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Lo Zar comanda nel Mare Nostrum

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/01/2020

Lo Zar comanda nel Mare Nostrum Lo Zar comanda nel Mare Nostrum Andrea Bonanni, Repubblica
“Se oggi il generale Haftar firmerà gli accordi di Mosca, la Russia avrà vinto la propria battaglia di Lepanto e potrà considerarsi la nuova padrona del Mediterraneo. Ma anche se si dovesse aspettare fino al vertice di Berlino il risultato cambierebbe di poco e vedrebbe l’Europa ridotta a fare da notaio di un contratto negoziato altrove, tra due fieri avversari della Ue e dei suoi valori: Putin ed Erdogan". Andrea Bonanni su Repubblica legge in questo modo la crisi libica. "Ormai gli equilibri geostrategici nel Mediterraneo sono cambiati. Putin ha riempito, prima in Siria e ora in Libia, il vuoto militare e politico lasciato dalla ritirata americana, gestita da Trump tradendo prima le milizie anti Assad, che sono finite nell’orbita turca, poi i curdi siriani, salvati dall’intervento di Putin che ha fermato i carri di Erdogan, infine abbandonando al proprio destino il governo legittimo di Sarraj per benedire l’offensiva di Haftar sponsorizzata da Mosca. Putin ha vinto la sua battaglia per il predominio del Mediterraneo con uno sforzo militare irrisorio rispetto alla posta in palio. Merkel, con il consueto realismo, lo ha capito subito ed è andata a Mosca per trattare direttamente con lui i tempi e i modi della Conferenza di Berlino. L’obiettivo della Cancelliera è stato di restituire all’Europa un simulacro di ruolo politico nella regione, ma soprattutto di ribadire ancora una volta la centralità della Germania nella Ue. In realtà il fatto che la soluzione della crisi libica arrivi nella capitale tedesca, dopo due vertici fallimentari e concorrenti organizzati dalla Francia e dall’Italia, sottolinea anche le responsabilità di Parigi e di Roma, la cui rivalità per anni ha bloccato l’azione dell’Europa in Libia. Il messaggio che Merkel manda ai partner Ue è che solo la Germania, oggi, riesce a muoversi come stato sovrano facendosi però anche carico di una visione europea complessiva”.
 
Venanzio Postiglione, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Venanzio Postiglione ripercorre con amarezza le tante riforme della legge elettorale, il cui “obiettivo è sempre lo stesso: l’abito su misura, cioè il sistema che possa far vincere (o non perdere), il meccanismo che favorisca le alleanze (dove non ci sono) o le soffochi (dove ci sono), il metodo che forse contraddice il passato ma chi se lo ricorda più. Sono passati 30 anni dal referendum del ’91 che doveva cambiare l’Italia. Craxi invitò tutti ad andare al mare. Invece arrivò come una benedizione il Mattarellum: maggioritario più una quota di proporzionale. Poiché funzionava e garantiva l’alternanza, è stato abolito. Sul Porcellum dice tutto il nome. L’Italicum è rimasto un’idea. Il Rosatellum (Rosatellum bis, per i numerosi addetti ai lavori) è il sistema in vigore, così flessibile e generoso che ha consentito prima il governo Lega-M5s e adesso M5s-Pd, ammesso che sia finita qui. Domani o giovedì la Consulta decide se ammettere il referendum chiesto da otto regioni a guida centrodestra, con la spinta decisiva della Lega per abolire la parte proporzionale e lasciare solo il maggioritario. Se la Consulta respinge la richiesta, il Rosatellum sopravvive (per ora). Se dovesse dare il via libera, referendum ammesso, si aprirebbe l’epoca della fibrillazione per il governo e la stessa legislatura. Una sorta di bomba a tempo. Non solo. Cinque giorni fa, la maggioranza ha trovato un primo accordo: il proporzionale con sbarramento al 5%. L’intesa ha un obiettivo su tutti: raffreddare il vulcano M5S e far respirare grillini e governo. Ci sarebbe anche il doppio turno, che consentirebbe una prima battuta più libera e una seconda con le alleanze e che per di più funziona perfettamente con le elezioni dei sindaci dal lontano ‘93. Ma è troppo razionale. Non è costruito per qualcuno o qualcosa. Arriverà la decisione della Consulta. E, in un senso o nell’altro, si riaprirà l’arena. Rumorosamente e inutilmente”.
 
Federico Geremicca, La Stampa
Sulla Stampa Federico Geremicca commenta il ritiro dei vertici del Pd nell’abbazia di Contigliano per tratteggiare il futuro del partito. “Il Pd sembrerebbe alla vigilia di scelte importanti. Si potrebbe aggiungere: forse non più rinviabili. Di fronte alla vera e propria rivoluzione di linguaggio, toni e programmi operata dalla destra è infatti evidente l’usura di una controricetta tradizionale, arricchita da un po’ di modernismo e di europeismo rassicurante. Provare a innovare, insomma, è giusto. E anche immaginare scelte coraggiose è certamente opportuno. Dopodiché, è chiaro che sull'efficacia della ‘rivoluzione’ peseranno molti fattori. A oggi, sono già evidenti i due più importanti: il risultato delle elezioni in Emilia-Romagna e la correttezza delle analisi di partenza. Del voto del 26 gennaio si è ormai detto tutto e molto si è scritto anche delle possibili conseguenze. Ma il voto avrà una sua forza che si imporrà comunque. Diverso invece il discorso circa l’analisi da cui partire per dar sostanza alle necessarie novità. Ieri, aprendo i lavori, Franceschini ha proposto con molta nettezza la sua: è stato giusto fare questo governo e l’alleanza col M5S va rinsaldata. Poi ha aggiunto due note polemiche. La prima un po’ contraddittoria: «La coalizione tra avversari politici non può funzionare». La seconda, invece, paradossale: «Smettiamola con questa idiozia della mancata discontinuità». Tesi difficile da sostenere di fronte a qualsiasi comune cittadino. Comunque sia, il cammino sembra avviato e il Pd farebbe bene a non interromperlo. L’anno di governo gialloverde, infatti, poteva essere l’occasione per ripartire, ma non è stata colta: e questo esecutivo non sta dando i risultati sperati. Non ci saranno molte altre opportunità. Come la sinistra italiana sa assai bene, la storia punisce chi arriva in ritardo”.
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