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Altro parere

Cosa succede a chi cade nella loro rete

Redazione InPi¨ 10/01/2020

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, Il Giornale
Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, scrive un editoriale sotto forma di lettera a Piercamillo Davigo, il quale, in un’intervista al Fatto, aveva affermato che bisogna estirpare il malcostume degli avvocati di fare ricorso a prescindere solo per comperare tempo e alla fine sfangarla con la prescrizione. “A tal proposito volevo sottoporle un caso personale per dimostrarle quanto sia difficile avere giustizia in tempi accettabili, anche di fronte a un palese errore giudiziario. Nel dicembre del 2012 venni arrestato, primo direttore in Italia, per omesso controllo su un articolo scritto nel 2006 da un collega che criticava l’operato di un giudice. Lasciamo stare che 50 giorni dopo il presidente della Repubblica Napolitano commutò la detenzione in semplice multa per evidente sproporzione della pena e che nel 2019 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcirmi 18mila euro per ingiusta detenzione. Il fatto che voglio sottoporle è che pochi mesi dopo l’arresto, siamo nel 2013, un altro giudice mi denunciò per omesso controllo su un articolo scritto sul tema da un collega nei giorni seguenti la condanna. Per questo presunto reato sono finito a processo nel 2017 presso il tribunale di Cagliari dove con grande sorpresa e imbarazzo del giudice ho dimostrato in maniera inoppugnabile che quel reato non potevo averlo commesso, perché all’epoca dei fatti non ero io direttore responsabile del Giornale. Risulta dagli atti del Cda della società editrice, dall’interruzione amministrativa e sostanziale del mio rapporto di lavoro, dalla gerenza pubblicata sul Giornale, insomma dai fatti formali e concreti. Un errore bello e buono, tanto che il giudice mi assolse per non aver commesso il fatto. Il pm cagliaritano, stizzito, ha fatto appello e, mistero delle toghe, nell’aprile del 2019 lo ha vinto. Un giudice mi ha condannato, non più carcere ma 850 euro di multa. Insomma, direttore a metà, colpevole ma solo un po’. Entro tre mesi, per legge, quel giudice avrebbe dovuto depositare le motivazioni della bizzarra sentenza ma ancora non lo ha fatto, siamo nel 2020. Fino a che non leggo tali motivazioni non posso fare ricorso e quindi se il reato andasse in prescrizione non sarebbe per colpa di un avvocato furbo, ma di un magistrato fannullone. E allora, dottor Davigo, le chiedo: perché a sette anni dal presunto reato siamo ancora in ballo con giudici e avvocati? Ma soprattutto, lei sa quanti milioni di persone si trovano alle prese con gli stessi miei problemi per questioni ben più importanti della mia?”.
 
Claudio Cerasa, Il Foglio
“I successi del Jobs Act, l’abolizione dell’art. 18, il boom sul lavoro, il disastro Ilva e il futuro della PopBari: cinque storie che testimoniano come gli ostacoli che rendono difficile la crescita economica si rimuovono limitando i poteri di supplenza delle procure”. Ne scrive il direttore del Foglio Claudio Cerasa. “La prima storia è doppia ed è relativa ad alcuni numeri sul lavoro. Da una parte ci sono i dati positivi sugli occupati diffusi ieri dall’Istat. E’ sufficiente osservare il grafico storico sull’occupazione per notare che la crescita dell’occupazione ha cominciato ad accelerare nel 2015 ai tempi del Jobs Act. Il Jobs Act andò a rimuovere l’articolo 18, introdusse il contratto a tutele crescenti e tolse potere contrattuale alla magistratura abolendo il reintegro giudiziario in caso di licenziamento per motivi economici. Si disse che quella riforma avrebbe creato molti disastri, sia in termini di occupazione sia in termini di licenziamenti. Ma anche sul secondo punto le cose non sono andate così: i dati dell’Inps esposti nell’Osservatorio sul precariato dicono che il tasso di licenziamento calcolato rispetto all’occupazione esposta al rischio a inizio anno è costantemente calato. Sintesi: togliere potere ai magistrati, in termini di politiche del lavoro, restituendolo agli imprenditori ha ridotto i licenziamenti e fatto aumentare i posti di lavoro. Lo stesso principio si sarebbe forse potuto applicare se non fosse stata delegata alla magistratura la gestione della politica industriale sul caso Ilva. ArcelorMittal, notizia numero tre, è stata portata alla fuga dall’Italia nel momento in cui la politica ha tolto di mezzo lo scudo penale voluto dai commissari per evitare aggressioni giudiziarie nei confronti dei nuovi proprietari. E lo stesso dissesto dell’Ilva, in fondo, è arrivato dopo lo tsunami giudiziario che ha intrappolato la famiglia Riva, che, notizia numero quattro, prima di essere accusata ingiustamente di bancarotta aveva investito quattro miliardi tra misure ambientali e di ammodernamento. La notizia numero cinque riguarda la Popolare di Bari. Ieri Bankitalia ha detto che nell’accordo-quadro sottoscritto per la ristrutturazione della banca vi è anche la trasformazione in spa. All’origine del disastro della Pop Bari vi fu la scelta di non applicare la riforma che nel 2015 spinse le banche popolari a diventare spa. A quei tempi, tra le dieci banche coinvolte nella riforma, otto completarono con successo la trasformazione, dando vita a istituti importanti come il Banco Bpm. Due invece si affidarono alla giustizia amministrativa per non applicare la riforma. Risultato: il collasso della banca”.
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