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Salvataggi inutili e costosi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 21/11/2019

In edicola In edicola Ferruccio de Bortoli, Corriere della Sera
L’ennesimo stop nella trattativa Alitalia fa riflettere sui ’salvataggi di Stato costosi e inutili’. Così Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera. “Che cosa avremmo
potuto fare con i circa nove miliardi persi in questi anni dall’Alitalia e pagati in larghissima parte dai contribuenti? Ognuno di noi - scrive - formuli un’alternativa. Siccome siamo in Italia, sarei pronto a scommettere che la maggioranza della classe dirigente (politica ma non solo) propenderebbe per un vantaggio immediato anziché destinare la cifra a un investimento futuro, come farebbe una normale famiglia o una qualunque azienda seria. Si parlerebbe di un tesoretto - definizione orribile per un Paese indebitato - e si alzerebbero tante mani di richiedenti tignosi, di finte vittime di ingiustizie, di constituency elettorali da accontentare, di settori avidi di sussidi. Un sussulto virtuoso potrebbe suggerire di ridurre le tasse ma si litigherebbe sui beneficiari reali impugnando le ragioni degli incapienti. Figurarci se poi qualcuno dicesse: impegniamo quei miliardi a riduzione del debito. Sarebbe scambiato per un cinico contabile dell’austerità. Escluso. Dunque, continuare a spendere, anche nella certezza di perdere, non suscita riserve, non genera polemiche. Ci sono i posti di lavoro. Già, ma li si difende veramente così o si prolunga soltanto l’agonia mettendoli ancora di più in pericolo? L’ennesimo prestito ponte alla compagnia aerea, una volta di bandiera (ma se fosse ancora così perché molte Regioni incentivano, giustamente dal loro punto di vista, i voli Ryanair o easyJet?) è destinato a essere inghiottito da un bilancio da troppi anni in rosso. È strategico avere un’industria dell’acciaio in un Paese a forte vocazione trasformatrice e meccani- ca. Non lo è tenere una compagnia di bandiera che ha ormai una quota di mercato interno di oltre il 30 per cento. Nonostante il prestigio, la qualità e il garbo di tantissimi dipendenti di Alitalia che ancora trattano i passeggeri come persone (grazie) e non come merce low cost. Prima o poi bisognerà fare i conti con la realtà. Salvare il salvabile. Accettare e gestire al meglio una cura dimagrante. Più si rinvia più si paga. Cominciamo, almeno, a non chiamare più prestiti (e ponte: verso che cosa?) quelli che sono semplicemente fondi perduti. O meglio: perduti da tutti”.
 
Massimo Giannini, la Repubblica
Anche la Repubblica, con Massimo Giannini, parla dei casi Alitalia, Mose ed ex Ilva che evidenziano come il nostro sia “il Paese dei fallimenti”: “Tutte le economie mondiali sono in affanno. Tutte le democrazie occidentali sono in stallo. Ma nessuno sa fallire come noi. Nessuno sa naufragare con tanta rancorosa voluttà nel mare del Grande Declino. Tra mucche in corridoio, sardine in piazza e gattini sul web. Non bastava l’Ilva, non bastava il Mose. Adesso negli abissi del lassismo di Stato e del parassitismo di mercato sprofonda l’Alitalia. i chiude così il triangolo della crisi: tre giganteschi fallimenti che certificano il collasso del Sistema-Paese. L’irresponsabilità delle sue classi dirigenti, la paralisi dei suoi meccanismi decisionali. Un quadro desolante: lo potremmo chiamare “L’allegoria del cattivo governo”. Governo della politica, dell’economia, del territorio. Governo della destra, della sinistra, del centro. Il caso Mose è l’infarto che colpisce il cuore del Nord. La marea sommerge Venezia, e con Venezia affoga una certa idea del “Paese che funziona”, “l’Italia che produce”. Il caso Ilva è la metastasi che avvelena il povero Sud. Anche qui, 25 anni di disastri. Il caso Alitalia è il paradigma perfetto del velleitarismo del Centro Romano. La compagnia aerea più politicizzata della terra, dove i ministri hanno imposto per anni le rotte per santificare le feste nei rispettivi collegi elettorali. Per il resto, stesso copione. Mala gestione pubblica, pessima privatizzazione, un partner estero mai veramente ingaggiato. Conte, Zingaretti e Di Maio continuano a dire «questo governo va avanti se fa le cose». Eccole qui, le cose da fare, che gli italiani osservano atterriti, nell’inutile alternarsi di coalizioni che spacciano il trasformismo per «cambiamento». Solo questo trittico fatale noi contribuenti l’abbiamo pagato 40 miliardi. Quasi 4 punti di Pil buttati via, tra assurdi spargimenti di carta bollata, totale latitanza di politiche industriali e sistematica alternanza di ammortizzatori e macellerie sociali. A suo modo, una “biografia della nazione”.
 
 
Carlo Cottarelli, La Stampa
La Stampa dedica l’editoriale, firmato da Carlo Cottarelli, alla riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, al centro delle polemiche di questi giorni. “Il Mes - ricorda l'economista - è il fondo europeo salva-Stati, ossia il fondo che può prestare soldi ai paesi in crisi. La riforma del Mes comporta il chiarimento di alcune modalità con cui opererebbe in futuro. Non si tratta di cambiamenti enormi, ma, come vedremo, quello che preoccupa sarebbe il segnale che alcuni di questi cambiamenti darebbero rispetto a una questione fondamentale e cioè se il Mes possa prestare a paesi in crisi senza chiedere loro una ristrutturazione del debito pubblico esistente. Ristrutturare il debito significa ripagare solo in parte i creditori, insomma, quello che ha fatto la Grecia nel 2012. Insomma, dicono i sostenitori della riforma, troppo comodo prestare a casaccio se poi, nel caso le cose vadano male, i soldi ti vengono comunque restituiti prendendoli in prestito dal Mes. Messa così la cosa sembra tanto ragionevole da giustificare la richiesta avanzata nella primavera scorsa di rendere addirittura obbligatoria la ristrutturazione  automatica del debito come condizione per accedere al Mes. Ora non si parla più di questo, grazie anche all’opposizione dell’Italia. Si parla di misure molto più modeste. Già ora il Mes può prestare solo se, in base a un giudizio discrezionale, il debito è ritenuto essere sostenibile e, quindi, non richiedere una ristrutturazione. Si noti anche che uno dei vantaggi principali di una ristrutturazione del debito — quello  di  far  pagare  ai creditori il rafforzamento dei conti pubblici piuttosto che ai cittadini del paese in questione — sarebbe molto inferiore nel caso dell’Italia dove il 70 per cento del debito è detenuto dagli italiani stessi: la ristrutturazione del debito sarebbe per oltre due terzi una tassa che gli italiani dovrebbero  pagare. Quindi non un’alternativa all’austerità, ma una forma di austerità (la patrimoniale di cui oggi tanti parlano). Quindi l’Italia fa bene a opporsi a questi aspetti della rforma del Mes. Il Mes è però un’istituzione essenziale perché è necessario avere un meccanismo europeo di sostegno ai paesi in crisi. In realtà l’ondata di critiche al Mes è venuta proprio da chi critica non tanto la riforma in questione ma l’esistenza stessa di una istituzione, il Mes, che interverrebbe sì in sostegno dei paesi, ma in cambio di condizioni”.
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