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David Frum: Donald Ŕ puro istinto. TrascinerÓ i repubblicani nella corsa verso l'abisso

Massimo Gaggi, Corriere della Sera, 19 dicembre 2019

Redazione InPi¨ 20/12/2019

David Frum: Donald Ŕ puro istinto. TrascinerÓ i repubblicani nella corsa verso l'abisso David Frum: Donald Ŕ puro istinto. TrascinerÓ i repubblicani nella corsa verso l'abisso «Donald Trump – sostiene David Frum, intervistato da Massimo Gaggi sul Corriere della Sera – è in uno stato di obnubilazione mentale: la lettera sull’impeachment che ha inviato al Congresso lo prova. E i repubblicani, scegliendo di seguirlo in questa corsa verso l’abisso, rischiano grosso. A cominciare dalla loro maggioranza al Senato: potrebbero perderla nel novembre 2020, quando si voterà per il Congresso, oltre che per la Casa Bianca». Frum, intellettuale conservatore che alla Casa Bianca scriveva i discorsi di George W. Bush ma è sempre stato aspramente critico nei confronti di Trump e ora è una firma di punta del progressista The Atlantic, non crede che il presidente riuscirà a limitare i danni della messa in stato d’accusa o che, addirittura, la possa trasformare in un’utile arma elettorale. Trasferendo il linguaggio brutale dei suoi tweet in una lettera della Casa Bianca al Congresso Trump l’ha, in un certo senso, istituzionalizzato. Con quali conseguenze? «Non darei troppo peso a quella lettera: non ha valore legale, è solo il messaggio disturbato di un leader in condizioni di stress psicologico». Dentro, però, si intravede una strategia: il rifiuto di farsi processare, gli accusatori trattati come golpisti. C’è chi vede il rischio di alimentare istinti eversivi, ma può essere efficace per compattare la sua base elettorale: il processo di gennaio trasformato in palcoscenico di un reality politico. «Non c’è nessuna strategia, segue umori e istinti. Ora la pressione psicologica gli fa perdere lucidità. E i consiglieri non lo aiutano: chi è rimasto sa che, come nelle corti reali di qualche secolo fa, sei apprezzato solo se sei accondiscendente. Detto questo, è vero che c’è il rischio di alimentare un clima violento. Anche qui, non credo che Trump abbia in mente una strategia. Ma questo è un Paese violento e lui si è mosso spesso lungo un confine poco nitido tra politica e comportamenti criminali. Non parlo di crimine organizzato, ma di razzismo, sessualità e altro. Il rischio di alimentare comportamenti aggressivi  – di individui, non di organizzazioni – c’è davvero». Ventuno anni fa l’impeachment danneggiò più i repubblicani che Bill Clinton. «Tutt’altra storia non solo per la natura, assai meno grave, delle accuse, ma perché Clinton aveva un indice di gradimento del 73%. Trump è al 43. Quei 30 punti di differenza sono un abisso con un significato politico rilevante, anche ai fini elettorali. Per Trump e per il suo partito». Dopo quello che è successo nel 2016 e con la capacità di Trump, favorito anche dalle positive condizioni dell’economia, di mantenere il consenso di chi lo ha eletto e di costringere l’intero partito repubblicano ad allinearsi sulle sue posizioni, non è facile immaginare un cambiamento radicale del voto del 2020. «Trump ha una base forte e compatta anche se minoritaria, è vero. Ma il segreto della sua vittoria non è stato questo: è un sistema elettorale squilibrato in cui i voti delle campagne contano più di quelli delle città, i voti dei bianchi pesano più di quelli dei neri e gli Stati spopolati contano, proporzionalmente, assai più di quelli nei quali vive molta più gente. Trump governa anche se la grande maggioranza del Paese è contro di lui. Ma le cose possono cambiare. Più che alla crescita delle minoranze etniche bisogna guardare alla diffusione della cultura. Stati come North Carolina e Georgia nei quali aumenta rapidamente il numero dei laureati stanno cambiando in profondità». Lei descrive fenomeni di lungo periodo. «I repubblicani rischiano di perdere il Senato già nel prossimo novembre. I sondaggi dicono che negli ultimi mesi sono calati di molto i consensi dei quali Trump gode in Stati come Iowa, Arizona, Colorado e Georgia che dovranno eleggere a novembre i loro senatori. E al Senato i repubblicani hanno una maggioranza di soli tre seggi».
 
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