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Data di scadenza dopo la manovra

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/12/2019

Data di scadenza dopo la manovra Data di scadenza dopo la manovra Stefano Folli, Repubblica
Per Stefano Folli il Governo cadrà dopo l’approvazione della manovra. “I 4700 esuberi richiesti dal nuovo piano di Mittal per l’Ilva – scrive Folli su Repubblica - confermano il sostanziale fallimento degli sforzi del governo. Sul piano politico sono soprattutto i Cinque Stelle a doversi far carico del disastro, tanto più drammatico in quanto si verifica al Sud, dove avevano raccolto la gran parte dei loro consensi. Il bilancio dei 5S al governo è dunque scarso anche sul piano sociale, quello che doveva servire ad alimentare l’illusione di un movimento di sinistra, radicato nella parte più debole della società e quindi legittimato a trovare un’intesa col Pd. Invece il M5S non è mai andato al di là dei proclami, salvo quel reddito di cittadinanza che doveva servire per creare posti di lavoro e invece, a quanto se ne sa, non ne ha organizzati neanche uno. Dove i seguaci di Di Maio possono pensare di essere ancora incisivi è sulla linea barricadiera in cui ritrovano, non a caso, Di Battista e l’ala destrorsa. Ma la domanda è fino a che punto questo gruppo ha interesse a sostenere il governo. Dunque è sul Mes – sostiene Folli - che la crisi è possibile e persino probabile. Troppa la distanza con il Pd e troppo sottili, per non dire inesistenti, i margini per un’intesa. Del resto il presidente dell’Eurogruppo ha dichiarato che l’accordo sul testo è chiuso, con la firma prevista verso febbraio-marzo. Ne deriva che nei prossimi giorni qualcuno perderà la faccia. Una buona ragione per decidere la fine del governo. Pure il Pd s’è reso conto che non c’è futuro: chi ha senso politico in via del Nazareno vede i sondaggi e si accorge che la caduta costante dei 5S non si accompagna a un sensibile rafforzamento del partito. Entrambi i partner hanno quindi i loro motivi per smetterla. S’intende, dopo aver approvato la legge di bilancio”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
“L’Alleanza Atlantica esce dal vertice di Londra meglio di com’era entrata”. Lo sostiene sulla Stampa Stefano Stefanini, secondo il quale, in un contesto in cui “le divergenze sono visibili ma altrettanto lo è la volontà di restare insieme, l’Italia può tirare un respiro di sollievo”. “La novità emersa dal vertice – scrive Stefanini - è la Cina con l’appendice del 5G. La Cina non è classificata minaccia ma lo è il 5G se in mani non amiche: «La Nato e gli Alleati s’impegnano a garantire la sicurezza delle nostre comunicazioni, 5G compreso». Il riferimento del comunicato finale è volutamente specifico. Non lascia adito a dubbi su due punti: la tecnologia 5G è questione di sicurezza; e chiama in causa Pechino. Questo non significa che l’Italia debba tagliare i ponti con la Cina nelle telecomunicazioni e bandire Huawei. Significa però che si è impegnata a individuare i limiti entro cui l’uso di tecnologia cinese non comprometta la sicurezza delle tlc. Tant’è che nel suo intervento Conte ha sottolineato che l’Italia si è dotata di una legislazione che protegge rigorosamente il «perimetro cibernetico nazionale». Dunque l’Italia ha preso l’impegno di garantire la sicurezza delle comunicazioni, e non basteranno acrobazie verbali a soddisfarlo. Visto che abbiamo una legislazione dovrà essere usata. La Cina – conclude Stefanini - non era mai comparsa sullo schermo atlantico. Pechino non ha fatto mistero di non gradire l’attenzione della Nato. Il nervosismo cinese è ingiustificato se teme un confronto militare nel Pacifico e nel Mar cinese meridionale. L’ultima cosa che la Nato cerca è un nuovo avversario. L’Alleanza non può però ignorare la seconda potenza mondiale (anche per bilancio militare) la cui influenza economica e tecnologica si sta spingendo nello spazio euro-atlantico. E’ il prezzo del successo di Xi Jinping”.
 
Sabino Cassese, Corriere della Sera
Sul Mes noi discutiamo del sesso degli angeli, sempre con lo sguardo rivolto verso il passato. Lo scrive sul Corriere della Sera Sabino Cassese. “Nell’organo di governo del Mes – spiega Cassese – le decisioni importanti vanno prese con mutuo accordo e comunque l’Italia ha già una quota del capitale che le consente un potere di veto: dovremmo aver paura di noi stessi? I 19 Paesi che fanno parte del Mes contribuiscono non in base alla propria rischiosità, ma alle proprie dimensioni (popolazione e Pil). Quindi la Germania, il Paese che presenta meno rischi, contribuisce con la quota più elevata: non è questo un esempio di quella solidarietà che chiediamo ogni giorno alla Ue? Le modifiche proposte riguardano principalmente l’attribuzione al Mes, insieme alla Commissione Ue, «in collegamento» con la Bce, del compito di valutare la sostenibilità del debito dello Stato richiedente (qualunque istituzione che eroga un prestito deve farlo); la possibilità del Fondo di risoluzione delle banche di ricorrere al Mes se i propri fondi non fossero sufficienti per intervenire sulle banche in difficoltà (considerato l’ammontare di titoli del debito pubblico in possesso di banche italiane, questo ampliamento è nell’interesse anche dei risparmiatori italiani); l’aggiunta di un altro controllore del debito pubblico (composto dai 19 governi dell’eurozona) alla Commissione Ue. Il dubbio sollevato da qualche critico riguarda il potere del Mes di condizionare il suo intervento a una ristrutturazione del debito. Ma chi presterebbe risorse a qualcuno che non sia in grado di restituirle? E lo Stato che non voglia sottostare a tali condizioni non avrebbe sempre l’opzione di non ricorrere al Mes? Dovrei concludere che si è fatto molto rumore per nulla e che stiamo perdendo un’altra buona occasione per far sentire la nostra voce in Europa”.
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