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Altro parere

Un oltraggio che non si pu˛ tollerare

Redazione InPi¨ 27/11/2019

Altro parere Altro parere Raffaele Marmo, Il Resto del Carlino
I ‘soli’ 64 milioni di tasse pagate dai giganti del web in Italia nel 2018 sono “un oltraggio che non si può più tollerare”. Lo scrive Raffaele Marmo sul Resto del Carlino aggiungendo che la Web Tax sarebbe “la benvenuta”. “I numeri hanno una loro forza che le parole possono rincorrere e accompagnare, ma non sostituire. Ebbene, il fisco italiano ha incassato «solo» 64 milioni di euro da 15 giganti globali del web e dei social con filiali nel nostro Paese. Verrebbe da dire: c’è bisogno di aggiungere altro? Sì, c’è bisogno di gridare da parte di tutti i contribuenti onesti che si tratta di un oltraggio, di uno schiaffo doloroso alla verità e all’equità. Sì, c’è l’esigenza di confrontare quella infinitesima e offensiva cifra con quanto versano (e sono costrette a versare) le nostre imprese. E allora basta mettere in fila anche qui due altri numeri. I lavoratori autonomi e le piccole ditte del Belpaese hanno contribuito alle casse dello Stato, con imposte e tasse, con oltre 42,3 miliardi di euro. Tutte le altre, prevalentemente medie e grandi imprese, hanno, a loro volta, corrisposto 37,9 miliardi. In totale siamo oltre 80 miliardi. Ottanta miliardi contro 64 milioni di euro: dal lato degli 80 miliardi ci sono il nostro barista, come il nostro artigiano di fiducia, il salumiere e il meccanico, ma anche le nostre multinazionali (tascabili e no) che versano una cospicua quota di quel bottino. Dal lato dei 64 milioni ci sono, invece, Google e Facebook, Amazon e Alibaba, Microsoft e Oracle, solo per citare i primi colossi che svettano dal mazzo dei 15. Anche a questo punto verrebbe da domandarsi: c’è bisogno di aggiungere altro? Sì, c’è l’obbligo di sostenere con forza, convinzione e ragione i tentativi che da più anni e da più fronti (da ultimo il governo italiano e il commissario Paolo Gentiloni) si moltiplicano per rendere fiscalmente responsabili i signori del web laddove generano i loro ricavi e i loro profitti. È una battaglia economica e politica che non può riguardare solo l’Italia, deve essere prioritaria per tutta l’Europa, ma che può ben partire anche da un singolo Stato. E il primo passo deve e può essere quello di tagliare le unghie e gli artigli a quelle lobbies che, di manovra in manovra, sono riuscite fino a oggi a disinnescare e neutralizzare proposte e iniziative per arrivare a qualche forma di web tax. Ora, però, il tempo è scaduto per tutti. I numeri non lasciano scampo e alibi a nessuno”.
 
Tommaso Nencioni, il Manifesto
Sul Manifesto, Tommaso Nencioni prende spunto dall’inchiesta sulla Fondazione Open e si sofferma sul mercato politico e sui proprietari dei partiti. “‘Chi decide come si fonda un partito, i giudici o i cittadini?» ha sbottato via Twitter Matteo Renzi, a proposito dell’inchiesta della magistratura sui presunti finanziamenti per mezzo della Fondazione Open. In effetti in democrazia non dovrebbero essere i giudici. Ma neppure armatori, possessori di cliniche private, amministratori delegati di grandi gruppi farmaceutici e tutta la pletora di corporazioni. A prescindere dalla liceità di quei finanziamenti per la politica renziana. Dovrebbe infatti essere evidente il loro carattere distorsivo nei confronti della vita di un paese che si dice democratico. Ma così non è, se è vero che la totalità degli attori politici oggi sulla scena, a cominciare dai grillini che si sono precipitati a esprimere lo sdegno per la vicenda dei facoltosi amici di Renzi, hanno per anni fatto della lotta al finanziamento pubblico ai partiti il proprio marchio di fabbrica. Un provvedimento che non ha eguali in Europa, e che non ha incontrato oppositori, tutt’al più favorevoli riluttanti, tutti evidentemente confidando in potenziali entrate alternative. La politica, tutta la politica, è così piombata nelle grinfie dei proprietari di tutto, che ora posseggono direttamente anche i partiti. E anche se i giudici alla fine non rileveranno niente di illegale, bisognerà pur notare che tra le prime prese di posizione pubbliche della neonata Italia Viva c’è stata la radicale opposizione alla revoca della gestione ai privati della nostra rete autostradale, e che nella lista dei finanziatori c’è gente che proprio in quel settore ha interessi giganteschi. C’è poco da meravigliarsi, ricchezza e democrazia vivono di assedio reciproco, e l’equilibrio è possibile solo in virtù di questo assedio. Se la ricchezza prevale, la democrazia soccombe. La sinistra lo ha sempre saputo, e lo hanno sempre saputo i milioni di operai e contadini che strappavano dal salario i soldi della tessera e della cena alla festa di partito. Allora, affinché si possa parlare di una vera democrazia, non sarebbe meglio limitare il finanziamento privato ai partiti, anziché quello pubblico? Porre un severo tetto di spesa alle donazioni private, e specialmente per le campagne elettorali, potrebbe essere un buon modo per ridare credibilità alla politica, assieme ad un ritorno al finanziamento pubblico condizionato da una piena trasparenza. Un finanziamento magari da quantificare non solo in denari, ma anche in servizi utili e indispensabili alla vita politica democratica dei partiti. A questi provvedimenti andrebbe affiancata anche una severa riduzione degli emolumenti dei deputati europei, nazionali e regionali, anch’essi al giorno d’oggi spropositati e distorsivi alla sana dialettica all’interno delle assemblee (la maggiore e più ricorrente arma di compravendita è spesso la promessa di una ricandidatura); d’altro canto si tratta di introiti che costituiscono le uniche garanzie di possibilità di vita per un partito, e che un finanziamento pubblico adeguato permetterebbe di rimodulare”. 
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