Aspi? Che conseguenze ha, la revoca, per le altre concessioni e le regole che le presidiano? Riguardo il primo punto, è improbabile che Atlantia assista senza proferir parola a una decisione che mette a rischio il futuro della società. La concessione prevede un risarcimento alla società in caso di recesso o revoca del contratto. Il governo è sicuro di avere prove inoppugnabili? Riguardo al secondo punto, per l'Anas sarà difficile farsi carico di tutti gli oneri della rete autostradale. I dipendenti di Aspi dovranno essere riassunti, in virtù della cosiddetta «clausola sociale». Infine, come cambierà il regime delle concessioni? Si vuole davvero statalizzare tutto? Non avrebbe senso semmai immaginare nuove gare, cercando di importare le migliori prassi europee? 
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