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Altro parere

La prioritÓ Ŕ creare lavoro

Redazione InPi¨ 09/01/2020

Altro parere Altro parere Alberto Orioli, Il Sole 24 Ore
“La maggioranza cerca nuove bandiere comuni e le trova rovistando nel vecchio baule dei ricordi del ‘900”. Così Alberto Orioli sul  Sole 24 Ore affronta il tema del dibattito sull’articolo 18, tornato prepotentemente nell’agenda della discussione pubblica. “Che si affronti il tema delle tutele nel caso dei licenziamenti collettivi è un conto – scrive Orioli -. Un altro è rispolverare la discussione radicale sulla reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, grimaldello per una revisione dell’intero jobs act. E’ un modo per cercare di rinserrare i ranghi di forze politiche allo sbando e senza guida sicura. L’articolo 18 potrebbe consentire un fronte unico tra la sinistra di Leu, una parte dei 5 Stelle e perfino una frangia del Pd che attende da tempo una vendetta verso l’eredità renziana. Sullo sfondo pesa l’influenza della Cgil di Maurizio Landini che sull’articolo 18 ha più volte chiesto un ritorno al passato. Ma tutto serve oggi tranne che un ritorno a quella discussione passatista. Non solo il contesto planetario, con il suo prorompente rosario quotidiano di emergenze globali, induce a modernizzare obiettivi e slogan, ma anche la stessa fotografia del mercato del lavoro domestico impone di evitare sguardi sfuocati sulla realtà”. Infatti, “se il mercato del lavoro è composto da due eserciti (il posto fisso e i posti a tempo) ormai di pari entità, il modo per cambiare la percezione sociale delle priorità è quello di partire da un punto: il lavoro flessibile deve risultare più remunerato del lavoro a tempo indeterminato. Quindi non è scambiando diritti veri, presunti o virtuali che si modifica il contesto. Prima di pensare a come blindare i posti di lavoro con il filo spinato di certo giuslavorismo, sarebbe meglio pensare a come crearli quei posti. Che, come è evidente, ancora non ci sono”.
 
Claudio Cerasa, Il Foglio
Un editoriale del Foglio, non firmato e quindi attribuibile al direttore Claudio Cerasa, spiega perché l’Italia dovrebbe ricercare l’unità nazionale su un dossier trascurato come quello dell’energia. “Subito dopo il raid americano che ha ucciso Suleimani, e prima della dimostrativa rappresaglia iraniana contro le basi Usa avvenuta ieri, l’Agenzia internazionale dell’energia ha ipotizzato lo scenario di un Occidente diviso in due sull’energia: da una parte gli Usa già autosufficienti grazie allo shale oil, pronti a vendere ai paesi migliori offerenti e più vicini; dall’altra l’Europa legata all’importazione dal Medio Oriente, dell’Africa e della Russia. Il 30% del petrolio consumato in Italia passa per lo Stretto di Hormuz mentre il venti viene da giacimenti iracheni, paese sempre più in orbita iraniana. Quanto alla Libia, da dove vengono gas e greggio, è sull’orlo di una spartizione fra la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin, che è anche il nostro maggior fornitore di gas. L’Ue con 400 miliardi di euro all’anno è il più grande importatore planetario di energia, ma il paese con il record mondiale di importazione di energia elettrica è l’Italia. Nonostante le fonti rinnovabili che coprono un quarto del fabbisogno, e il 15% che viene dal nucleare francese, dipendiamo dalle aree sull’orlo di rivolgimento geostrategico. Ma qual è l’idea del governo sull’energia, a parte i proclami green? Per la propria sopravvivenza energetica un paese del G7 deve avere strategie al riparo dalla politica e dagli slogan day by day. Un’idea per il futuro? Questa: non sarebbe il momento di dotare Palazzo Chigi di uno staff per l’energia apposito, guidato da un consigliere di peso politico ma autonomo, con appoggio bipartisan, capace di muoversi con propri contatti e affidabilità nelle aree di crisi? Ci sono molti nomi che si avvicinano a questi requisiti non soltanto all’interno del perimetro della politica. E magari su questa idea si potrebbe trovare un consenso allargato necessario su molti altri fronti”.
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