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Facciamo chiarezza sul Mes

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 02/12/2019

In edicola In edicola Alessandro Penati, la Repubblica
Su Repubblica, Alessandro Penati prova a fare un po’ di chiarezza sulla vicenda Mes: “Quanto della questione Mes è strumentalizzazione politica? Di primo acchito, molto. Il Trattato in discussione modifica quello esistente che istituì il Mes a fine 2012. La possibilità che il debito venga ristrutturato, prevista alla premessa 12 del nuovo Trattato, era già nell’articolato precedente. del debito a seguito di una crisi esisterebbe anche senza Mes, come dimostra il caso della Grecia. Anzi, i fautori del Trattato sostengono che un’eventuale ristrutturazione sarebbe solo più ordinata. Il Mes infine interviene solo su richiesta di un Paese in stato di crisi. Quindi, se i governi italiani perseguiranno politiche fiscali responsabili, il rischio di ristrutturazione del debito semplicemente non esiste. Questione chiusa, dunque? No. Per capirlo serve rispondere a tre quesiti: che cosa cambia veramente col nuovo Trattato? Perché i governi europei lo hanno voluto cambiare proprio adesso? Che cosa è meglio per i detentori dei Btp? Cosa cambia? Primo. La guida della gestione delle crisi passa dalla Commissione, istituzione politica fondata sul principio della rappresentatività di tutti i Paesi, e che quindi agisce sulla base del compromesso tra i diversi interessi nazionali, al Mes: un organismo tecnico, con potere decisionale autonomo e che risponde direttamente ai governi che lo hanno istituito. Secondo. Il Trattato specifica che il Mes interviene in due modi: i prestiti precauzionali, soggetti a condizionalità, ma che non comportano la possibilità della ristrutturazione del debito (art. 14); e quelli che invece la ammettono. L’Annex III dell’art. 14 definisce esattamente i criteri che devono essere soddisfatti affinché un Paese possa accedere ai prestiti precauzionali: oggi l’Italia non li soddisfa. Terzo, per facilitare le ristrutturazioni l’art. 12 prevede che dal 2022 i titoli di stato dell’eurozona contengano clausole di azione collettive che rendano vincolanti per tutti le ristrutturazioni approvate a maggioranza qualificata. Nel Trattato esistente ci vogliono due maggioranze (per singola emissione e per il totale del debito) e quorum più elevati. Cosa conviene fare adesso? Aderire al Trattato. Non farlo, o rinviarlo, sarebbe inutile perché il Mes è un accordo tra governi e quindi il Trattato può essere ratificato anche senza di noi. E aumenterebbe solo i danni perché una vittoria della linea di Salvini e Di Maio rafforzerebbe i timori sulla pericolosità del nostro debito. Oggettivamente, il Trattato aumenta la probabilità che in caso di crisi futura ci venga richiesta una ristrutturazione del debito. Ma è chiaro che la responsabilità per tutto questo è il risultato dell’esperienza dei gialloverdi al governo e delle politiche propugnate ancora oggi dalla Lega e, a giorni alterni, dal M5S”.
 
