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Il sentiero stretto degli Usa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/01/2020

Il sentiero stretto degli Usa Il sentiero stretto degli Usa Massimo Gaggi, Corriere della Sera
“Donald Trump e Ali Khamenei continuano a usare linguaggi estremamente minacciosi, ma i comportamenti, per ora, sono quelli di due Paesi consapevoli di non avere nulla da guadagnare da una guerra totale”. Massimo Gaggi sul Corriere della Sera analizza gli ultimi sviluppi della contrapposizione Usa-Iran. “Il presidente americano, ossessionato dal timore di apparire debole davanti al suo elettorato, vuole mostrarsi duro, ma non ha interesse ad affrontare la campagna elettorale con centinaia di migliaia di soldati Usa inchiodati sui campi di battaglia del Medio Oriente. Dal canto loro, gli ayatollah, furenti per l’eliminazione del popolarissimo generale Soleimani, sanno che potrebbero scatenare una guerra disastrosa per tutti che non potrebbero vincere. Per ora è stato evitato il conflitto e nei fumi di una situazione che rimane esplosiva, si comincia a intravedere un possibile sentiero di de-escalation. Un sentiero stretto e tortuoso, esposto alle possibili vendette indirette dell’Iran attraverso gli hezbollah e le altre milizie alleate sparse in vari Paesi, ma anche alle imprevedibili reazioni di Trump in caso di nuovi colpi di mano di Teheran. Siamo entrati in una nuova fase di tensioni estreme che non sarà di breve durata e sulla quale peseranno l’imprevedibilità di Trump, la sua tendenza a prendere decisioni unilaterali, spesso impulsive, ma anche le ambiguità del regime di Teheran. In Iran, come negli Usa, il linguaggio della politica segue un doppio binario: quello incendiario di Khamenei serve a galvanizzare il popolo sciita che si sente assediato, mentre Zarif parla ai governi stranieri. Sul fronte americano le incertezze riguardano soprattutto il succedersi di mosse contraddittorie di Trump che non disorientano solo i suoi nemici, ma seminano malessere e incertezza anche tra i militari e diplomatici americani e perfino alla Casa Bianca”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
“Ieri, fra fantasmi ottomani e zaristi, si è aperto uno spiraglio anche per la Libia”. Stefano Stefanini analizza sulla Stampa l’accordo turco-russo per il cessate il fuoco il 12 gennaio in Libia. “Dove non sono riuscite né le Nazioni Unite né l’Europa, ha avuto ragione la spregiudicatezza dei due nuovi padroni del Mediterraneo che interpretano la politica estera senza peli sullo stomaco. Russi e turchi sanno che nel confronto fra potenze, globali o regionali, lo strumento militare è indispensabile. Ieri, a Istanbul, i due presidenti avevano molto da festeggiare: un nuovo gasdotto che lega il gas russo al fabbisogno energetico turco, ma ancor di più la libertà di manovra guadagnata nel Mediterraneo e nel Medio Oriente grazie alla crisi fra Iran e Stati Uniti. Schierati su opposti versanti in Libia e in Siria, avevano entrambi ottimi motivi per disinnescare la miccia di confronti diretti. Il vertice ha così prodotto un maxi-accordo energetico del valore di 45 miliardi di dollari, due accordi politici su Siria e Libia, e un accordo sugli armamenti che mantiene la fornitura delle batterie S-400 russe alla Turchia. Non è certo questa l’ultima pagina della crisi libica. E’ però la conferma di un processo di spostamento del centro di gravità e d’influenza dall’Europa, e dall’Italia, verso le potenze regionali, come Egitto o Arabia Saudita, e a quelle con aspirazioni globali come Russia e Turchia. Da lungo tempo gli europei hanno visto scemare le proprie capacità militari, ma compensavano la relativa debolezza con la sponda americana, venuta meno in era Trump. Rimasti da soli noi europei, e gli italiani particolarmente esposti in Libia, ci accorgiamo di contare sempre meno. Prima in Siria, adesso in Libia. Non c’era niente d’irresistibile nell’ascesa di Turchia e Russia. Assenza e divisioni di Europa e Stati Uniti l’hanno fatta inevitabile. La natura aborre il vuoto”.
 
Lucio Caracciolo, Repubblica
“L’Italia non vi partecipa, ma rischia di essere la prima vittima della furiosa guerra fra potenze in corso in  Libia per interposti miliziani e tagliagole a noleggio”. Secondo Lucio Caracciolo, che ne parla su Repubblica, “se vogliamo contare in quel che resta della Libia serve rispettare tre regole di base. Primo: sapere quel che vogliamo. Secondo: individuare gli attori sul terreno con cui misurarci e negoziare. Terzo: avere a disposizione le risorse militari ed economiche necessarie ad avanzare la nostra causa. Nel teatro libico non abbiamo ottemperato ad alcuno dei tre imperativi. A partire dalla scelta suicida di partecipare alla caccia a Gheddafi lanciata dai francesi senza avere alcuna credibile alternativa. La nostra frontiera sud resterà contesa e/o spartita fra gli attori che vi si stanno impegnando, sapendo quel che vogliono e possono. Francia, Turchia, Russia, Egitto con i suoi sponsor emiratini e altri arabi del Golfo, più gli americani sullo sfondo, pronti a intervenire nel caso la crisi dovesse diventare strategica. Uno sguardo a dove eravamo fino a dieci anni fa in Nordafrica e dove siamo oggi misura l’abisso nel quale siamo precipitati. Al Cairo c’era Mubarak, con il quale avevamo rapporti consolidati, oggi c’è al Sisi, certamente non più liberale del predecessore, con cui quasi di nascosto tentiamo di ricucire lo strappo del caso Regeni. A Tripoli, Gheddafi, da sempre nostro protetto, è stato sostituito da caos e guerra. A Tunisi, la fuga di Ben Ali, da noi insediato con un colpo di Stato soft, ha avviato un fragilissimo processo che abbiamo spacciato per ‘miracolo’ democratico. Per tacere dello hirak, il movimento che scuote l’Algeria. «La Prima Repubblica, tu cosa ne sai?», cantava Checco Zalone. Forse un ripasso di quel modo di stare al mondo contribuirebbe a invertire la rotta”.
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