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Oggi hanno detto

Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 14/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Breni: mai pace in Libia se non coinvolgete le tribù
«Siamo stati esclusi anche dalla Conferenza di Berlino. Ma resto convinto che ogni meeting internazionale sulla Libia che non veda la partecipazione delle tribù libiche non rappresenta la realtà della Libia. E pertanto non porterà ad alcuna soluzione positiva». Lo afferma Ajeli Breni, ex ambasciatore libico in Spagna e coordinatore del Forum delle tribù libiche, intervistato sul Sole 24 Ore da Roberto Bongiorni. Qual è la vostra posizione in merito alla presenza di truppe straniere in Libia? «Noi libici siamo contrari a qualsiasi presenza militare straniera. Che siano russi, turchi o altro. Vogliamo e dobbiamo sederci e risolvere i problemi tra di noi, sotto la supervisione dell’Onu e di altre organizzazioni capaci di aiutarci. Ma, ripeto, farlo tra di noi». La società libica è a base tribale. Le tribù hanno sempre giocato un ruolo di primo piano. Perché i Paesi europei e le organizzazioni internazionali sembrano ignorarvi? «Mi spiace dirlo, ma i Paesi che stanno lavorando oggi per risolvere il problema libico sono in parte quelli che hanno demolito la Libia, tramite la Nato, nel 2011. Da allora sono passati otto anni, e in tutto questo arco di tempo non sono riusciti a trovare una soluzione! Non conosciamo la ragione per cui hanno escluso il Forum delle tribù da tutte le conferenze ed i vertici sulla Libia che si sono succeduti negli ultimi anni; Ginevra, Parigi, Roma, Tunisi. Anche a Skhirat nel 2015. Un vertice molto importante, in cui però è stata individuata una soluzione che si è rivelata negativa». Ma qual è, in concreto, la soluzione secondo voi? «Romano Prodi, con cui abbiamo avuto molti incontri sin dal 2011 ed ha fatto davvero molto per noi, è sempre stato chiaro. A suo avviso sono i libici che devono risolvere il problema libico. Facendolo attraverso le tribù, non certo attraverso i Paesi stranieri. La nostra soluzione è una grande conferenza che includa tutte le diverse anime della Libia».
 
Misiani: quest’anno taglio del cuneo per i redditi medi
Per aiutare le fasce più disagiate della popolazione il Pd spinge per una riforma Irpef che dovrà vedere la luce nelle sue linee guida entro aprile con la presentazione del Def. Ci sta lavorando anche il viceministro dell’Economia Antonio Misiani, intervistato in merito da Carlo Bertini sulla Stampa. Cosa volete fare sul fisco? «Nel 2020 interverremo per abbassare le tasse ai lavoratori dipendenti, tagliando il cuneo fiscale. L’ipotesi è di farlo innanzitutto a favore dei redditi medi, esclusi dal bonus di 80 euro e gravati da un’aliquota marginale Irpef molto elevata. In concreto ciò vuol dire ridurre le tasse fino a 1000euro l’anno per 4,5 milioni di contribuenti. Stiamo valutando poi gli spazi per aiutare anche chi oggi prende il bonus, che sono 10 milioni di lavoratori. Discuteremo tutto in maggioranza e con le parti sociali». Ma sull’Irpef che farete? «La riforma dell’Irpef è complessa, saranno necessari mesi di lavoro. Bisogna partire dalle criticità dell’imposta. La prima, il peso eccessivo sui contribuenti del terzo scaglione, quelli che guadagnano dai 28 mila a 55 mila euro annui, su cui grava un’aliquota marginale del 38% rispetto al 27% del secondo scaglione. L’altra criticità è l’affastellarsi di detrazioni e deduzioni fiscali, che vanno razionalizzate, senza toccare i pilastri come i mutui, le spese sanitarie, quelle scolastiche, i bonus per l’edilizia. E poi c’è la necessità di riorganizzare e unificare in un assegno universale per le famiglie gli strumenti di sostegno per i figli a carico, detrazioni Irpef, assegno per nucleo familiare, maggiorazione per famiglie numerose e bonus bebè. Come si vede un lavoro complesso, per il quale bisogna simulare un impatto sui singoli contribuenti. L’obiettivo, in ogni caso, è alleggerire il carico e renderlo più equo».
 
Buffagni: se qualcuno s'innamora del Pd può anche traslocare
Le nozze tra M5S e Pd non s’hanno da fare. Lo sostiene il grillino Stefano Buffagni, sottosegretario allo Sviluppo economico, intervistato sul Corriere della Sera da Monica Guerzoni. Il premier Conte lavora a un «processo politico» tra M5S e Pd. Lei è pronto? «Nel merito io lavoro bene con il Pd, come con la Lega, ma noi siamo una cosa diversa. In Parlamento abbiamo già iniziato un percorso dando vita a questo governo. Ma il M5S deve ritrovare se stesso». Il proporzionale non vi spingerà ad allearvi, come spera Franceschini? «Non condivido la sua lettura, singolarmente le forze politiche possono raccogliere maggior consenso. Questo governo deve lavorare con un orizzonte temporale, ma valorizzando anche le differenze. Se poi qualche mio collega si è innamorato di colpo del Pd, può anche traslocare». Non è che rimpiange l’alleanza con Salvini? «No, lei si fiderebbe ancora di uno che tradisce così? Però vorrei fidarmi un po’ di più anche del M5S, invece anche da noi c’è sempre qualcuno che cerca di differenziarsi. Il M5S raccoglie consenso quando ha una linea chiara e il coraggio delle decisioni. Se invece su ogni cosa si cercano distinguo per ritagliarsi spazio politico, gli italiani si stufano e si perdono voti». Come fermerete la fuga di parlamentari attratti da Eco, il progetto di Fioramonti? «Chi ha spinto Fioramonti sulla poltrona di ministro della Scuola deve assumersi la responsabilità del fallimento. Parliamo di uno che non ha rispettato l’impegno di tagliarsi lo stipendio. Uno che manda la lettera di dimissioni sperando che venga respinta forse pensava di giocare, non di governare il Paese». Di Maio lascerà a una gestione collegiale? O condividerà la guida con una donna? «Qualsiasi scelta deve garantire che si prendano decisioni. Non possiamo rivedere il direttorio in versione 2.0».
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