 
Stefano Lepri, La Stampa
La battaglia sul Mes porta con sè il rischio di una “doppia sconfitta”. Ne parla Stefano Lepri sulla Stampa: “Forse mai la politica italiana si era divisa su una questione così ardua da comprendere per i cittadini come il Meccanismo europeo di stabilità, o Mes, o salva-Stati che dir si voglia. Ma non importa: l’offensiva propagandistica della destra, a cui il M5s trova difficoltà a resistere, si fonda solo su una emozione semplice, anzi rozza: la diffidenza verso gli altri europei. Si tratti di «burocrati di Bruxelles», di tedeschi o di francesi, si cerca di dipingerli come nemici, tesi a raggirare gli italiani. Poco conta che il partito tedesco di estrema destra AfD, nel Parlamento europeo iscritto allo stesso gruppo della Lega, sia convinto esattamente dell’opposto: ossia che il Mes sia uno strumento degli italiani per spillare soldi ai tedeschi. Entrambe le accuse sono false. Se gli esperti dibattono i pro e i contro dell’accordo in discussione tra i governi europei, è perché cambia assai poco (meglio o peggio che sia) rispetto alla prassi adottata negli anni scorsi, imparando dagli errori commessi nei successivi salvataggi della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo e di Cipro. Nel negoziato la difesa delle posizioni italiane è stata condotta in piena continuità da due ministri dell’Economia diversissimi, il tecnico indicato dalla Lega Giovanni Tria e il politico del Pd Roberto Gualtieri. Nessuno dei due poteva risolvere il problema più grosso: se l’Italia si mettesse nei guai, sarebbe troppo grande per essere salvata come si fece con i quattro Paesi di cui sopra. Per questo, non si può chiedere agli altri Paesi la garanzia che l’Italia sarebbe protetta dalla bancarotta in qualsiasi modo si comporti. Chi governa un Paese tanto indebitato deve soprattutto provvedere a tenerlo lontano dal pericolo. Ciò che giustamente si può pretendere è che non si concordino norme tali da renderci più difficile il compito di salvarsi da soli. A fronte di un rischio non pressante, chiedere un rinvio sul Mes apparirà agli altri governi soprattutto come un segno di  scarsa  affidabilità  dell’Italia.  Il  salva-Stati è, sia pur con difetti, uno strumento di solidarietà verso i Paesi più deboli. In sostanza, gli altri potranno ribattere: «Non lo volete? Allora peggio per voi». Difficile che questo riesca utile nell’altro negoziato”.
 
Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli prende spunto dall’attentato di venerdì scorso sul London Bridge e torna sull’antisemitismo esaminando “l’ambigua sinistra inglese”. Parlando delle imminenti elezioni inglesi e de leader laburista Jeremy Corbyn, Mieli scrive di “una visione della politica internazionale dai forti connotati antiatlantici corrobora- ti da una più che decisa simpatia per organizzazioni come Hamas e Hezbollah (definite «amiche») e di spiccata antipatia nei confronti «delle politiche dello Stato di Israele». A tal punto evidente che in molti, anche dall’interno del Partito laburista, hanno identificato in essa i caratteri di un’ostilità a Israele tout court, sconfinante per di più in un (magari involontario) sentimento antisemita. Corbyn, alla guida dei laburisti inglesi dal 2015, non è nuovo a questo genere di rilievi. Non si contano, nella sua biografia, episodi che anche in Italia avrebbero sollevato (immaginiamo) commenti aspri non soltanto da parte ebraica: Intendiamoci, presi uno per uno tutti questi casi (alcuni più, alcuni meno) potrebbero trovare delle giustificazioni. Ma nel loro insieme non possono non suscitare perplessità. Del resto Corbyn non è stato certo il primo nel mondo laburista a manifestare sentimenti del genere. L’ex sindaco di Londra Ken Livingstone provocò un grande trambusto allorché sostenne l’ardita tesi secondo cui «quando Hitler vinse le elezioni, la sua politica era che gli ebrei dovessero spostarsi in Israele... Hitler era di fatto un sostenitore del sionismo prima che perdesse la testa e finisse per uccidere sei milioni di ebrei». Un candidato alle amministrative di Peterborough, Alan Bull, aveva poi più sbrigativamente sostenuto essere l’Olocausto «una bufala». Recentemente l’atmosfera si è fatta ancora più calda. L’Anti-Defamation League, in una rilevazione quinquennale sull’antisemitismo compiuta in diciotto Paesi, ha denunciato l’aumento vertiginoso del fenomeno in Europa orientale — con punte record in Russia, Polonia e Ucraina — e la consistente diminuzione in Italia (–11 punti) ma anche, sia pure meno vistosa, nel Regno Unito in cui hanno fin qui dominato i conservatori (–1 punto). Stupisce che la sinistra politica e culturale del nostro Paese (con alcune — purtroppo poche — lodevoli eccezioni) pur particolarmente attenta agli slittamenti antisemiti nel discorso pubblico italiano non abbia ritenuto meritevole di attenzione queste particolarità di Corbyn che hanno suscitato allarme persino nell’arcivescovo di Canterbury”.
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