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Altro parere

Sono soltanto fascio-comunistelli

Redazione InPi¨ 22/11/2019

Altro parere Altro parere Alessandro Sallusti, il Giornale
Sul Giornale Alessandro Sallusti attacca il movimento delle 'sardine', nuovi idoli della sinistra, facendo notare un paradosso: “In tutto il mondo si scende in piazza contro i governi, l’Italia è l’unico paese che preferisce manifestare con forza contro l’opposizione. Per le «sardine» - il movimento di protesta nato a Bologna e poi esportato in tutta Italia - la Lega e il centrodestra tutto sono una minaccia alla libertà e alla democrazia, e come tali vanno silenziati con ogni mezzo. Ieri i quattro fondatori, travolti dalla popolarità, hanno steso un manifesto costitutivo che la dice lunga su quanto giovani siano in realtà nati vecchi, vecchi tromboni infarciti di retorica dozzinale. Scrivono, tra l’altro: «Perché grazie ai nostri padri e ai nostri nonni avete (voi di destra, ndr) il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Sarebbe banale ricordare a questi fascio-comunistelli che non può esistere il diritto di parola senza quello di ascolto, che ai ragazzi di Hong Kong, che stanno difendendo le loro basilari libertà dalla dittatura, è stato negato il diritto di ascolto e si preferisce menarli e arrestarli; sarebbe semplice ricordare che non i loro padri e i loro nonni, immagino partigiani, ma le truppe alleate di grandi democrazie hanno restituito agli italiani il diritto di parola e pure quello di ascolto e che se fosse stato per il Pci del ’45 (partito dei loro nonni) non avremmo avuto né uno né l’altro com’è successo ai cittadini dei paesi finiti sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Le «sardine» vogliono impedire il diritto di ascolto perché le parole di chi non è di sinistra sono pericolose. Pericolose per chi? Provassero ad ascoltare, forse imparerebbero qualche cosa. Per esempio come si governa nelle regioni del Nord guidate dal centro- destra in nome della libertà e dello sviluppo. In Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria nessuno sente il bisogno di andare sui monti a resistere. Al mattino ci si alza e si va a lavorare perché c’è lavoro; non si muore di malasanità perché gli ospedali funzionano; si stampano libri e giornali di ogni genere e tendenza perché si è liberi; nel Bergamasco, un anno fa, è stato eletto il primo senatore di colore della storia repubblicana, Toni Iwboi, guarda caso nelle liste della Lega. Si sa, i pesci sono boccaloni, e le sardine sono tra i più stupidi. Come dice la freddura: si rinchiude dentro la sua casa, chiude la porta a chiave e la lascia fuori dalla porta”.
 
Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano
Sul Fatto Quotidiano, il direttore Marco Travaglio analizza la situazione del M5S e la descrive paragonandola a un suicidio assistito. “Di Maio ammette ciò che tutti vedono: il M5S è “in un momento di difficoltà” (pietoso eufemismo). Intanto gli iscritti votano su Rousseau per presentare le liste alle Regionali del 26 gennaio in Emilia Romagna e in Calabria. E già soltanto la decisione di interpellarli, a prescindere dall’esito, era un sintomo della profonda crisi dei 5Stelle. Quand’era vivo Gianroberto Casaleggio, era lui insieme all’allora capo politico Beppe Grillo ad assumersi la responsabilità di concedere o negare il simbolo alle liste dei meetup nelle regioni e nei comuni al voto: quando i meetup litigavano o non erano pronti o non trovavano candidati all’altezza, diceva no e morta lì. Ora invece il capo Di Maio è talmente debole che affida la decisione agli iscritti, anche se tutti i volti più noti del M5S – da lui a Fico, da Di Battista a Taverna, da Bugani a Patuanelli, da Fraccaro a Bonafede – concordavano sull’idea di saltare un giro nelle due regioni. Consultare la base è sempre un’ottima cosa, ma c’è modo e modo di farlo: qui l’annuncio è arrivato a sorpresa l’altroieri e non è stato minimamente preparato. Nessuno ha spiegato agl’iscritti i motivi di quell’opzione: la carenza di candidati nuovi (a parte i consiglieri regionali a caccia di secondo mandato); la necessità di una profonda (ri)organizzazione non solo al vertice ma anche alla base, sui territori, dopo l’esaurirsi della spinta dei meetup; la priorità – almeno in Emilia Romagna – di non danneggiare inutilmente Stefano Bonaccini, unico antidoto al salvinismo montante, la cui sconfitta potrebbe portare alla morte prematura del governo Conte. Così quell’opzione è apparsa ai più una fuga dall’ennesima sconfitta regionale annunciata dopo quelle dell’ultimo biennio culminate nella débâcle in Umbria (l’ultima vittoria, ancorché mutilata dal sistema elettorale, è quella del novembre 2017 in Sicilia). Così ieri gli iscritti si sono ritrovati a votare al buio e, com’era prevedibile, ha prevalso il patriottismo di partito. Col risultato che i 5Stelle si sono sparati un’altra volta nei piedi, come da copione. Un caso di suicidio assistito. La linea Di Maio, chiaramente suggerita nel quesito suggestivo su Rousseau e ribadita incautamente dal capo politico a urne telematiche aperte, è stata platealmente sconfessata dalla base. E, anche se era quella di tutto il vertice M5S, a uscirne vieppiù indebolito sarà solo lui. Oggi e ancor più domani. In ogni caso, anziché contemplarsi l’ombelico e parlare delle proprie rogne, da oggi il Movimento deve mettersi in movimento e fare ciò che gli iscritti gli hanno chiesto: impegnarsi tutti, nessuno escluso. A partire da Grillo, che non può tirarsi indietro dopo aver spinto il M5S in direzione centrosinistra. Candidare uomini di partito non avrebbe senso: perché non ce ne sono e nessuno capirebbe una scelta così lontana dallo spirito dei tempi”. 
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