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Allo Stato non servono le banche

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/12/2019

Allo Stato non servono le banche Allo Stato non servono le banche Carlo Cottarelli, La Stampa
“Il fatto che il tracollo della Popolare di Bari fosse annunciato non vuol dire che non debba sollevare domande sulle sue cause e conseguenze”. Lo scrive sulla Stampa Carlo Cottarelli, secondo il quale “è particolarmente importante rispondere a quattro domande. Primo, perché la banca è andata in crisi? Esistono prima di tutto cause generali: l’Italia non si è ancora ripresa dalla crisi e il Sud sta ancora peggio. In questo quadro sembra proprio che la PopBari sia stata mal gestita. Le perdite non sembrano dovute a pochi prestiti di importo elevatissimo, ma a un numero elevatissimo di prestiti di ogni dimensione. Al contrario di quello che alcuni politici sembrano suggerire, non c’è modo di recuperare le perdite, se non in piccola parte. Seconda domanda: chi ci metterà i soldi per coprire quelle perdite? Nello schema governativo ci sarà un intervento misto di risorse private e pubbliche. Sarà compatibile questo schema con la normativa Ue? Il governo dovrà presentare il proprio caso in modo efficace a Bruxelles per non avere problemi. Terza domanda: a cosa servirà il miliardo immesso nella banca? Non è chiaro quanto di questo miliardo servirà ad aumentare il capitale per portarlo ai minimi richiesti dalla regolamentazione e quanto andrà invece a rimborsare le perdite dei privati che hanno messo soldi nella banca, ossia i 69.000 soci, gli obbligazionisti e i depositanti. Quando Conte dice che «non tuteleremo nessun banchiere» a chi si riferisce? I “banchieri” di solito sono i proprietari della banca che, in questo caso, sono i 69.000 soci. E se non sono loro i banchieri, chi sono? Insomma, non è ancora chiaro chi verrà protetto con i soldi pubblici. Ultima domanda: serve nazionalizzare come sostiene Di Maio? E’ una domanda che non ha molto senso nell’immediato. Se i soldi immessi andranno a costituire, come sembra inevitabile, parte del capitale della banca è ovvio che lo Stato, indirettamente, diventerà in parte proprietario. La questione, semmai, è se lo Stato debba rimanere permanentemente nel capitale. Io non vedo quale vantaggio rispetto al privato abbia lo Stato nel gestire una banca. Ed è paradossale che quelli che ora dicono che le perdite della PopBari erano dovute a intrallazzi tra banca e politica, vengono poi a proporre la sua nazionalizzazione”.
 
Federico Rampini, Repubblica
Per Federico Rampini “è tremendo il fallimento della conferenza di Madrid sul clima. Significa che la comunità internazionale perderà altro tempo senza prendere le misure necessarie”. Secondo l’editorialista di Repubblica, il disastro dell’ultimo trentennio, nel corso del quale è stata immessa nell’atmosfera terrestre la stessa quantità di CO2 che fu generata dall’inizio della Rivoluzione industriale, “è avvenuto prevalentemente in Cina e in India. Perfino un regime autoritario come quello cinese – spiega Rampini -, dominato da un Uomo Forte in grado di pianificare su un arco temporale di venti o quarant’anni, alla fine deve fare i conti con il consenso. Quest’anno Xi Jinping, al primo segnale di rallentamento della crescita cinese, ha tagliato gli investimenti nelle energie rinnovabili. Teme il risentimento popolare in caso di crisi economica; non vuole che i cortei di Hong Kong contagino Shanghai. Ricordiamo la reazione che ebbe Macron di fronte ai gilet gialli. Il presidente francese si rimangiò la tassa carbonica dando ragione a chi gli urlava nei cortei: «Tu ti preoccupi della fine del mondo, noi non sappiamo arrivare alla fine del mese». Cina e India ci stanno trascinando verso un disastro ambientale perché la decrescita felice è improponibile. Purtroppo, nessuno ancora è riuscito a dimostrare che la sostenibilità genera più occupazione e più reddito del capitalismo carbonico. L’Europa si candida a farlo, almeno in apparenza, con il piano verde presentato da Ursula von der Leyen. Anche su quello però abbondano gli equivoci. I paesi emergenti sospettano che l’ambientalismo sia la nuova veste politically correct del protezionismo: il Green New Deal Ue include una tassa anti-inquinamento sulle importazioni di beni fabbricati generando CO2. Questi sono i dazi di Trump con una verniciata di colore verde. Il tema vero rimane quello del consenso”.
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco commenta la delicata situazione libica partendo dall’incontro di pochi giorni fa tra Conte, Merkel e Macron. “La Libia pone un problema urgente e grave di sicurezza per l’Europa. Parrebbero buone notizie sia la fine delle rivalità che fino a ieri hanno diviso Italia e Francia sia la decisione di Italia, Francia e Germania di coordinare gli sforzi per favorire una soluzione negoziata che pacifichi e mantenga unito il Paese africano. Ma le apparenze ingannano, la storia passata pesa e spazio per l’ottimismo ce n’è poco. Né per ciò che riguarda il futuro della Libia né per ciò che riguarda la capacità dei governi europei di coordinarsi efficacemente per fronteggiare le crescenti minacce alla sicurezza del vecchio continente. Russi e turchi ci stanno «scippando» la Libia: non solo a noi europei ma anche agli americani, primi responsabili, a causa della loro latitanza strategica, di quanto è già avvenuto in Siria. Ciascuno è schierato dietro il proprio cliente locale (il generale Haftar è sostenuto dai russi, e al- Sarraj è appoggiato dai turchi). Ammesso che sia improbabile che Haftar conquisti Tripoli e il resto del Paese con le armi, restano solo due possibilità: o la guerra civile continuerà ancora a lungo, oppure russi e turchi troveranno un accordo (come già sulla Siria) favorendo una soluzione negoziata che metta termine alla guerra civile e che possa soddisfare gli interessi degli uni e degli altri. Nell’uno come nell’altro caso saranno guai per l’Europa. Nella prima eventualità la Libia resterà una porta spalancata a disposizione di trafficanti di esseri umani e di terroristi decisi a colpirci. Nel secondo caso, il controllo su cruciali risorse energetiche nonché il potere di usare i rischi di destabilizzazione dei Paesi europei per ricattarli saranno nelle mani di potenze ostili all’Europa”.
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