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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 18/11/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Soro: non è la Privacy a frenare la lotta all’evasione
La storia secondo la quale l’Agenzia delle Entrate non può svolgere la funzione di elaborazione dei dati sull’evasione fiscale perché il Garante della Privacy lo impedisce è una «gigantesca mistificazione, una balla colossale». Lo afferma lo stesso Garante, Antonello Soro, intervistato sul Sole 24 Ore da Antonello Cherchi. «E’ dal 2011 – spiega Soro - che l’agenzia delle Entrate può e deve fare l’analisi e l’incrocio di tutti i dati di cui ha disponibilità. Al riguardo il Garante ha fornito solo indicazioni per mettere in sicurezza le informazioni, per evitare data breach: questo è stato il nostro ruolo in questi anni. E anche il richiamo che la norma contenuta nella manovra fa alla pseudonimizzazione dei dati è un problema che non abbiamo mai posto. Tutti i dati che l’agenzia delle Entrate possiede possono essere già analizzati e incrociati. Non c’è mai stata alcuna obiezione da parte del Garante». E allora? «Allora bisognerebbe porsi due domande. Partiamo dal presupposto che in tutti questi anni l’agenzia delle Entrate abbia fatto il lavoro di analisi ed elaborazione dei dati e di profilazione dei soggetti a rischio evasione. Il sistema ha funzionato? Nessuno se lo chiede. Nel caso non abbia funzionato, ci sono solo due spiegazioni. Una è tecnologica: di fronte alla grande massa di dati di cui dispone, le risorse informatiche delle Entrate sono inadeguate. In tal caso non resta che investire ulteriormente. Se così fosse, è però paradossale chiedere - come fa il dl fiscale - di continuare ad alimentare l’Anagrafe con i dati, anche quelli fiscalmente non rilevanti, delle fatture elettroniche». La seconda riflessione? «Ammettiamo che l’Anagrafe tributaria sia bravissima ad analizzare ed elaborare i dati. Una volta, però, individuato un potenziale evasore, si deve informarlo e iniziare una procedura di accertamento e un contraddittorio. Attività che richiedono risorse di personale che forse il Fisco non ha».
 
Salini: serve una legge di emergenza per le opere pubbliche
«Bisogna dichiarare lo stato di emergenza nazionale e muoversi con quelle leggi che proprio in virtù dell’emergenza, consentono di snellire le procedure per i lavori pubblici, in totale trasparenza. L’Italia ha bisogno di pianificare e fare le infrastrutture essenziali per la crescita, come stiamo facendo nella ricostruzione del ponte di Genova. Là, nel giro di pochi mesi abbiamo fatto partire i lavori, che stanno andando avanti giorno e notte e finiranno in tempo». Lo afferma Pietro Salini, amministratore delegato di Salini-Impregilo, intervistato su Repubblica da Francesco Manacorda. Addirittura lo stato di emergenza, dottor Salini? «Scusi, ma Venezia è sommersa dall’acqua, i ponti delle autostrade crollano, l’Italia è in ginocchio dal punto di vista delle infrastrutture, abbiamo un lungo elenco di opere importantissime bloccate. E non perché manchino i fondi, ma perché si sono impantanate nella palude della burocrazia che ha paura di fare, e il Pil non riparte. Che altro deve succedere? Sarò brutale, ma la situazione è questa e se non la si cambia il Paese affonda». E come si cambia, secondo lei? «A Genova sono in vigore le stesse leggi che valgono nel resto d’Italia. Ma la differenza è che là tutti - dal governo alle amministrazioni locali, dalla magistratura all’autorità per l’ambiente - sono uniti nel voler fare il nuovo ponte. Serve questa volontà comune, che deve partire dal fatto che le infrastrutture sono un fattore essenziale di sviluppo. E’ necessario, ad esempio, modificare il modo in cui sono fatti i contratti, che oggi addossano ai costruttori tutti i rischi, compresi quelli assolutamente fuori dal loro controllo, come i cambiamenti di norme che avvengono successivamente. La normativa deve cioè essere fatta per fare le infrastrutture non per bloccarle».
 
Trenta: l’appartamento grande ora mi serve
«Sono sotto attacco ma è tutto regolare». Lo afferma l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, intervistata da Fiorenza Sarzanini in merito alle polemiche relative all’alloggio di servizio che le era stato assegnato quando era al governo e che ancora occupa perché riassegnato al marito militare. Rimarrà nell’alloggio che aveva da ministra? «Ormai la casa è stata assegnata a mio marito e in maniera regolare. Per quale motivo dovrebbe lasciarla?». E crede sia giusto tenerla? «Mi faccia spiegare. Non ho chiesto subito l’alloggio pur avendone diritto, ma soltanto nell’aprile scorso. Ho resistito il più possibile nel mio. Un ministro durante la sua attività ha necessità di parlare con le persone in maniera riservata e dunque ha bisogno di un posto sicuro». Lei ha una casa al quartiere Pigneto di Roma. Non poteva rimanere lì, sia pur con misure di protezione adeguate? «No, c’erano problemi di controllo e di sicurezza. In quella zona si spaccia droga e la strada non ha vie d’uscita. E poi io avevo bisogno di un posto dove incontrare le persone, di un alloggio grande. Era necessaria riservatezza». Ma ora non è più ministra. «Ho l’atto di cessazione dell’esercito a me e ho tre mesi per andare via. Intanto mio marito ha fatto richiesta perché è aiutante di campo di un generale e per il suo ruolo può avere quell’appartamento». Scusi ma se era così semplice e regolare, perché avete deciso di farlo solo adesso? «Quando sono diventata ministra, mio marito è stato demansionato. Ora ha di nuovo i requisiti. E comunque noi prima facevamo una vita completamente diversa. Dopo la vita del marito ha seguito quella della moglie. Se vivevamo in due uno sull’altro poteva andare bene, poi le condizioni sono cambiate. E anche adesso continuo ad avere una vita diversa». Che vuol dire? «E’ una vita di relazioni, di incontri».
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