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L'illusione di essere sovrani

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 19/11/2019

In edicola In edicola Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco si sofferma sui neo-nazionalismi e “l’illusione di essere sovrani”.  I movimenti neo-nazionalisti(detti sovranisti) europei non sono tutti uguali. Lasciando da parte il caso di quelli dei Paesi ex comunisti (che hanno speciali caratteristiche), si può però dire che i neo-nazionalisti europeo- occidentali debbano tutti fare i conti con un dilemma: come rispettare le promesse elettorali senza portare i rispettivi Paesi alla rovina? I loro successi dipendono dal fatto che promettono soluzioni per problemi dei quali gli establishment hanno a lungo negato l’esistenza. Rispondono a domande di protezione, promettono di porre fine a diffuse paure. Molti elettori apprezzano chi fornisce loro un capro espiatorio (la globalizzazione, l’Europa, la Germania) a cui imputare i disagi economici presenti o che promette di metterli al riparo dagli effetti di migrazioni senza corrispondenti integrazioni. Per inciso, è falso che queste paure siano artificialmente create dai suddetti movimenti. Quasi mai i politici creano qualcosa. È però vero che quelle paure vengono amplificate. Il problema però è che la risposta neo-nazionalista a queste paure è un’ offerta di «autarchia» (ciò che i neo-nazionalisti chiamano «recupero della sovranità nazionale») che funziona come richiamo elettorale quando essi sono all’opposizione ma che perde credibilità quando vanno al governo. Perché a quel punto devono fare i conti con la dura realtà. La realtà è che gli stati nazionali europei «non hanno più il fisico», non hanno le risorse per dedicarsi a baldorie sovraniste. Consideriamo il caso della Lega e osserviamo il modo in cui ha fin qui collegato la costruzione del consenso interno e i rapporti con il mondo esterno all’Italia. Il punto di forza riguarda le posizioni di Salvini sull’immigrazione. Riscuote grandi consensi. È aiutato in ciò dai suoi oppositori: non solo gli oppositori politici ma anche una parte della Chiesa cattolica e degli apparati amministrativi e giudiziari. Se l’immigrazione è un punto di forza, i punti di debolezza riguardano i rapporti con l’Europa e con la Russia. Date le sue evidenti capacità non è possibile che Salvini non abbia capito che, senza cambiamenti radicali, la sua eventuale futura azione di governo si scontrerà con difficoltà e opposizioni fortissime. Ci sono nodi, insomma, che Salvini non ha ancora sciolto. Se non lo farà, forse vincerà comunque le prossime elezioni. Ma saranno guai per tutti. Il motivo è chiaro: è l’impossibilità di essere sovranisti”.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Per il Pd il tempo delle decisioni ‘su cosa vuole essere da grande’ si fa sempre più stretto. Così Stefano Folli su Repubblica. Non è lo «sconcerto» di Di Maio che deve preoccupare Zingaretti quando ripropone lo Ius culturae, bensì le riserve di Stefano Bonaccini a Bologna. Perché il candidato del centrosinistra in Emilia-Romagna vive sul terreno, o meglio sulla sua pelle, la contraddizione che passa tra un’affermazione di principio (il diritto alla cittadinanza per gli immigrati in possesso dei requisiti) e la sua realizzazione pratica annunciata in piena campagna elettorale, visto che mancano poco più di due mesi al voto nella Regione. Tale differenza si chiama senso politico e presuppone una precisa conoscenza del proprio elettorato. Bonaccini questa sensibilità non fa difetto, tant’è che da settimane è impegnato a rintuzzare l’attacco della destra parlando di questioni sociali, di garanzie per le imprese, di dissesto idrogeologico dagli esiti drammatici. A Bologna, nel convegno in cui il Pd ha inteso riscrivere una sorta di patto di cittadinanza, Zingaretti ha detto molte cose utili a configurare in termini nuovi il profilo di un partito di sinistra. Tuttavia l’impressione è di un cammino appena iniziato, quando invece occorrono subito risposte convincenti a domande rimaste per troppo tempo inevase. Ha ragione il segretario del Pd a compiacersi per il dibattito allargato alle cosiddette forze sociali, segno forse di un rinnovato interesse reciproco. Ma ora si tratta di capire cosa accade dopo aver scosso l’albero In altre parole, il tema di fondo riguarda ancora la natura del Pd di domani. Un partito che parla solo di diritti, e soprattutto di nuovi diritti, senza cogliere il malessere sociale di un Paese frantumato, rischia di restare intrappolato: difficile dar torto a Romano Prodi. D’altra parte un centrosinistra che guarda al futuro ha bisogno di ritrovare il coraggio di volare, anche correndo qualche rischio. È questo l’aspetto nebbioso che Zingaretti dovrebbe decidersi a chiarire entro qualche settimana. Comunque prima che gli eventi decidano per lui”.
 
 
Maurizio Molinari, La Stampa
La situazione a Hong Kong evoca sempre più fortemente lo spettro di Tienammen. Lo scrive Maurizio Molinari sulla Stampa. Lo scontro fra i blindati dei reparti antisommossa e gli studenti armati di frecce e molotov descrive un’escalation del confronto armato che relega al passato remoto la rivolta degli ombrelli del 2014 e fa temere il peggio a Hong Kong, dove la sfiducia nelle autorità espressione di Pechino è arrivata al 72 per cento. Per chi abita nell’ex colonia britannica significa vedere da vicino il rischio dell’erosione  delle  proprie  libertà  garantite  proprio dall’accordo fra Londra e Pechino del 1984 che permise di ammainare la Union Jack nel 1997. Per la Cina si tratta di confermare fedeltà non solo a quell’intesa con la Gran Bretagna ma anche al modello “Una nazione, due sistemi” che Deng Xiaoping elaborò negli anni Ottanta come acceleratore della modernizzazione della Cina, al fine di permettere il rispetto ad Hong Kong ed a Macao (riconsegnata dai portoghesi nel 1999) di diritti di cui nessuno godeva sul territorio della Repubblica Popolare. Se dunque l’escalation di violenza dovesse continuare e i militari cinesi presenti a Hong Kong venissero adoperati per ‘ripristinare la sovranità’ a uscire indebolita sarebbe l’eredità di Deng ovvero le fondamenta sulle quali i successori a Pechino hanno costruito un formidabile gigante protagonista della globalizzazione. Da qui il rischio con cui Xi Jinping si trova a fare i conti: usare i blindati dell’Esercito popolare contro i ragazzi di Hong Kong è una decisione che può indebolire la credibilità della Cina fino al punto da minare le prospettive del progetto della ‘Nuova Via della Seta’ con cui si propone di unire l’Estremo Oriente all’Europa realizzando un reticolo imponente di infrastrutture terrestri e marittime per assicurare alla madrepatria le risorse necessarie a sostenere la crescita nazionale. E’ questa debolezza che fa temere ai giovani di Hong Kong per il proprio futuro ovvero quel 2047 quando lo status dell’autonomia terminerà e l’ex colonia potrebbe essere assorbita da un gigante senza diritti. Da qui l’importanza del ruolo delle democrazie occidentali, chiamate ad unire la propria voce a quella di Londra per difendere il rispetto degli accordi del 1984 e dell’eredità di Deng dalle tentazioni dei militari cinesi”.
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