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Vince il profitto nel Paese disuguale

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 04/12/2019

Vince il profitto nel Paese disuguale Vince il profitto nel Paese disuguale Massimo Giannini, Repubblica
“Il grattacielo Unicredit che svetta nello skyline di Milano è un bell’inno alla modernità. Ma anche un monumento al lavoro perduto”. Su Repubblica Massimo Giannini commenta il nuovo piano industriale della prima banca italiana, “che riassume in poche voci e quattro numeri il Grande Romanzo della disuguaglianza globale. Da una parte, 8 mila posti da tagliare e 500 filiali da chiudere. Dall’altra, 5 miliardi di utile da incassare e 8 miliardi di dividendi da distribuire. Lavoratori a casa, azionisti in carrozza. L’ulteriore falcidia di occupati nel sistema bancario aggrava un mesto rito collettivo, il funerale del lavoro. Si celebra ogni giorno e ovunque. Ilva, 5 mila esuberi. Tim, 5 mila. Alitalia, 5 mila. Ibm, 1.700. Banca Intesa, 1.600. Vodafone, 1.100. Ericsson, 600. Whirlpool, 800. Una lista infinita. Ma nella vicenda Unicredit c’è un paradosso: la banca non è in crisi. Cancellerà 6 mila posti di lavoro in modo «socialmente responsabile» ma nel frattempo non mancherà di «creare valore per gli azionisti» per una cifra monstre. Ben vengano profitti e dividendi, indici di salute aziendale. Ma il cortocircuito è evidente. Anche i bancari hanno un’anima, recitava Gino Bramieri. E i banchieri? Certo, non serve sfasciare i bancomat, come facevano i no-global nati a Seattle 30 anni fa. Ma qualcosa si dovrebbe fare. C’è un problema di accumulazione delle risorse: negli ultimi dieci anni gli investimenti fissi delle imprese sono scesi del 15% mentre i profitti, reinvestiti solo in minima parte, hanno generato una rendita dell’84%. C’è un problema di salari: in 25 anni le retribuzioni medie nell’industria sono aumentate di appena 500 euro, mentre quelle di pubblico impiego, commercio e turismo sono diminuite di 3 mila euro, e il 75% degli 800 mila addetti della gig economy non arriva a 500 euro al mese. Tra governo e Parlamento, c’è qualcuno che si sta preoccupando di tutto questo? Non pare”.
 
Marco Imarisio, Corriere della Sera
Per Marco Imarisio sul Corriere della Sera il M5S è un partito in mezzo al guado e alle correnti. “La faccia cupa di Di Maio e il suo sovranismo riaffermato come unica moneta spendibile al tavolo della politica rappresenta solo una delle anime del Movimento, in alcun modo sovrapponibile a quella di Conte, che invece auspica per il «suo» M5S un’«ampia traiettoria» da compiere con il Pd. A queste due realtà opposte bisogna aggiungere la timida corrente che fa capo a Roberto Fico, a metà strada tra governismo e ortodossia. Con Davide Casaleggio ostinato nel volersi occupare solo dell’azienda di famiglia e Beppe Grillo riluttante a riprendere il proscenio soprattutto per la forte contrarietà degli affetti più cari. Il M5S appare di tutti e quindi di nessuno, nominalmente governato da un capo politico che riscuote sempre meno credito presso i suoi parlamentari. Naturalmente, anche il Mes è poco più di un pretesto. Potrebbe accadere lo stesso con qualunque altro argomento dello scibile umano. Il M5S rimane in mezzo al guado di una mutazione incompiuta. Non è ancora partito di governo, non è più semplice movimento di opposizione. Continua a oscillare tra l’apprendistato per la gestione del potere e la tentazione di riprendere le vesti da Masaniello del sistema, senza comprendere che una cosa esclude l’altra. Non per un lasso di tempo limitato, ma per sempre. Quando si tornerà a votare, a Di Maio o chi per lui sarà molto difficile condurre una campagna elettorale come quella, trionfale, del 2018, improntata a un «è tutto sbagliato, tutto da rifare». L’esigenza dettata dagli equilibri interni e dall’istinto di autoconservazione impone all’attuale gruppo dirigente di ignorare questo semplice assunto, continuando a recitare parti diverse in una commedia che così potrebbe volgere al dramma. Non per il M5S, ma per l’Italia intera”.
 
Francesco Guerrera, La Stampa
“Social network vs bollicine”. Sulla Stampa Francesco Guerrera commenta il nuovo fronte della guerra commerciale mondiale: la minaccia di dazi su una miriade di beni francesi agitata da Trump in risposta alla decisione di Macron di imporre una web tax che penalizzerà i giganti di Internet statunitensi. “A vincere, per il momento, sono solo il protezionismo, l’unilateralismo e l’ostinazione di politici più o meno populisti. Ma la strada è lunga e una soluzione si troverà. Al momento – spiega Guerrera -, Ue e Usa sono legate da ipocrisia, malafede e ottusità. Incominciamo dalle parti nostre. Non c’è dubbio che la web tax di Macron sia mirata a colpire le multinazionali americani della tecnologia. I francesi, veri professionisti del protezionismo, hanno arbitrariamente escluso dalla tassa chi vende abbonamenti sul web (così Le Monde e compagnia non cadono nella rete). E, stranamente, Parigi non dimostra lo stesso entusiasmo fiscale per nuove regole internazionali che permetterebbero a Paesi come la Cina di tassare i produttori di beni di lusso. Per quel che riguarda gli Usa, l’unica cosa positiva è che, per la prima volta, non è stato Trump a causare una guerra commerciale. Per il resto, la posizione dei giganti del web è indifendibile. Guadagnano miliardi di dollari grazie ai consumatori europei ma pagano pochissime tasse. Secondo la Commissione Ue, pagano una tassa media del 9,5%, mentre le società ‘normali’ sborsano quasi il 24%. Il problema è serio: nell’economia moderna, un sistema fiscale basato sull’indirizzo del quartier generale non ha più molto senso, soprattutto quando si tratta di servizi virtuali e di ricavi transazionali. E’ per questo che, dietro ai palcoscenici politici, gli esperti sembrano sicuri che Ue e Usa troveranno un compromesso, probabilmente una tregua fino a quando l’Ocse escogiterà una soluzione accettabile sia ai governi sia ai padroni di Internet”.
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