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Chi prende il timone del Paese

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 22/11/2019

In edicola In edicola Paolo Mieli, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Paolo Mieli fa appello alla politica perché riprenda in mano il timone del Paese nell’intricato caso dell’ex Ilva. Dopo una lunga digressione su Arcelor-Mittal e la teoria del sabotaggio, Mieli arriva alla trattativa tra Governo e società franco-indiana: “Se tale trattativa dovesse riavviarsi e andare in porto — cosa di cui dubitiamo — il merito vero andrebbe riconosciuto a due «supplenti» d’eccezione entrati in scena questa settimana: Sergio Mattarella e Francesco Greco. Il Capo dello Stato si è visto costretto a prendere l’iniziativa, irrituale e con pochi precedenti, di ricevere i leader sindacali per responsabilizzarli assicurando loro il proprio «sostegno». Il capo della Procura di Milano si è sentito in dovere di ricorrere alla mossa altrettanto ardita di inserirsi nell’intricata vicenda giudiziaria pugliese avviando una nuova indagine al fine evidente di mettere ordine nel pasticcio combinato dai colleghi tarantini. I reati ipotizzati dai pm milanesi sarebbero aggiotaggio informativo e violazione della legge fallimentare. Ma mentre i sindacalisti accolti al Quirinale hanno dato segno di aver capito l’antifona contenuta nel messaggio del Presidente, i magistrati di Taranto non hanno offerto alcuna prova dell’intenzione di farsi da parte e cedere il passo ai ben più attrezzati colleghi milanesi (a Greco è unanimemente riconosciuta una capacità fuori dal comune di districarsi in questioni finanziarie). Sicché adesso è possibile che tra le due procure si crei un contrasto di competenze e che il conflitto tra Milano e Taranto finisca alla Procura generale della Cassazione. Con tempi dilatati, probabili sorprese e in un caos giudiziario che difficilmente consentirà all’Ilva di riprendere a funzionare. Ma il punto forse è un altro. Finché la politica non avrà ripreso in mano il timone del Paese, finché il capo del governo non avrà alle spalle una compagine compatta quantomeno sulle questioni fondamentali (e questa dell’Ilva è una di quelle), i «supplenti» potranno magari riuscire in extremis a impedire che il treno deragli ma difficilmente saranno in grado di fargli riprendere la corsa. Ed è inoltre improbabile che eventuali investitori italiani o stranieri decidano di impegnarsi in un Paese in cui alla fine ci si ritrova sempre inevitabilmente sul set di un film di Hitchcock”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Quella che sta andando in onda in queste settimane (cosa peraltro non nuova) è “l’irresponsabilità al governo’. Lo scrive Claudio Tito sulla Repubblica: "L'Italia da sempre è abituata a coalizioni litigiose, a crisi di governo improvvise e ripetute. L’instabilità è ormai un elemento connaturato alla politica del nostro Paese. In questa legislatura, però, si sta affermando una nota ulteriore. Quella della irresponsabilità. Le forze politiche sembrano accalcarsi scompostamente in un presunto luogo ideale in cui sarebbe possibile fuggire i doveri che accompagnano un esecutivo e gli obblighi che ricadono sui partiti che lo sostengono. Ma quel luogo è semplicemente inesistente. Eppure in questo tentativo cercano di allontanare qualsiasi colpa di fronte al proprio elettorato. Ogni peso viene scaricato sul passato, sulle altre forze politiche, sull’Europa, sui poteri forti etc. Eppure i risultati non esaltanti raggiunti in questi quasi venti mesi di legislatura dovrebbe essere un valido dissuasore. E invece se la compagine gialloverde ballava sul ponte del Titanic mentre il Paese affondava verso il default, l’alleanza giallorossa appare paralizzata dal terrore di uscire dal recinto che ognuno dei partiti che la compongono si è costruito. Le conseguenze sono evidenti: l’Alitalia rischia un destino sempre più cupo, l’Ilva corre verso l’autospegnimento, la legge di Bilancio è ancora un simulacro di omogeneità e l’Europa torna un nemico nelle parole dell’M5S (ossia il socio maggioritario della coalizione). La reazione è quella meno prevedibile: anziché l’appello alla responsabilità si ascolta quello alla irresponsabilità. Basti un solo esempio: al Senato sono stati presentati oltre 4500 emendamenti alle legge di Bilancio e buona parte sono “giallorossi”. Stanno addirittura concordando di ridurli a 700. Ci troviamo quindi dinanzi a una coalizione di governo che vuole cambiare la legge di Bilancio, ossia la legge fondamentale dell’esecutivo, in 700 punti. Nello stesso tempo proprio l’M5S riesce in una doppia impresa: torna, appunto, ad attaccare l’Unione Europea e assesta un ennesimo colpo fatale all’alleanza con il Pd. La politica è ascoltare i problemi degli elettori e fornire le soluzioni. Non farsele indicare. Un grande Paese come l’Italia non si guida scaricando l’onere delle scelte sui militanti”. 
 
Gianni Vernetti, La Stampa
La Stampa, con Gianni Vernetti, parla della rivolta per la democrazia a Hong Kong e stigmatizza il silenzio dell’Italia: "La richiesta all’Occidente dei giovani di Hong Kong di proteggere i loro diritti non è rimasta  inascoltata:  l’approvazione unanime e bipartisan al Senato e alla Camera dei Rappresentanti statunitense del “Hong Kong Human Rights and Democracy Act”, rappresenta la definitiva “internazionalizzazione”  della  crisi. Il Foreign Office britannico ha rivolto un appello alle autorità di Hong Kong per la fine immediata delle violenze, condannando l’assalto al Politecnico e invitando al dialogo politico fra le parti, non dimenticando gli accordi del 1997, in base ai quali Londra restituì a Pechino la sovranità sulla città/stato con la “Basic Law”, che garantiva una vera autonomia, un sistema legislativo indipendente, libertà di parola, stato di diritto, pieno rispetto dei diritti umani. Le fondamenta, dunque, del modello “Un paese, due sistemi”. L’Unione europea ha condannato le violenze, denunciando anche il blocco all’accesso al campus di Hong Kong del personale medico e ricordando la necessita di garantire l’esercizio delle libertà fondamentali di espressione e di manifestare. In questo contesto colpisce il silenzio del governo italiano e soprattutto il suo allontanarsi dalla solidarietà europea e occidentale sul tema. Due settimane fa il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Shanghai in occasione della “China International Import Expo”, dichiarò sulla vicenda di Hong Kong che “in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui, quindi per quanto ci riguarda, noi abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri Paesi”. Una posizione, dunque, di estrema prudenza, peraltro ribadita in queste ore dal governo italiano che ha scelto di non esprimersi sugli ultimi sviluppi a Hong Kong, optando per il mantenimento di un profilo molto basso. La “non ingerenza” italiana sul rispetto dei diritti fondamentali è una novità che allontana il paese non soltanto dai partner tradizionali (Ue e Usa), ma anche da una parte rilevante della storia della nostra politica estera”.  
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