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Il fantasma del grande complotto

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 03/12/2019

Il fantasma del grande complotto Il fantasma del grande complotto Ezio Mauro, la Repubblica
A chi parlava il presidente del Consiglio Conte, ieri, nella sua informativa a Montecitorio e Palazzo Madama sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità? Prima di tutto – scrive oggi Ezio Mauro su Repubblica – al Paese, attraverso il Parlamento che lo rappresenta. Poi all’Europa e ai mercati. Quindi alla Lega e a Fratelli d’Italia, che proprio sul Mes stanno attaccando il premier con accuse gravissime di alto tradimento e di spergiuro. Ma senza mai citarlo, e senza nemmeno guardarlo seduto al suo fianco, mentre puntava il dito contro l’opposizione di destra Conte parlava anche al suo ministro degli Esteri, il leader dei Cinque Stelle Di Maio. La polemica del leader Cinque Stelle sul Mes risuona infatti come un’eco della campagna leghista, ma in più tiene in scacco il governo, paralizza la sua maggioranza, evoca addirittura la crisi e la fine dell’alleanza tra i grillini e il Pd. Conte ha dunque voluto mandare un segnale anche a Di Maio, che come Salvini nel precedente governo era a conoscenza del cammino della riforma Mes. Ma l’opposizione di Di Maio al suo stesso governo – afferma Mauro – è la prova e il risultato della crisi scoppiata all’interno dei Cinque Stelle, riflesso della loro crisi esterna di consenso. Commissariato e imbalsamato da Grillo, che lo consegnava all’alleanza col Pd, il ministro degli Esteri ha tentato di ritrovare una parvenza di vita propria, per salvare la leadership. Aveva due strade: o dare una prospettiva politica all’intesa con la sinistra, diventandone protagonista, o recuperare l’identità populista, per non lasciare il campo libero a Salvini. Il richiamo della foresta gli ha fatto scegliere la scorciatoia antipolitica, trasformando il Mes in uno spettro dell’Europa matrigna e l’Europa nel nemico permanente del cittadino spaurito, isolato, ingannato e depredato, bisognoso di tutela.
 
Franco Venturini, Corriere della Sera
Come scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera, se Emmanuel Macron sperava di evidenziare le carenze della Nato proclamandone la «morte cerebrale», la festa di compleanno dell’Alleanza che si apre oggi a Londra gli procurerà un amaro risveglio. Spaventati dall’eccesso dialettico del capo dell’Eliseo, tutti gli alleati, a cominciare dalla Germania, si sentiranno tenuti a celebrare in riva al Tamigi l’ottimo stato di salute del settantenne Patto Atlantico, con il risultato di spingere ancora una volta sotto il tappeto proprio quelle manchevolezze che Macron voleva sottolineare. Persino Donald Trump, che continua ad avercela con gli europei perché «fanno pagare agli Usa il prezzo della loro sicurezza», avrebbe deciso di abbassare i toni. Trombe e bandiere al vento, allora? Se così sarà, Macron avrà di che mordersi le labbra per il boomerang diplomatico innescato dalla sua fuga in avanti. In realtà, secondo Venturini, la Nato a settant’anni dalla sua nascita attraversa oggi davvero la sua prima crisi d’identità immersa com’è in un disordine globale che non risparmia i rapporti transatlantici e minaccia il concetto stesso di Occidente. Ma il più grave dei problemi che insidiano il futuro dell’Alleanza è l’inconfessata crisi di fiducia sull’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede una reazione armata di tutti se un solo alleato viene aggredito. Nel ’39 la Nato non esisteva, ma le democrazie occidentali decisero di «morire per Danzica». Oggi esiste l’articolo 5 che anche Trump ha confermato dopo qualche resistenza. Ma saremmo pronti, l’America sarebbe davvero pronta a morire per Tallinn, o per Vilnius, o per Riga, o per Varsavia, scatenando una guerra generalizzata contro la Russia (per stare al copione sul quale la Nato si esercita)? Gli odierni Parlamenti, le opinioni pubbliche, i governi occidentali, seguirebbero l’ormai lontano esempio di Danzica?
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Al di là di aspetti più o meno spettacolari del «duello», com’è stato definito quello tra Conte e Salvini sul «Mes», non c’è dubbio – scrive Marcello Sorgi sulla Stampa – che la seduta di ieri al Senato sia stata il secondo tempo dello scontro cominciato nella stessa aula il 20 agosto, quando Conte si presentò per annunciare le dimissioni del suo primo governo. Ma per quanto il premier sia riuscito a smontare le accuse di Lega e Fratelli d’Italia, di aver firmato un trattato internazionale senza l’autorizzazione del Parlamento, la sensazione è che stavolta sia riuscito meno brillantemente della precedente a cavarsi d’impaccio, per varie ragioni. Innanzitutto perché all’approvazione in sede europea del «Mes» magari si arriverà, prima o poi, ma solo dopo un rinvio che non soltanto l’Italia, ma anche la Francia, si preparano a chiedere. Segno che al di fuori delle esagerazioni propagandistiche di Salvini e Meloni qualche dubbio sul funzionamento del meccanismo è legittimo. A premere per il mantenimento degli impegni, per altro risalenti alla gestione Tria del ministero dell’Economia, è stato soprattutto il Pd. Su cosa abbia spinto il partito di Zingaretti a tenere duro fino al rischio concreto della crisi di governo minacciata da Di Maio, per poi mollare, si possono fare due ipotesi. La prima è che il Pd si sia mosso di sponda con Gentiloni, che appena insediato non aveva voglia di passare per il rappresentante di un Paese piantagrane. La seconda è che il Pd veda nella caratterizzazione filoeuropea dell’attuale governo, contrapposta a quella euroscettica del Conte 1 giallo-verde, un elemento fondamentale dell’alleanza con i 5 stelle. Ma a parte il fatto che un’intesa «strategica», per citare le ambizioni di Zingaretti e Franceschini, con i grillini è ormai improbabile, per non dire fuori dalla realtà, aver scelto per realizzarla il «Mes» e la misura della fede europeista del governo è stato un azzardo.
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