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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 10/01/2020

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Di Maio: basta attacchi a Conte sulla Libia
Sul Corriere della Sera Alessandro Trocino intervista il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sullo scottante dossier libico. L’incontro fallito con Sarraj e Haftar è stato un pasticcio. Cosa non ha funzionato? «L’impegno dell’Italia è massimo, in questi giorni sono stato a Bruxelles, Istanbul, Il Cairo e sono appena rientrato da Algeri. Dall’Iran alla Libia ci troviamo di fronte a cornici complesse, serve prudenza, bisogna agire con responsabilità. Gli attacchi rivolti a Conte sono gratuiti e ingiustificati, il presidente sta dando il massimo. Ricordo a tutti che è lui l’autore della Conferenza di Palermo». L’incaricato di Mosca per la Siria ha spiegato che «l’Italia non è riuscita a organizzare in modo corretto l’incontro». La Farnesina ha organizzato o coordinato l’incontro? «Il presidente ha la sua agenda, specie se deve ricevere un omologo. Il governo si muove in sintonia». Perché si è deciso di incontrarli nello stesso giorno e di vedere prima Haftar, accusato tra l’altro della strage dei cadetti? Scelta di Conte o Di Maio? «Non provate a metterci l’uno contro l’altro, perché non è così. Con Conte ci coordiniamo costantemente». Si dice che Conte voglia tenere rapporti prioritari con Sarraj, mentre lei tiene soprattutto a Turchia e Russia, contrari all’incontro con Sarraj. E’ vero? «Il governo lavora insieme. Ed è giusto che da ministro degli Esteri debba avere buoni rapporti con tutti. In queste ore, sentendo il mio collega tedesco Maas, stiamo preparando la conferenza di Berlino. Siamo convinti che sia opportuno coinvolgere tutti gli interlocutori. Quella in corso è una guerra per procura e se non coinvolgiamo tutti non riusciamo a fermare le interferenze esterne». Si dice che sia stato Macron a bloccare Sarraj. «Non rispondo alle speculazioni giornalistiche, credo che l’Ue debba parlare con una sola voce. A tutti i partner ho chiesto responsabilità».
 
Nahavandian: sul nucleare noi pronti a trattare
«Gli Usa sono stati i primi a violare gli accordi sul nucleare. Se loro tornano al tavolo noi siamo pronti a trattare». Lo afferma Mohammad Nahavandian, vicepresidente dell’Iran per gli Affari economici, intervistato sul Corriere della Sera da Viviana Mazza. Trump ha annunciato nuove sanzioni e chiesto l’aiuto di Europa, Cina e Russia per demolire ciò che resta dell’intesa sul nucleare, il Jcpoa, abbandonato dagli Usa. Il ministro degli Esteri Zarif ha detto che l’Iran vuole una «de-escalation». Ma come ci si arriva davvero? La distensione passa anche dall’accordo sul nucleare? «Sono cose con portata e livelli diversi. Da un punto di vista militare, se gli americani fanno qualunque stupidaggine, noi risponderemo in modo appropriato. Per quanto riguarda la questione nucleare, è stato il governo americano a violare il Jcpoa. Qualunque cosa l’Iran abbia fatto è stato in risposta alle infrazioni degli Usa e all’incapacità degli europei di compensare le mancanze della parte americana. L’Iran si era impegnato nell’intesa e vi è ancora legato, finché gli altri lo rispettano. Il nostro Paese ha risposto in modo estremamente misurato. Se loro ritornano al tavolo e onorano gli impegni presi, anche noi prenderemo in considerazione di farlo». I Guardiani della Rivoluzione hanno adottato toni più duri di quelli di Zarif e del governo. Qual è la linea dell’Iran? «Per la posizione ufficiale bisogna ascoltare il nostro ministero degli Esteri, che è stato chiaro nell’analizzare e motivare l’azione militare: è la conclusione della nostra risposta all’attacco terroristico degli Usa contro un ufficiale della Repubblica Islamica che si trovava in un Paese terzo e sovrano, ed era stato invitato per una missione di natura diplomatica. Comunque, uno dei risultati è stato di provocare sentimenti anti-americani in tutta la regione. Il conflitto tra Iran e Usa esiste da molto tempo, ma nessuna amministrazione precedente aveva fatto un simile sbaglio».
 
Franceschini: con nuova legge proporzionale un bipolarismo più sano
«Anche se fosse ammesso il referendum maggioritario dalla Consulta, il Parlamento mantiene ovviamente tutta la sovranità per approvare una legge elettorale. E con una nuova legge proporzionale con sbarramento al 5% nascerà un nuovo bipolarismo più sano». Intervistato sulla Stampa da Carlo Bertini il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini tesse le lodi dell’accordo che porterà ad approvare una legge elettorale capace, a suo dire, di stabilizzare il governo. Ma i venti di protesta contro Di Maio non sono certo di buon auspicio sulla vita dell’esecutivo. O no? «No, penso sia questa una fase di transizione per un movimento nato anti-sistema e che oggi è di governo. E che Di Maio sta guidando al meglio». Anche sul teatro della politica estera il governo sembra debole. Sbaglia Renzi a dire che sia assente in Libia? «Il tema casomai è l’assenza europea. L’Italia sta costruendo una posizione in linea con quella tenuta negli ultimi 50 anni. Consapevoli della fedeltà all’Ue, ma anche di essere geograficamente un molo nel Mediterraneo. Quindi la maggiore attenzione al dialogo tra le parti c’è sempre stata e il ruolo principale lo deve giocare l’Europa». Certo al governo non mancano i problemi. Questo accordo sulla legge elettorale rischia di innescare nelle truppe una paura del voto anticipato? «Non sta scritto da nessuna parte. Mi pare che invece questo accordo rafforzi il governo, visto che è condiviso pienamente dai gruppi che lo sostengono e accettato con riserva da Leu. Del resto non è una discussione che nasce improvvisata. Quando abbiamo votato la riduzione dei parlamentari abbiamo espressamente scritto che doveva essere accompagnata da una nuova legge elettorale. Per evitare una situazione insostenibile. E questo testo della proposta incardinata alla Camera va esattamente in quella direzione».
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