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I fumi della giustizia e le colpe del sistema

Redazione InPi¨ 08/01/2020

Altro parere Altro parere Nicola Porro, il Giornale
Il caso Ilva sta mettendo in evidenza i problemi della Giustizia italiana. E’ l’opinione di Nicola Porro che firma l’editoriale sul Giornale: “Ogni giorno la cronaca dell’Ilva ci regala un pezzetto di un puzzle degli orrori. Una foto dell’Italia industriale che una certa politica e una certa magistratura vogliono cancellare. Ieri sono uscite le motivazioni con le quali un coraggioso magistrato di Milano ha assolto dal reato di bancarotta Fabio Riva, erede della famiglia a cui hanno espropriato l’azienda di Taranto. Era del tutto evidente che quell’accusa fosse fragile, posto che si riferiva ad un periodo in cui i Riva non gestivano più l’azienda. Le motivazioni vanno oltre. Leggiamole: «Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il ’95 e il 2012, la società ha investito “in materia di ambiente” per oltre un miliardo di euro e “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti” e non c’è stato il “contestato depauperamento generale della struttura”». Ai Riva è stata sottratta un’azienda, oggi in stato comatoso, senza ancora una sentenza di primo grado, per il supposto reato di disastro ambientale. Nel frattempo i magistrati stanno facendo giustizia dell’altra frottola mediatica e cioè che la famiglia non investisse negli altoforni e nell’ambiente. Mentre Milano assolveva, a Taranto la giustizia si incarta. Nel 2015, durante la gestione statale, muore un giovane operaio davanti all’Altoforno numero due. I giudici dispongono il sequestro senza facoltà d’uso del forno: è di fatto la morte industriale dell’impresa. Il governo Renzi fa un decreto per impedire lo spegnimento; i commissari si impegnano ad investire e la procura, visti gli impegni e obbligata dal decreto, scarcera l’altoforno. Passano alcuni mesi e la Corte costituzionale dice che quel decreto è illegittimo; e un altro giudice stabilisce che gli investimenti di ammodernamento fatti non sono sufficienti: si prescrive un’altra volta la chiusura del forno entro il 3 dicembre dello scorso anno. I commissari ricorrono e ieri un altro Tribunale sblocca il forno. Per rendere la cosa ancora più complicata un’altra procura, quella di Milano, indaga contro ignoti, sottotesto Mittal, perché ha deciso di uscire dalla trappola di Taranto in quanto obbligati a chiudere quel forno, per la richiesta che abbiamo menzionato della procura di Taranto. Se vi siete persi è normale. È incomprensibile. In questo scenario giudiziario come giudicate una famiglia che ha investito quattro miliardi, come hanno fatto i Riva? Colpevole. Di credere ancora nello Stato di diritto e nella possibilità di fare impresa in Italia”.
 
Michele Brambilla, Il Giorno
L’apparente parabola elettorale del M5S è il tema dell’editoriale di Michele Brambilla sul Giorno: “Il Movimento Cinque Stelle, che doveva essere il futuro della politica italiana, sembra già giunto al capolinea. Diversi suoi parlamentari se ne vanno. Altri vengono espulsi. La sbandierata diversità è andata in crisi sulla questione delle quote di stipendio da devolvere al partito. La forza politica che doveva «superare destra e sinistra» si sta spaccando in correnti di destra (Di Battista e Paragone) e di sinistra (Fioramonti). «Il Movimento è agonizzante, ha ormai più posti che voti», ha scritto sul Foglio Salvatore Merlo, in un articolo in cui si annunciava, tra l’altro, l’intenzione (o almeno la tentazione) di dimettersi da parte di Di Maio. l capo politico del M5s ha già smentito l’indiscrezione: e quindi qualcosa e anzi molto di vero ci dev’essere, visto che come diceva Bismarck «non bisogna credere mai a nulla fintanto che non è stato ufficialmente smentito». Si aggiunga, al quadro dello sfacelo, il dimezzamento dei voti nel giro di un solo anno (dalle politiche alle europee), la disfatta nelle elezioni umbre, la scelta di correre solo simbolicamente (e quindi di non correre) in Emilia-Romagna. Certo tutto passa, nella vita, ma i Cinque Stelle hanno messo molto del loro per passare in fretta. Quasi nulla delle loro promesse è stato mantenuto: dall’indisponibilità ad allearsi con chicchessia (sono passati disinvoltamente dalla Lega al Pd, pur di stare al governo) alla grottesca abolizione della povertà. Il loro motto «uno vale uno» si è rivelato la più gigantesca operazione di incompetenza al potere. Forse non era una novità nel mondo della politica («in Italia il bordello è l’unica istituzione dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto», diceva Montanelli): ma mai si erano viste tante persone sbagliate al posto sbagliato. Ma proprio ora che i nodi di simil grande illusione (o grande imbroglio) vengono al pettine, proprio ora, anzi più che mai, bisogna ricordarsi perché tanti italiani hanno sperato in Grillo e la sua band, e perché li hanno votati. E il motivo è semplice: è che la vecchia classe politica non sarà certo quella gang di ladri che i grillini avevano dipinto, ma di sicuro tanti errori li aveva fatti”. 
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