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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 20/11/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Di Maio: No a riforma del Mes che stritola l’Italia
La riforma del Mes che potrebbe stritolare l’Italia non va approvata. Lo afferma il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, intervistato da Alessandro Trocino per il Corriere della Sera. Zingaretti dice che dovete trovare un’anima o si va a casa. La sta cercando? «Per il Movimento, dare un’anima a questo governo significa dare tutto per gli italiani. Se ci sono delle difficoltà è normale perché siamo nati in poche settimane, ma vedo un clima positivo: non roviniamolo con slogan per il nostro elettorato. Dopo la manovra mi auguro che ci siederemo a un tavolo e lavoreremo a un calendario per il 2020. A partire da salario minimo, legge sul conflitto di interessi e riforma della sanità». I suoi deputati le chiedono un vertice sul Mes, il fondo europeo salva Stati. «Ho chiesto la convocazione del vertice. In Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire». Conte ha sbagliato? Il Parlamento era all’oscuro? « Conte non ha firmato nulla e questo non è un vertice contro di lui, anzi lo sosteniamo. Ma è giusto fare il punto. Una riforma del Mes che stritola l’Italia non è fattibile». Sull’ex Ilva il ministro Gualtieri dice: se si arriva a un accordo con Mittal, ci sarà anche lo scudo penale. «Qui il problema non è scudo sì o scudo no. Il punto è che gli indiani di Mittal non possono pensare di venire nel nostro Paese a dettar legge». Non mi ha risposto: e se fosse proprio lo scudo il problema, che farete? «In questo momento non conosciamo neanche le loro richieste. Ho piena fiducia nell’operato di Conte e del ministro Patuanelli. Ma soprattutto ho visto una grande reazione del sistema Paese». Come finirà? ArcelorMittal resterà oppure no? «Intanto deve risiedersi al tavolo. Ripartiamo da qui».
 
Boccia: Sì allo scudo ma no ai ricatti inaccettabili 5mila esuberi
Sul allo scudo penale ma no ai ricatti di Arcelor-Mittal: 5mila esuberi sono inaccettabili. Lo afferma il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, intervistato da Enrico Marro per la Repubblica. Col gruppo franco-indiano la partita non è chiusa? «Fino all’ultimo, se tornano indietro e rispettano gli impegni, il negoziato si riapre. Ma una cosa deve essere chiara. Nessuno, né Arcelor-Mittal né altri che intervenissero nell’amministrazione straordinaria possono pensare di puntare una pistola alla tempia del Paese: 5 mila esuberi, la riduzione della produzione di acciaio a 4 milioni di tonnellate, lo spegnimento dei forni e il mancato pagamento dei fornitori sono state scelte gravi e sulle quali non si può negoziare». Il governo nega la crisi del mercato dell’acciaio? «Se una multinazionale così importante sbaglia previsioni fatte appena un anno fa, allora non sa fare il suo mestiere. Ma a guardare i loro bilanci, invece, sanno farlo. È evidente, come avevo segnalato all’origine, che Arcelor-Mittal non ha mai voluto sposare fino in fondo l’Italia. Se compri Taranto e Genova fai un matrimonio e investi. E se c’è una congiuntura sfavorevole investi ancora di più». Il governo è pronto a ripristinare lo scudo penale per i manager? «Certo, ma in un quadro generale di misure che consentano all’azienda di avere una prospettiva. Non accettiamo il ricatto di chi ha detto che anche con lo scudo ci sarebbero 5 mila esuberi». È escluso che di essi possa farsene carico lo Stato? «ArcelorMittal ha vinto la gara per l’Ilva garantendo questo livello di occupazione, senza ulteriori esuberi. Non è serio cambiare in corsa le regole del gioco». Neppure se cambiano le condizioni del mercato? «ArcelorMittal deve ancora dimostrare di voler investire su Taranto. Lo Stato gli ha affittato per due anni un’azienda che aveva magazzino e perdeva meno di quanto oggi dice di perdere. Faccio fatica a credere che i loro manager siano meno capaci degli amministratori straordinari, con tutto il rispetto per questi ultimi. Il governo, comunque, è pronto a fare la sua parte».
 
 
Tria: Su ex Ilva serve lo scudo fiscale. Ma Cdp non intervenga
Sl caso ex Ilva l’Italia si gioca la sua credibilità all’estero. Lo scudo penale serve mentre l’intervento della Cdp non è necessario. Lo afferma l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervistato da Alessandro Barbera per La Stampa. Tria, è favorevole o no all’intervento dello Stato per salvare Taranto? «Il problema va risolto, ma sarebbe stato meglio evitare di cancellare lo scudo penale». Crede che Mittal abbia ragione di lamentarsene? O è stato un alibi per tirarsi indietro? «Ho vissuto in prima persona la vicenda della Tav Torino-Lione: allora come oggi si è creato un enorme danno reputazionale al Paese. Chi fa investimenti deve avere la certezza che il quadro normativo non cambi». Tav e Ilva: le considera due vicende sovrapponibili? «Se non si tornasse al regime precedente il caso di Taranto sarebbe ancora più eclatante. Gli accordi vanno rispettati, da entrambe le parti. Questa sullo scudo (introdotto e tolto due volte da quattro governi diversi,ndr) è una sceneggiata che si sarebbe dovuta evitare». Insisto: ipotizziamo che Mittal se ne vada davvero. Considera l’intervento pubblico necessario? O è favorevole anche ad una soluzione a sostegno della stessa multinazionale indiana, ad esempio attraverso Cassa depositi e prestiti? «Investire in aziende come Ilva non è fra i compiti della Cassa. Cdp non può essere utilizzata per interventi di cui non è sicuro il risultato. Occorre essere molto cauti,c’è in palio il risparmio postale degli italiani».
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