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Un Paese immobile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/11/2019

In edicola In edicola Sabino Cassese, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Sabino Cassese parte dai casi di Venezia e dell’ex Ilva per delineare l'impietoso quadro di un “Paese immobile”. “Lo studio Ambrosetti - scrive - ha calcolato in 57 miliardi il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con i poteri pubblici. L’artrosi delle istituzioni sta conducendo all’immobilismo. Incapacità di decidere sta mettendo non Venezia soltanto, ma tutta l’Italia sott’acqua. Il primo responsabile del groviglio da cui dipende l’attuale situazione di blocco è il corpo politico. Ormai impegnato in una campagna elettorale permanente, non governa. Sembra anzi impegnato nel peggiorare la situazione. L’apparato amministrativo, a sua volta, schiavo del patronato politico (i suoi vertici, con lo «spoils system», cambiano al cambiare dei ministri, a piacimento di questi ultimi), è tenuto in gran sospetto. L’Anac ha inventato la «vigilanza collaborativa», un nuovo angelo custode della burocrazia. E, poiché nulla si distrugge e tutto si aggiunge (bloccando), ora la Corte dei conti vuole introdurre suoi controlli di legittimità su aggiudicazioni, affidamenti e varianti di opere pubbliche dello Stato e di enti pubblici nazionali. La burocrazia, additata come il maggiore colpevole, è invece depauperata e debole. È la maggiore azienda del Paese (20 per cento degli occupati), ma negli ultimi dieci anni ha perduto circa l’8 per cento degli addetti. È invecchiata (età media poco inferiore a 51 anni) e mal pagata. Ha perduto tutte le tecno-strutture, che sono state esternalizzate. È composta in larga misura di personale entrato senza concorso o con assunzione di idonei. Non ha né personale preparato dall’università (più del 60 per cento non è laureato), né personale preparato «on the job», né un sistema di valutazione del merito. All’elenco delle responsabilità ne va aggiunta anche una più generale e diffusa. L’opinione pubblica si accorge di questo generale malfunzionamento solo quando il problema scoppia. Gli utenti borbottano, mugugnano, si ribellano, ma non propongono o non organizzano la protesta. Lo stesso personale pubblico non fa sentire le «voci di dentro». Ci risolleveremo? Abbiamo bisogno dell’uomo forte, per uscire da questa situazione di blocco? Con l’attuale andazzo, la diffusa incompetenza programmatica e l’improvvisazione, non ci sono molte speranze. Quel che si può dire è che anche Mussolini non riuscì ad affrontare la cosiddetta questione amministrativa, lo riconobbe e ci rinunciò”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
La rinuncia di Di Maio alla partecipazione al G20 è un clamoroso autogol. Lo scrive Stefano Stefanini sulla Stampa. iente  G20  giapponese  per Luigi Di Maio. Italy first. Donald Trump approverebbe. Peccato che chi ci rimetta proprio l’Italia, internazionalmente azzoppata. Trattenuto da impegni italiani- ha annunciato ieri 13 tappe politiche in Sicilia nel fine settimana- il ministro degli Esteri italiano non sarà dopodomani in Giappone. Chissà chi se ne accorgerà a Nagoya. I suoi 19 colleghi hanno ben altro da fare e di cui discutere. Se l’Italia non è abbastanza interessata, pazienza. Il mondo va avanti lo stesso. Non aspetta certo Roma che, evidentemente, ha messo la politica estera fra gli optional di chi ne è titolare - forse del governo. Non aspetta un ministro neofita che deve ancora accreditarsi fuori mura nostrane. Il G20 è quanto ci sia di più vicino a un Consiglio d’Amministrazione mondiale. Non decide ma riunisce tutti i Paesi che contano. L’Italia è ancora fra questi, ma con una voce flebile quando appesa al filo della debolezza politica di chi la governa. Per Di Maio questa era l’occasione per dimostrare che non è così. Gli assenti hanno sempre torto, diceva il suo illustre predecessore Giulio Andreotti che ne sapeva qualcosa. Anteporre gli intrighi della politica italiana agli interessi dell’Italia è un autogol. Non è quello che gli elettori chiedono a un leader. Il ministro degli Esteri ha il preciso compito istituzionale di rappresentare il Paese in campo internazionale. A Nagoya mancano più di 48 ore. A Di Maio non fa difetto l’intelligenza. a in tempo a ripensarci e a prendere l’aereo per il Giappone. Ci sono tre buoni motivi per andare al G20: agenda; presenza; diplomazia. Luigi Di Maio deve scegliere fra il peso e il costo del non essere al G20 e la leggerezza dell’essere presente. Se andrà a Nagoya tornerà a Roma con una spanna di statista più alta. Le vicende nostrane che lo trattengono non saranno cambiate molto. Ma potrà dire di aver fatto il suo dovere”.
 
Michele Ainis, la Repubblica
Quello che serve in Italia sono meno leggi e più giustizia. Lo scrive Michele Ainis su Repubblica: “La giustizia è cieca, stando alla celebre incisione di Albrecht Dürer. Ma in realtà acceca i politici italiani. Specie all’interno di questa strana maggioranza, dove ciascuno è in minoranza rispetto agli alleati. Capita, sulla giustizia, ai 5 Stelle. Oggetto del contendere: la prescrizione dei reati. Una ghigliottina che taglia 130 mila processi l’anno (un milione e mezzo nell’ultimo decennio). Altrettanti delitti senza castigo, avrebbe detto Dostoevskij. Tuttavia è un castigo pure la durata estenuante dei giudizi. Secondo l’ultimo Rapporto Cepej — redatto dal Consiglio d’Europa — un processo civile dura in media 8 anni, un processo amministrativo 5. E la giustizia penale? 310 giorni in primo grado (la media europea è di 138), oltre 2 anni in appello. Nessuno peggio di noi in Europa, ma d’altronde nessuno ha sul groppone i numeri del nostro arretrato. Sono i numeri di un fallimento, di un’emergenza giuridica e sociale. Però, coraggio: per arginarli la politica ha inventato la macchina del tempo. Da qui la riforma Orlando, timbrata nel 2017: la prescrizione viene sospesa dopo ogni sentenza, per un massimo di 36 mesi. Da qui la riforma Bonafede del 2019, che ha abrogato la riforma precedente: niente più prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna che d’assoluzione. E se un processo dura all’infinito? Tutto sommato l’antico istituto della prescrizione vanta le sue buone ragioni, perché dopo tanto tempo la memoria dei reati cade nell’oblio, e perché diventa sempre più difficile procurarsene le prove. Inoltre, senza lo spauracchio della prescrizione, nessun giudice avrà più fretta di concludere i propri giudizi. Sicché la riforma Bonafede, concepita per soddisfare la domanda di giustizia delle vittime, a conti fatti può frustrarla. Come prima, più di prima. In realtà questo punto è cruciale, nel senso che si situa al crocevia fra due valori costituzionali: la certezza delle pene e la ragionevole durata dei giudizi. Tuttavia, prima di baloccarci con una macchina del tempo processuale, faremmo meglio a esplorare rimedi più prosaici. E soprattutto un paio di forbici, per sfoltire i 35 mila reati che affollano il nostro ordinamento, causando incertezze sulle ragioni e i torti, oltre che un’inflazione di liti in tribunale. Per guarire la giustizia italiana serve una legge in meno, non una legge in più”.
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