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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 05/12/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto De Micheli: sbloccati 3,5 miliardi di opere, ora sei commissari
«In 78 giorni di governo abbiamo sbloccato senza clamori opere per 3,5 miliardi, che non hanno più bisogno di ulteriori interventi da parte del Mit». Lo fa sapere la ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli, intervistata sul Sole 24 Ore da Giorgio Santilli, al quale sottolinea che «per il momento ci fermeremo a dieci opere da commissariare, con sei commissari, oltre alle cinque dell'Av e del Mose già previste per legge». Lei dice che a bloccare le opere è spesso la mancanza di intese politiche. Colpa della decrescita felice dei Cinque stelle? «Non è così. Si tratta più frequentemente di interessi locali che non si ha il coraggio di affrontare. L'apertura di un cantiere scontenta sempre qualcuno. Penso alle discussioni sul percorso che deve seguire una strada o le delimitazioni di traffico che devono sopportare gli abitanti di una zona per l'avvio di un lavoro. Ma ora le decisioni si devono prendere, opera per opera, ascoltando le persone». Quindi non c’è da semplificare nulla nelle procedure? «Non ho detto questo. Noi abbiamo ora il regolamento appalti dove metteremo il più possibile di chiarimenti interpretativi e semplificazioni. Abbiamo avviato le consultazioni, che faremo in forma di audizione, per consentire a tutti, in primis alle imprese, di fare le loro osservazioni». Interverrete sul codice? «Solo dopo aver varato il regolamento e aver visto come funzionano le norme, interverremo, se serve, anche sul codice per eliminare problemi specifici che dovessero porsi. Ma lo faremo con simulazioni che ci dicano esattamente in quale passaggio c'è il problema». Sull’ipotesi di revoca della concessione ad Aspi ci sarà un Cdm a breve? «Dobbiamo prima completare l’istruttoria. Noi dobbiamo fare le cose, anche qui, nell'interesse delle persone, con determinazione e senza sconti, senza trascurare gli obblighi che Aspi ha omesso di rispettare».
 
Lamorgese: così renderò sicure le città
Archiviata la leva della paura, lo sforzo è fare in modo che i cittadini abbiano «fiducia nello Stato che li difende». Più forze di polizia e più giovani sul campo, investimenti per le periferie, non ronde ma sì al controllo di vicinato «con intelligenza». E rispetto della legalità, sempre. Questa la strada maestra per rendere sicure le città secondo la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervistata da Marcella Cocchi sul Quotidiano Nazionale. L’insicurezza percepita galoppa oltre la verità delle statistiche, altrimenti non si spiega il senso di paura nonostante i reati siano in calo (eccetto i femminicidi). «I dati rassicurano. Dal 2015 gli indici sull’andamento della criminalità sono in calo e, anche a Milano, Bologna e Firenze, sono in costante diminuzione il numero dei delitti commessi. Ma la percezione della sicurezza fa leva su circostanze capaci di sollecitare reazioni emotive. E qui entra in gioco l’importanza di gestire gli spazi urbani con un approccio sinergico di tutte le istituzioni». Che cosa può fare il governo? «Dobbiamo rispondere non solo mettendo in campo più forze di polizia, ma anche sollecitando politiche locali di manutenzione del territorio: strade illuminate, negozi accesi anche di notte, trasporti pubblici efficienti, iniziative culturali capaci di coinvolgere i giovani, e non solo, nelle aree più problematiche, associazionismo per sviluppare una fitta rete attiva sui territori. Tutto questo contribuisce a produrre un effetto rassicurazione, aumentando nei cittadini la percezione di sicurezza». Quando era al suo posto, Salvini impostò tutto sulla paura. Lei che eredità vorrebbe lasciare? «A me piace pensare che i cittadini, più che paura, abbiano piena fiducia nello Stato che li difende. Il ministero dell’Interno è il garante delle libertà dei cittadini, che in esso devono trovare un interlocutore autorevole e credibile. La tutela delle nostre comunità è la nostra mission».
 
Bongiorno: su prescrizione il Pd faccia una proposta seria
«Siamo alla vigilia di una catastrofe: chiunque frequenti i tribunali sa che le udienze vengono fissate in ragione del tempo che manca alla prescrizione. La prescrizione è una sorta di ghigliottina di fronte alla quale il sistema accelera. Nel momento stesso in cui la ghigliottina sparirà, inevitabilmente il sistema della giustizia si paralizzerà. Di una riforma della prescrizione si può pure parlare, ma prima occorre velocizzare i tempi dei processi». Lo afferma la senatrice della  Lega Giulia Bongiorno, intervistata sulla Stampa da Francesco Grignetti. Queste cose lei le aveva spiegate a Di Maio e Bonafede? «Eccome. Ricordo bene alcune riunioni con loro due presenti. E mi sembrava che avessero compreso, tanto è vero che mi diedero ragione e accettarono di rinviarne l’entrata in vigore, subordinando lo stop della prescrizione alla riforma del processo penale. Adesso però vedo che hanno fatto marcia indietro. Hanno cambiato idea? La velocizzazione del processo non è più un problema?». Cosa è successo, secondo lei? «Aveva promesso una riforma, ma finora Bonafede non è riuscito a scrivere una proposta seria per accelerare i processi. E siccome ora i Cinque Stelle sono in ansia da consenso, inseguono la vulgata che la prescrizione sia una forma di ingiustizia. Invece no, non è così. Direi che è il momento di essere un po’responsabili». Il Pd annuncia che, nel caso non si trovasse un accordo di maggioranza, presenterà un suo progetto di legge autonomo. La Lega potrebbe votare la proposta del Pd? «Guardi, la Lega ha un approccio pragmatico ai problemi. Se qualcuno ci propone una buona soluzione, non ci interessa se viene da destra o da sinistra. Però mi faccia aggiungere, conoscendo il Pd e avendo presente il lavoro svolto da Orlando alla Giustizia, che sono lievemente prevenuta».
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