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Oltre il confessionale

Sintesi degli editoriali dai principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/12/2019

Oltre il confessionale Oltre il confessionale Alberto Melloni, la Repubblica
La svolta è storica, scrive Alberto Melloni su Repubblica riguardo alla decisione di Papa Francesco di togliere il segreto di Stato agli atti dei processi canonici sugli abusi sessuali.. Nel diritto canonico – prosegue Melloni – esiste l’equivalente del segreto di Stato: si chiama segreto pontificio e copre alcune procedure delicate, come la redazione degli atti pontifici o i processi per eresia. Fino a ieri fra queste procedure c’erano quelle che riguardavano le denunce e i processi relativi alla pedofilia. Papa Francesco è intervenuto con un atto del Segretario di Stato controfirmato in udienza (per questo si chiama rescriptum ex audientia SS.mi) e ha tolto il segreto pontificio per i processi e le denunce di crimini o coperture di crimini pedofili. Non cadono i doveri di riserbo, ma l’idea che in casi così gravi ci sia un “interesse” della autorità suprema che debba essere tutelato da qualcosa di diverso dalla verità. Questa nuova disciplina, che innova norme di Paolo VI del 1974, potrebbe apparire per sé perfino pleonastica: dato che sono più deboli il maschilismo e il clericalismo che impedivano di perseguire questi delitti devastanti, le vittime parlano prima coi giornali e con la polizia che con un giudice ecclesiastico. Tuttavia, aver tolto il segreto pontificio su delitti, denunce e processi dei sospetti pedofili e dei loro complici ha almeno due significati: uno più evidente e di grande importanza per quelle procedure; uno meno visibile, ma di ancor più grande rilievo, per il conclave. È infatti chiaro che papa Francesco e Parolin confermano di non voler dare alcun alibi a chi ancora osasse sperare di coprire colpe che  – per quanto assolte in confessionale o lontane nel tempo  – non possono essere taciute e sottovalutate, da chi le ha commesse o da chi le conosce.
 
Lucrezia Reichlin, Corriere della Sera
La crisi della Popolare di Bari – commenta Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera – è un disastro annunciato e la decisione di salvarla, con una operazione che di fatto impegna fondi dei contribuenti, prevedibile. Non è la prima volta che la stagione natalizia ci regala un dissesto bancario e non è certamente la prima volta che il governo in un modo o nell’altro interviene in nome della difesa del risparmio per evitare la liquidazione. Ci sono vari spunti di riflessione su questa vicenda. Partiamo da lontano. Il modo in cui regolatori e governi hanno affrontato le crisi bancarie in Italia negli ultimi anni ha preso le forme più varie. Alcuni di questi casi hanno fatto —per così dire — scuola e sfidato la visione su cui si basa l’impianto regolatorio internazionale di Basilea e quello ancora più severo della direttiva Europea sulla risoluzione delle banche. Basilea impone alle grandi banche di detenere un cuscinetto precauzionale di azioni e obbligazioni che in caso di crisi assorbano le prime perdite limitando così eventuali costi di interventi statali. L’Europa è ancora più dura e chiede a tutte le banche di penalizzare azionisti e obbligazionisti fino all’8% degli attivi prima di approvare un intervento statale. Il principio è chiaro: un investimento rischioso ha una remunerazione più alta che appunto compensa il rischio. Quando quest’ultimo si materializza,chi ha goduto di questo privilegio viene penalizzato. In questo modo i contribuenti innocenti sono protetti. Ma la semplicità di questo principio non fai conti con il fatto che le crisi bancarie possono essere destabilizzanti per l’intero sistema e, in questi casi, un intervento precauzionale di ricapitalizzazione pubblica di una banca in difficoltà può rivelarsi meno costoso per i contribuenti che un fallimento, soprattutto se, come nel caso delle banche più piccole, la capacità di assorbire le perdite di azionisti e obbligazionisti è limitata.
 
Marco Zatterin, La Stampa
Angela balla da sola, vestita di verde. Alla faccia del vertice Cop25 di Madrid finito male, il governo di Frau Merkel – evidenzia Marco Zatterin sulla Stampa – ha varato la sua tassa sul clima, con una penale da 10 a 25 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa. Ha fatto infuriare i colossi nazionali dell’auto dopo aver colpito l’agricoltura, imponendo pensanti restrizioni all’uso di pesticidi e fertilizzanti. Eppure, non ha sentito ragioni, persuasa che ognuno debba fare la sua parte, per quanto in apparenza di poco conto, e che la lotta al clima che cambia abbia un costo necessario, economico e politico. Prendersela coi summit che falliscono alla fine può diventare un alibi per non rischiare. Invece bisogna muoversi e dare il buon esempio. Perché salvare il pianeta è una grande impresa fatta anche di piccole decisioni. L’Italia ci ha provato, a suo modo. La Plastic Tax è partita bene, poi è stata ridimensionata sotto il fuoco incrociato di lobby e schieramenti politici: entrerà in vigore in ottobre, semmai. Nel frattempo, lungo la penisola il consumo di bottiglie non di vetro prosegue senza apparenti flessioni, confermando che l’effetto Greta non s’è ancora visto nella misura d’insieme. Un incentivo fiscale poteva aiutare. Anche perché la spazzatura differenziata è sotto il 60 per cento e mancano gli impianti di trattamento. Siamo indietro. Servirebbero fondi, parecchi. E una campagna di persuasione netta come una chiamata alle armi per cittadini, enti locali e imprese, visto che non c’è tempo da buttare o riciclare. Inutile essere fondamentalisti. Basta la lungimiranza nell’interesse comune. Bisognerebbe fare come il Lussemburgo che dall’anno prossimo conta di svuotare le autostrade e le statali mettendo gratuitamente a disposizione ogni bus, tram e treni: costerà 0.4 punti di Pil.
 
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