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I troppi dossier mai chiusi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 28/11/2019

I troppi dossier mai chiusi I troppi dossier mai chiusi Nicola Saldutti, Corriere della Sera
Dall’ex Ilva ad Alitalia, i troppi dossier aperti sul tavolo del governo. Ne parla Nicola Saldutti sul Corriere della Sera. “E in un Paese dove tutti sono bravissimi a individuare soluzioni quando non si trovano a gestire le scelte da fare, è chiaro che dall’esterno tutto appare semplice. Da Palazzo Chigi, chiamato a mediare, lo scenario è molto diverso. Vale per la tragedia del ponte Morandi di Genova, le decisioni che andranno prese sul fronte della concessione delle Autostrade e per la gestione di un possibile ritorno dello Stato-azionista per casi di queste settimane, dallo scudo penale, prima concesso e poi cancellato ad Arcelor Mittal, la crisi Whirlpool, Embraco, Pernigotti, la formazione della cordata Alitalia, per vedere come le forze che hanno votato la fiducia a questo governo preferiscano un’altra strada: quella delle dichiarazioni permanenti, possibilmente in contrasto con quelle dei partner avversari. E la formula del disaccordo su tutto diventa un metodo, un labirinto dal quale tutti, a cominciare dal governo fanno fatica a uscire. Potrebbe sembrare utopistico immaginare che l’esecutivo individui una linea comune su queste questioni, ma a giudicare dai (pochi) risultati ottenuti, è l’unica strada. Se guardiamo ai dossier non possiamo non osservare che nessuno (ma proprio nessuno) sia stato chiuso, definito. C’è un fattore troppo sottovalutato: il tempo. Dicono i negoziatori che quando i conflitti si consumano sul lato dell’essere, dei principi sbandierati ma non sempre resi concreti, è più difficile trovare un compromesso, mentre se il conflitto si negozia sul lato dell’avere (chi deve fare che cosa, lo Statoo i privati, chi deve pagare i lavori del ponte Morandi), le soluzioni diventano possibili. La ricerca del compromesso, parola vista con grande sfavore dagli agitatori della piazza, è invece l’unica strada di senso per la ricerca vera dell’interesse comune e pubblico. A patto che si voglia trovare”.
 
Massimo Giannini, la Repubblica
Quella sul Mes è “una partita che richiede serietà”. Lo scrive Massimo Giannini su Repubblica: “Fondo Salva-Stati o Macchina Strozza-Governi? Mutualizzazione delle crisi finanziarie o “congiura contro l’Italia”? Servirebbe il Veni Creator Spiritus che i padri costituenti invocarono nel ’47, per discutere in modo sereno del Meccanismo europeo di stabilità. Servirebbe una classe dirigente responsabile, per ragionare sul rapporto costi/benefici di questo strumento comunitario senza cadere negli opposti estremismi. urtroppo la propaganda impazza, in un Parlamento che un giorno si trasforma in un ring di wrestling (dove volano sedie e cazzotti) il giorno dopo diventa un set di C’è posta per te (dove fioccano proposte di matrimonio). Eppure, tra complicazioni tecniche e implicazioni politiche, il Mes è una questione troppo seria per lasciarla nelle mani degli apprendisti stregoni. Invece arriviamo all’appuntamento nel peggiore dei modi: troppo tardi, troppo male. Sul piano tecnico i dubbi da dissipare sono tanti”, aggiunge, in particolare sulla ristrutturazione dei debiti. “E ancora, ha ragione il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, quando parla di «piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti», di «enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena» e di «terribili conseguenze del coinvolgimento dei privati nella risoluzione della crisi greca»? Basta questo a capire quanto sia alta la posta in gioco. E siamo al piano politico. Si può trovare risposta a questi interrogativi, accusando Conte di “tradimento della Patria”, invocando a sproposito l’intervento di Mattarella e azionando gli scellerati motori della ruspa sovranista, come fanno Salvini e le sue truppe assatanate? Non si può, per due motivi. Il primo motivo è la decenza: del Mes aveva parlato Tria all’Eurogruppo del 3 dicembre 2018, ha discusso il Consiglio dei ministri il 21 dicembre 2018 e il 27 febbraio 2019, hanno dibattuto le Camere il 19 giugno 2019. Capitan Mitraglia non poteva non sapere. E se non ha saputo, o era già preda dei fumi alcolici del Papeete, o è ignorante, o è in malafede. Il secondo motivo è l’intelligenza: se vogliamo fugare tutti i dubbi del Paese e del Parlamento, com’è giusto, non serve vomitare insulti sul premier, prendere a sportellate le istituzioni, fomentare le paure eurofobiche degli italiani”.
 
