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L'Italia ha perso la sua guerra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 10/01/2020

L'Italia ha perso la sua guerra L'Italia ha perso la sua guerra Claudio Tito, Repubblica
“In Libia l’Italia non è più in grado di riguadagnare il ruolo esercitato fino a pochi anni fa”. Claudio Tito su Repubblica esprime un giudizio lapidario sulla crisi libica. “Il nostro Paese – scrive Tito - ha perso peso in quell’area per sue colpe. I primi due fondamentali sbagli hanno segnato il percorso della maggioranza gialloverde. La Libia è stata declinata in un solo senso: l’emergenza migranti. Invece di affrontare complessivamente la crisi di quel Paese, Lega e M5S si sono accontentati di trasformarla in una guerra contro gli approdi. Utile dal punto di vista della propaganda. Gli effetti sul lungo periodo, però, sono chiari: le posizioni di privilegio conquistate negli anni nel rapporto con Tripoli sono andate via via evaporando. Il solco si è poi allargato ulteriormente con un’altra scelta ancora meno lungimirante. L’Italia ha progressivamente abbandonato il sostegno a Serraj, capo dell’unico governo ufficialmente riconosciuto e controllore della zona con i nostri maggiori interessi (la Tripolitania), ma non per sostenere pienamente Haftar. Solo per provare a bilanciare le posizioni rispetto a un contendente che faceva valere la sua potenza sul campo. Ossia con la guerra. Il risultato è stato un disastro. Roma è risultata ambigua, in mezzo al guado, incapace di essere credibile con l’uno e con l’altro. Poi ci sono le cantonate degli ultimi giorni della squadra giallorossa. Mentre è in corso una battaglia vera con morti veri, il premier tenta di organizzare un summit a Palazzo Chigi con entrambi i belligeranti. Un tentativo irrealistico. Senza considerare la gaffe diplomatica finale: ricevere prima Haftar, ossia ‘l’insorto’, e non il capo del governo riconosciuto dall’Onu. Una prova, certo, per recuperare il terreno perso. Ma improvvisata. Insomma, non basta più la fortuna dei principianti per scongiurare una sconfitta epocale”.
 
Franco Venturini, Corriere della Sera
“Per la politica estera italiana, la Libia è un esempio di quel che non bisogna fare”. Anche Franco Venturini sul Corriere della Sera traccia un’analisi impietosa sull’operato dei governi italiani in merito alla crisi libica ma si chiede anche come tentare di rimediare. “Cosa fare per non perdere la Libia? La prima parola da evocare viene accolta di solito con insofferenza: Europa. Sulla Libia l’Europa deve compiere un passo decisivo. Se riuscirà a formare una coalizione italo-tedesca-francese-britannica capace di avere una unica linea politica e di tenere in riserva un coordinato e credibile dispositivo militare, riuscirà a ottenere risultati e conterà di più nel mondo. Se la scommessa dell’unità funzionasse, e serve verificarlo molto velocemente, ci sarebbe poi sulla nostra strada un secondo test: la conferenza di Berlino, prevista in linea di principio per fine mese ma assente nei palazzi della nostra politica. Lì, per la prima volta e con grande ritardo, dovrebbero incontrarsi i veri protagonisti della crisi libica, quelli che alimentano la guerra civile per procura in atto dal 2014. Domani Merkel dovrebbe recarsi a incontrare Putin. E anche l’Italia può fare qualcosa per non farla morire, questa conferenza: per esempio interessarsene, soprattutto dopo che Putin e Erdogan hanno ipocritamente chiesto un cessate il fuoco da domani. In attesa, forse, che gli europei si muovano anche loro. Va loro detto subito che gli europei non sono profeti disarmati. Che gli scenari di intervento sono ardui ma esistono. E che l’Italia, in particolare, dovrebbe già averne in mente uno. Le priorità – riepiloga Venturini - sono creare una coesa avanguardia politico-militare europea e poi puntare alla conferenza di Berlino. Per evitare che la guerra di procura in Libia diventi antieuropea e soprattutto anti italiana”.
 
Francesco Bei, La Stampa
Francesco Bei sulla Stampa commenta lo scontro tra maggioranza e opposizione scoppiato dopo la richiesta di M5s-Pd e Leu di rinviare la data in cui il Senato dovrà «processare» Matteo Salvini per il caso Gregoretti. “La vera materia del contendere, è lampante sotto il sole: le forze di maggioranza temono che il leader della Lega sfrutti gli ultimi giorni di campagna elettorale in Emilia Romagna giocando a fare la vittima di un sistema che vuole processarlo per aver difeso i confini d’Italia dalle orde dei migranti. La questione immigrazione, scomparsa dai radar per mancanza di materia prima (pochi sbarchi e nessuno più a soffiare sul fuoco della paura), tornerebbe prepotentemente sulla scena e non è un mistero chi se ne gioverebbe di più. Ma il problema più grande – sostiene Bei - esula dall’eventuale processo a Salvini e riguarda cosa pensa di fare il governo sull’immigrazione. In altre parole, al di là della generale volontà di non concedere un rigore a porta vuota al capo leghista, la domanda vera è questa: c’è una politica sui migranti condivisa tra Pd, Cinque stelle, Leu e Italia Viva? Perché, se alziamo la testa dalla cronaca del giorno, restano sul tavolo intatte due gigantesche questioni. Cosa pensa di fare il governo sui due decreti-bandiera di Salvini? E sullo ius culturae? La risposta a queste domande non c’è. Quella assestata da Salvini – ricorda Bei - fu una spallata mortale a tutto il sistema di accoglienza e integrazione italiano. Con i voti, oltretutto, del M5S. Il risultato sono le decine di migliaia di ragazzi che, usciti dai circuiti legali, impossibilitati a lavorare, sono ripiombati senza speranza sui nostri marciapiedi, quando va bene a chiedere l’elemosina. Su questo la ministra Lamorgese e il presidente Conte pensano di intervenire? E’ questa la vera emergenza politica, non le piccole furbizie sulla data del voto nella giunta del Senato”.
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