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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 21/11/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Moscovici: Fondo Salva Stati è decisivo, altrimenti banche a rischio
Il Fondo Salva Stati è decisivo altrimenti le banche europee sono a rischio. Lo afferma il commissario europeo uscente per gli Affari economici, Pierre Moscovici, intervistato da Francesca Basso e Federico Fubini per il Corriere della Sera. Lei dice che il bilancio italiano è a rischio di «non osservanza», niente di più. Ma il deficit strutturale aumenta, il debito anche. Avete favorito un governo filo-europeo? «Non facciamo favori all’Italia, né ne abbiamo fatti nei miei cinque anni. C’è sempre stata una comprensione. L’Italia è un Paese decisivo della zona euro. Ha un debito elevato e una situazione di finanza pubblica non semplice. Abbiamo applicato a tutti i governi la flessibilità prevista dalle regole. Ma se si paragona la bozza di Bilancio di quest’anno con quella di un anno fa, c’è qualcosa che cambia: quella fu respinta, avemmo una situazione estremamente conflittuale e poi un’altra discussione difficile in giugno. Il ministro Giovanni Tria fu coraggioso e così il premier Giuseppe Conte. Ma, onestamente, stavolta è diverso: la volontà del governo di adeguarsi quanto possibile ha rassicurato i mercati. La differenza di metodo e di approccio è evidente». Tutto bene dunque? «Non l’ho detto. C’è un rischio di non ottemperanza e invitiamo le autorità italiane a prendere le misure necessarie a evitarlo. C’è un gap che an- drà ridiscusso a primavera. Il problema di fondo resta l’alto debito pubblico, l’anno prossimo e nel 2021».  In Italia monta l’opposizione alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). C’è il rischio che il governo metta un veto al prossimo vertice Ue. La sorprende? «Quella riforma è parte di un pacchetto di misure per rafforzare l’unione monetaria in caso di choc. A giugno ci fu un accordo per consolidare l’unione bancaria con il cosiddetto backstop, la rete di sicurezza del fondo di risoluzione delle banche. Serve se un Paese non riesce a far fronte da solo a una crisi dei suoi istituti, e fa parte del Mes. È il pacchetto da adottare al vertice dei leader dell’area euro in dicembre. Poi partono le ratifiche nazionali. Noi alla Commissione abbiamo proposto anche di integrare il Mes nelle istituzioni comunitarie». Dietro questa riforma non c’è l’idea di gestire la prossima crisi imponendo perdite agli obbligazionisti, prima di fornire un prestito? «Il coinvolgimento del settore privato non è una novità, il Trattato Mes lo prevede già dal 2012 ed è simile alle pratiche del Fondo monetario internazionale. Può avvenire solo in casi eccezionali. La riforma prevede che possa facilitare il dialogo fra governo coinvolto e investitori su base volontaria, informale, non vincolante, temporanea e riservata. Non è una rivoluzione. Non è una questione di fiducia o sfiducia verso l’Italia. Nel negoziato alcuni volevano condizionare l’aiuto del Mes alla ristrutturazione del debito pubblico. Questo è stato evitato grazie alla resistenza della Commissione e di numerosi Paesi, fra cui l’Italia».
 
Toti: Voglio fare la sinistra del centrodestra
Il voto è lontano e c’è tempo per crescere: il declino di Forza Italia continua e io voglio fare la sinistra del centrodestra. Lo afferma il governatore della Liguria, Giovanni Toti intervistato da Tommaso Labate per il Corriere della Sera. Dica la verità. Si è pentito, presidente Toti? «Pentito? E di che cosa?». Di aver fondato un partito, Cambiamo!, mentre tutto sembrava scivolare verso le elezioni anticipate. Ed è finita come sappiamo. «Assolutamente no. Anzi, è il contrario. Dopodomani, a Genova, abbiamo la prima convention nazionale. Per metà del tempo ci concentreremo sulla Liguria, visto che si vota tra pochi mesi e io ho molta voglia di dedicare anche i prossimi cinque anni della mia vita alla Regione. L’altra metà alle prospettive di un centrodestra nazionale che non può prescindere da questo laboratorio ligure. Esprimiamo tutti i sindaci dei Comuni capoluogo, nessuno di questi ha la tessera di partito in tasca». I sondaggi le danno quel 2% in grado di portare il centrodestra sopra il 50. La goccia che fa traboccare le urne. «E la nostra storia, mi creda, è appena iniziata. Il centrodestra è trainato muscolarmente da Salvini e dalla Meloni. Ma per vincere e poi governare serve un contributo come il nostro». Del tipo? «Mettiamola così. Siamo la sinistra del centrodestra». In concorrenza con FI? «Considero Forza Italia un alleato ma temo che il suo declino continuerà. Anche perché il partito è diviso tra chi vorrebbe andare con Salvini e chi con Renzi, chi sogna una legge elettorale maggioritaria e chi una proporzionale. In fondo, non si tratta mica di deficit di una cultura politica autonoma. È peggio: molti dirigenti pensano, in fondo, solo al loro futuro». Però il tracollo dei gruppi parlamentari di Forza Italia, finora non c’è stato. «Quando stai in Parlamento e soffri, il miglior modo per sognare di tornarci è tenerti le mani libere fino a quando non c’è la certezza granitica che si vota a breve. Fino a quel momento, meglio soffrire».
 
Bazoli (PD): Su stop prescrizione è andata male: se non si cambia si rompe
“Io sono sempre per le mediazioni. Anche in questo caso. Ma sulla prescrizione, se non c’è un’apertura da parte del ministro Bonafede, si va allo scontro frontale”.  Lo afferma Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera intervistato da Wanda Marra per il Fatto Quotidiano. Onorevole, com’è andata? Abbastanza male.  Perché?  Il ministro non accetta le nostre proposte di mediazione sulla prescrizione.  Che sarebbero?  Riguardano il secondo grado di giudizio. Se un processo dura troppo tempo, deve scattare proporzionalmente una riduzione della pena. E se davvero la durata diventa eccessiva, il processo si estingue: ovvero c’è un termine indipendente dalla prescrizione che non può essere superato.  Con quale durata dovrebbero scattare queste misure?  Non abbiamo quantificato i tempi. Su quelli, ci sono margini di discussione: ma prima vogliamo capire se Bonafede accetta il principio. Cosa che per ora non è. Che succede se non ci sono aperture da parte del ministro?  Non esistono altre strade, se non lo scontro duro e puro sull’entrata in vigore della prescrizione.  Fino alla crisi  di governo?  Non si può escludere, voglio
sperare di no. A quel punto, toccherà al premier Conte trovare un punto di mediazione nella maggioranza, insieme ai capi delegazione. 
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