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Discutere di Europa fa solo bene

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/12/2019

In edicola In edicola Federico Fubini, Corriere della Sera
Le polemiche  sul Mes hanno riportato alla ribalta, nel bene o nel male, l’Europa. E secondo Federico Fubini, che firma l’editoriale del Corriere della Sera, questo è un bene. Premesse le posizioni delle opposte fazioni, scrive: “c’è però una buona notizia che, dilaniandoci, rischiamo di non vedere. Nel caos, in ritardo, fra falsi d’autore e mezze verità, per la prima volta la democrazia italiana ha un dibattito pubblico accanito su quale sia il nostro interesse in una decisione da prendere a Bruxelles. Per la prima volta si confronta fino in fondo su quale sia il senso di un’istituzione dell’euro. I politici sono costretti a leggere le carte (non sempre...), gli elettori si sforzano di capire problemi di cui non avevano mai sentito parlare. Non era affatto questo l’obiettivo di chi ha scatenato la battaglia sul Mes, ma questo è il risultato. E non è male. Come nota Wolfgang Münchau, un osservatore tedesco dell’area euro, con l’Italia in passato spesso era andata in modo diverso: avevamo firmato tutto e il nostro silenzio non ha fatto bene all’Europa. In realtà negli ultimi trent’anni i governi di Roma avevano accettato molte delle indicazioni che arrivavano dalla Germania per ragioni via via diverse. Ora il Paese è cambiato. Forse, disordinatamente (co- me sennò?), sta persino ma- turando. Non senza rischi, in questa atmosfera da guerra civile fra culture sulla questione europea. Per esempio fra gli europeisti italiani è così forte il timore che di ogni loro critica a Bruxelles si impossessino gli antieuropei che la tentazione dell’auto-censura è fortissima. Fra gli anti-europei d’Italia si trovano anche soggetti opachi, in- differenti alla verità, pronti a raccogliere qualunque materiale trovino sulla strada per stravolgerlo e piegarlo alla loro propaganda. Finisce così che gli europeisti italiani a volte tacciono, omettono, chiusi a riccio in una rappresentazione molto tedesca delle scelte di Bruxelles per evitare che qualunque loro dubbio venga strumentalizzato. C’è da capirlo, ma non è di questo che abbiamo bisogno per crescere. Gli italiani oggi sono pronti per un confronto aperto, adulto e soprattutto onesto sul nostro posto in Europa. Non l’abbiamo mai avuto. Non è tardi per provarci”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Su Repubblica, Ezio Mauro fa la radiografia della Nato post vertice di Londra. “Mancava qualcosa nel ritratto ufficiale del vertice di Londra per i 70 anni della Nato, nonostante i leader schierati per la foto-ricordo, con contorno di principi e principesse. Le questioni aperte c’erano tutte. L’eterno confronto con la Russia, il “nemico ereditario”, che sopravvive alla fine dell’Urss e alla caduta del muro di Berlino, e anzi si sposta verso il Medio Oriente; la nuova competizione con la Cina lanciata verso un imperialismo tecnologico e una sfida commerciale globale, mentre Hong Kong spalanca davanti al mondo il deficit del regime sui diritti umani; la nuova minacciosa autonomia ottomana di Erdogan, che acquista un sistema antimissile dalla Russia e impiega l’esercito di un Paese Nato per massacrare i curdi siriani che si sono battuti contro l’Isis, lo Stato Islamico. A legare tra loro questi problemi, il dubbio capitale trumpiano sul rapporto storico con l’Europa, l’incertezza dell’Europa su se stessa, sulla sua identità e sui suoi valori, mentre dovunque sulla nuova carta geografica l’autocrazia illiberale si propone a popoli arrabbiati e delusi come nuovo modello di governance, al posto delle vecchie democrazie esauste. Un menu preoccupante, sufficiente per spingerci a riflettere con urgenza, ripensando il ruolo, la funzione e la natura dell’alleanza atlantica, che settant’anni dopo raduna comunque 29 Paesi e coinvolge un miliardo di persone. Il presidente francese Macron ha invece denunciato proprio un deficit di pensiero, quando ha svelato l’encefalogramma piatto della Nato, diagnosticando la sua «morte cerebrale». Per ragioni diverse, anzi opposte, Donald Trump accentua lo stesso vuoto considerando «obsoleta» l’alleanza, riducendo i suoi problemi ai Paesi membri «cattivi pagatori», mentre preferisce trattare direttamente con i singoli Stati, modulando e articolando la sovranità secondo gli interessi americani nell’area, senza intermediazioni sovranazionali. Tutto questo accade perché ciò che manca nell’immagine della Nato, oggi, è il profilo dell’Occidente. Se oggi quel sentimento si è indebolito, fino a essere incapace di produrre una cultura condivisa e una politica conseguente, è frutto dello spirito dei tempi”.  
 
Francesco Bei, La Stampa
Quello in atto in queste settimane tra grillini e Pd sembra il classico (pericoloso) gioco del cerino in mano. Ne parla Francesco Bei sulla Stampa. “Non sarà sulla prescrizione che cadrà il governo, questo è chiaro. Eppure la trattativa con cui il Pd si propone di mitigare gli effetti più devastanti della riforma Bonafede - la quale senza correttivi andrà comunque in vigore tra meno di un mese - è importante perché fornisce diverse indicazioni sullo stato dell’arte nella maggioranza e sulla benzina che resta nel motore del governo Conte II. Non si tratta qui di spiegare le conseguenze tecniche dell’innovazione voluta dal Movimento Cinque Stelle e imposta alla Lega un anno fa. Interessa capire invece la manovra politica sottesa, ormai sempre più evidente. E’ il vecchio gioco del cerino, per far ricadere la responsabilità della rottura sull’alleato. Un gioco che, questo è il punto, ormai stanno praticando entrambi i contendenti. Per il M5S, anzi per Luigi Di Maio, l’intento è chiaro. Parla alla pancia dell’elettorato grillino, quello giustizialista della prima ora, a cui un Di Maio appesantito dall’esperienza di governo può rivolgersi sbandierando la coerenza e la purezza delle origini. Funziona certamente, lo si vede sui social. E funziona anche a ricompattare il Movimento, così come la battaglia contro il Meccanismo europeo di stabilità. E’ legittimo chiedersi fin dove voglia spingersi il capo politico dei Cinque Stelle con questo continuo bradisismo nel governo. Gli ultimatum, smentiti ogni volta a un passo dal precipizio, servono solo a far rialzare i consensi nei sondaggi o nascondono una strategia diversa? Dentro il M5S spiegano che il pressing serve a riportare il baricentro del governo sulla rotta originaria, evitando spostamenti troppo moderati, senza che questo debba essere interpretato come una volontà di mettere in crisi Conte. Quale che sia la verità, nel partito democratico si sono fatti però un’altra idea. Soprattutto il segretario Zingaretti e gli uomini a lui più vicini hanno maturato l’opinione che Di Maio stia cercando ogni pretesto per distanziarsi da palazzo Chigi in preparazione dello strappo finale. Non ora, non con la Finanziaria aperta. Ma a gennaio-febbraio, dopo le elezioni in Emilia-Romagna”.
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