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Altro parere

Con gli Agnelli finisce l'era dello Scalfarismo

Redazione InPi¨ 03/12/2019

Altro parere Altro parere Paolo Guzzanti, il Giornale
Come ricordare - scrive Paolo Guzzanti sul Giornale - i miei anni ormai antichi al quotidiano Repubblica proprio in queste ore in cui si deciderà il destino di questa testata straordinaria e pirata, amata e odiata, che fu anche un partito, una newsletter, un brand, una sontuosa e soggettiva apparecchiatura di Eugenio Scalfari che per vezzo tutti chiamano il Fondatore visto che così fu scritto sulla testata oggi in crisi, quando Carlo De Benedetti, editore e grande manager, lo licenziò, sia pure coi dovuti garbi, per sostituirlo dalla mattina alla sera con Ezio Mauro. Adesso, non si sa – e credo che pochi sanno – come andrà a finire, ma si parla di un acquisto del gruppo Espresso da parte di Elkann e della Fiat. Carlo De Benedetti avrebbe voluto, contro il parere dei figli, seguitare a fare l’editore di Repubblica ma è stato messo in minoranza in famiglia, con suo grandissimo disappunto. Nel frattempo, a Repubblica, dalla scorsa primavera è arrivato come direttore un uomo assolutamente estraneo al clan dei consanguinei. Si tratta di Carlo Verdelli, del ceppo del Corriere della Sera, che ha saputo riagganciare l’anima dell’antico prodotto artigianale per ristabilire una continuità che ha funzionato sia nell’immagine che su un mercato esangue. Tira dunque un’aria indecifrabile che allarma i giornalisti e i lettori tornati ad un brand nel ricordo degli antichi fasti. Il giornale che faceva Scalfari non era semplicemente un giornale «di sinistra». Scalfari voleva, e riuscì in parte a scolpire una sinistra a sua personale immagine e somiglianza, prima socialista e poi comunista e alla fine anche democristiana. Nulla si sa delle intenzioni dei nuovi editori, i loro piani, la loro visione (editoriale) del mondo. Personalmente, penso che sarebbe una tremenda occasione sprecata, quella di abortire l’anima appena recuperata di un giornale fazioso quanto si vuole, ma che richiede una fattura artigianalmente geniale.
 
Francesco Gesualdi, Avvenire
I politici non sempre dicono la verità, ma ogni tanto - osserva Francesco Gesualdi su Avvenire - hanno la capacità di attrarre l’attenzione su tematiche che i cittadini farebbero bene a seguire di più. Un caso del genere riguarda ciò che i media hanno battezzato "Trattato salva Stati", il cui vero nome è "Trattato per il meccanismo europeo di stabilità", in sigla Mes. Un’analisi più dettagliata ci dice che il vero obiettivo del Trattato non è la salvezza degli Stati, bensì dell’euro minacciato da crisi di sfiducia ogni volta che gli Stati si sovraccaricano di debiti. Premesso che il fondo elargisce solo prestiti, per giunta finalizzati anche al salvataggio delle banche, esso divide i possibili Paesi richiedenti in due categorie: quelli con un debito moderato e quelli con un debito elevato. Ed è proprio questa differenziazione che alcuni reputano inaccettabile. In realtà, se c’è una critica da muovere al Trattato è che sancisce il primato della finanza senza tenere in alcuna considerazione le esigenze sociali, i diritti umani, la salvaguardia della democrazia, concetti che non sono mai citati neanche di sfuggita. Manca di anima sociale. Caratteristica che emerge anche dalla decisione di lasciare che ogni Stato risolva i propri problemi arrangiandosi da solo, sollecitando l’intervento degli altri solo quando l’instabilità dell’uno minaccia la stabilità di tutti. Il Mes insomma rischia, di questo passo, di rappresentare solo un altro passo verso la costruzione di un’Europa di tipo condominiale dove si sta assieme solo perché si condivide il tetto, le scale e l’ascensore, ma per il resto ognuno è estraneo all’altro. Tutta un’altra Europa rispetto a quella sognata da Spinelli e dai padri fondatori De Gasperi, Schuman e Adenauer che oggi, in tema di debito pubblico, avrebbero,verosimilmente, chiesto soluzioni condivise a partire dall’emissione di titoli europei e di maggiore intervento da parte della Banca centrale europea.
 
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