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Gli errori (a sinistra) sulla Libia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 13/01/2020

Gli errori (a sinistra) sulla Libia Gli errori (a sinistra) sulla Libia Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli ripercorre gli ultimi anni di politica estera italiana in Libia e punta il dito contro gli errori della sinistra. “Troppo facile - scrive - ironizzare sulle prestazioni di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio alle prese con la crisi libica. E sì che la sinistra italiana ha con il dossier libico una robusta consuetudine dal momento che con esso si è abbondantemente misurata negli anni di governo della passata legislatura. Il Pd ha dato l’impressione — nell’ultimo governo, presieduto da Gentiloni, quasi interamente suo e in quello attuale, il Conte II — di considerare il dicastero degli Esteri sacrificabile, per così dire, alle alleanze. Ai tempi di Gentiloni lo affidò ad Angelino Alfano, un politico adatto probabilmente a molti altri ruoli ma assai meno a quello di comandante in capo della politica estera italiana. Poi, nello scorso agosto, quando si è passati dal Conte I al Conte II, il Pd, pur di non riconoscere a Di Maio il diritto ad occupare il posto tutto sommato ornamentale di vicepresidente del Consiglio, ha accettato senza batter ciglio che gli fosse affidata la poltrona di guida della Farnesina. C’era il problema, si disse allora, di sottolineare in qualche modo la discontinuità tra i due «Giuseppi». Con quella scelta però il Pd — oltre a consegnare gli Esteri in mani inesperte — ha inavvertitamente contribuito a terremotare il M5S mettendo il leader grillino in una posizione per la quale era ad ogni evidenza impreparato e inadeguato. Fosse stato alla guida di un dicastero che lo esponeva a un minor numero di gaffe e passi falsi, Di Maio sarebbe stato più credibile come capo di partito, anche dopo l’insuccesso delle elezioni europee. Le conseguenze si vedono adesso. Difficilmente, se verrà ridimensionato o buttato fuori dalla cabina di guida della compagine pentastellata, il giovane leader di Pomigliano potrà essere considerato più solido, più autorevole, un politico in grado di tenere le redini della nostra politica estera. L’inesorabile storia dei doppi incarichi (da quello di Amintore Fanfani nel 1959 a quello di Ciriaco De Mita trent’anni dopo) insegna: quando si è costretti a cedere il proprio ruolo nel partito, si perde anche quello nel governo”.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
La sinistra italiana e i conti con l’eredità di Craxi. Alessandro Sallusti, sul Giornale prova a fare una sintesi del dibattito di questi giorni. “Le celebrazioni per il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, avvenuta in esilio ad Hammamet, ripropongono il tema di che cosa sia la sinistra italiana e di che cosa avrebbe potuto essere se il socialismo liberale e riformista immaginato da Bettino non fosse stato osteggiato e combattuto dai cugini comunisti prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. La storia ha dimostrato che Craxi aveva visto giusto e lontano, anche se da quelle parti in pochi sono disposti a riconoscerlo. Anzi, non contenti dei fallimenti e dei danni provocati in questi anni, c’è chi propone di spostare ancora più a sinistra il baricentro del Pd dopo la breve virata renziana verso lidi più moderati e moderni. In tal senso, almeno per quello che si capisce in queste ore, viene infatti letto l’annuncio dell’attuale segretario Zingaretti di volere rifondare il partito e reimbarcare gli scissionisti di Liberi e Uguali (Bersani, Grasso, Boldrini e soci). Un nuovo grande Partito Comunista, sia pure camuffato con spruzzate formali di modernità, si profila quindi all’orizzonte della politica italiana. La cosa non mi stupisce, né ho mai creduto che il Pd potesse essere o diventare - se si esclu- de la brevissima parentesi del Renzi rottamatore - un partito davvero riformista. Del resto Zingaretti nasce e si forma nel Pci come la maggior parte degli attuali dirigenti - e di fondo comunista resta. Il marchio di fabbrica «falce e martello» è indelebile nel cuore, nell’anima e quindi anche nella testa. In questi ultimi trent’anni hanno cambiato i nomi dei loro partiti e nascosto i simboli storici, ma non c’è mai stata vera volontà di emanciparsi da quella tragica storia mai rinnegata. Speravamo di vedere Zingaretti domenica prossima ad Hammamet sulla tomba di Craxi, per sanare una ferita, rimediare a un torto inflitto e soprattutto per raccoglierne simbolicamente l’eredità politica come capo pro tempore del più grande partito della sinistra europea. Non solo non sarà così, Zingaretti addirittura sta imboccando la strada opposta, portando il Pd indietro nel tempo. Sarà un viaggio da incubo e già mi vedo le lotte fratricide tra le varie anime per costruire il nuovo organigramma. Per dirla alla Renzi: prepariamo i pop corn, lo spettacolo non mancherà”.
 
Domenico Quirico, La Stampa
Sulla Stampa, Domenico Quirico prende di mira il ruolo e l’ingerenza francese nel Maghreb: “Il lungo periodo di vacue e fatue sentenze, di mirabile assenza dal garbuglio libico che ha avuto purtroppo molto spaccio nelle nostre mosse sulla Quarta Sponda, pare esaurito. Dopo lo stracco e attonito imbucarsi, l’Italia muove il presagio di una idea, confermata dall’intervista di ieri a «La Stampa» del ministro degli Esteri Di Maio: ovvero creare una forza di interposizione militare europea (ma la cara, vecchia Europa delle nazioni, l’unica vivente in questo campo) che tenga a bada i due mestatori libici, Haftar e Sarraj, e le loro selvatiche compagnie di ventura. In attesa se non di una pace, par di capire, almeno di una spartizione in buone maniere del Paese e delle sue petrorendite. «Un modello di missione alla libanese», ha detto il ministro citandola come «missione di pace vera». A guardar bene è una lettura assai ottimistica dell’operazione Libano. Ma è quanto meno un’idea che, con espressione sbrigativa, ci fa uscire dalla condizione di inutili e di importuni che abbiamo recitato finora. Sussurri confidenziali predicono la richiesta, considerata conseguente come una formula matematica, che all’Italia, in premio, sia regalato comando e quota maggiore di questa ardua presenza pacificatrice. Nel disegno, di per sé complicato e fragile come una tela di ragno, del progetto italiano non si fa cenno a quello che si delinea come il maggior ostacolo. Non il mugugno di Putin o Erdogan che potrebbero trovare anzi nell’Italia un figurante utile per allestire la loro ben architettata spartizione, ma la Francia. Già: cosa ne pensano a Parigi? Di Macron bisogna ottenere, anche e soprattutto, l’assenso e la collusione operativa. Sembra un destino irremissibile quella di trovarcela sempre tra gli impicci, la Francia; che invece delle nostre tartufesche equidistanze ha scelto risolutamente, fin dall’inizio, senza pause di lugubre «cafard», il generale di Bengasi, che si propone come nuovo Gheddafi liquidatore di subbugli e integralismi tiepidi o risoluti. E lo ha scelto non certo per simpatia umana o ideologica ma per la familiare e imperturbabile strada di fertilizzare l’interesse proprio. Nella definizione di «incomprensioni» con cui Di Maio ha imboscato il problema francese si spera ci sia la fresca ma già sottile e accorta ipocrisia del diplomatico che si educa al governo stando al governo. Perché il problema è assai ingombrante. L’Eliseo non pensa tanto ai contrattoni petroliferi o ai migranti, che continuano invece a ossessionare le nostre scelte, insieme ai diritti storici di ingerenza, obitorio retorico di cui faremmo bene a liberarci e alla svelta”. 
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