Bill Emmott, La Stampa
Si parla di Brexit e di elezioni in Uk sulla Stampa con Bill Emmott che si sofferma sulla lotta tra Corbyn e Johnson. “Boris Johnson è considerato il primo ministro britannico meno affidabile a memoria d’uomo. Il suo indice di gradimento è sorprendentemente basso, considerando che è in carica solo da quattro mesi. Eppure, i sondaggi d’opinione sono unanimi nel prevedere che il partito conservatore, da lui rappresentato, vincerà con una netta maggioranza parlamentare le prossime elezioni generali del Regno Unito, il 12 dicembre. Pur scettici come tutti siamo riguardo ai sondaggi in questa era politicamente instabile, è tempo di iniziare ad anticipare le possibili conseguenze di una vittoria di Johnson. L’ultima prova dell’apparente forte vantaggio del leader Tory è arrivata con un sondaggio del 27 novembre condotto da YouGov, basato su dati nazionali dettagliati, che gli attribuisce un sorprendente vantaggio di 68 seggi, il più ampio mai ottenuto dal suo partito dal 1987. Quell’indagine si basava sulle stesse tecniche che, durante le ultime elezioni del 2017, avevano previsto con precisione il risultato finale. Il vantaggio di Johnson è la conseguenza di due opzioni vincenti correlate: in primo luogo, ha offerto agli elettori una proposta semplice e chiara («Realizziamo la Brexit»), mentre i suoi principali avversari sono apparsi ambigui o incomprensibili; in secondo luogo, Jeremy Corbyn, il leader laburista che alle elezioni del 2017 aveva impressionato tutti con la sua popolarità tra i giovani elettori, ora appare debole e indeciso. Magari Johnson non è così popolare, ma Corbyn piace ancora meno. Peggio ancora, Corbyn ha perso la sua precedente reputazione di idealismo e sincerità gestendo male una serie di scandali sul tema dell’antisemitismo all’interno del suo partito. Nel frattempo, la nuova leader pro-Ue del terzo partito, minoritario, i liberaldemocratici, Jo Swinson, è tuttora in gran parte sconosciuta alla maggior parte degli elettori. E l’estremista pro-Brexit, Nigel Farage, ha lasciato che Johnson si appropriasse del suo ascendente. Il voto pro-Ue è diviso, mentre il voto pro-Brexit è stato monopolizzato da Johnson. Che, grazie alla paura nei confronti di Corbyn, sembra persino attirare molti elettori conservatori pro-Ue. Mancano due settimane al voto, quindi le cose possono cambiare. Ma lo slancio che sta dietro ai conservatori di Johnson sembra così forte, che vale la pena pensare in anticipo a cosa significherebbe per lui una vittoria. Significherebbe, innanzitutto, che il nuovo parlamento di Westminster ratificherebbe al più presto l’accordo di recesso che Johnson ha concordato in ottobre con l’Ue. Dovrebbe comunque essere approvato anche dal Parlamento europeo, cosa che probabilmente si verificherà a gennaio. Ma, in ogni caso, il Regno Unito uscirebbe ufficialmente dall’Ue entro il 31 gennaio ed entrerebbe nel periodo di transizione concordato durante il quale non avrebbe deputati al Parlamento europeo, né commissari Ue e nessun voto in seno al Consiglio europeo, ma dovrebbe comunque rispettare tutte le leggi dell’Unione, comprese quelle nuove che sono state approvate nel corso dell’anno”.
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