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Che errore ignorare il futuro

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/11/2019

Che errore ignorare il futuro Che errore ignorare il futuro Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
La democrazia basata su elezioni e partiti ha tanti meriti, ma fatica a gestire il lungo periodo e tende a ignorare le sfide «a sviluppo lento» come il riscaldamento globale o l’invecchiamento demografico. Partendo da questa premessa Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera sottolinea che “in Italia questa patologia assume forme e intensità anomale. Il sistema politico italiano – spiega Ferrera - è privo di qualsiasi argine contro il prevalere del breve termine. In molti Paesi sono in corso interessanti sperimentazioni per legare le mani al presente. Nel Regno Unito, tutta l’azione di governo è sottoposta al monitoraggio di un «Programma per la scansione del futuro», sotto il controllo del premier. In Francia, Macron ha deciso di creare un nuovo organo costituzionale formato da cittadini estratti a sorte, che dovrebbe funzionare come una «Camera per il futuro», soprattutto sulle questioni ambientali. Una riforma analoga è in discussione in Canada. In Italia questi sviluppi e dibattiti sono fuori dai radar politici e intellettuali. Il futuro è trattato come una specie di colonia lontana e disabitata in cui scaricare i danni prodotti dalle attuali generazioni: pensiamo al debito pubblico. Gli allarmi sulla possibile scomparsa di Venezia di questi giorni fanno accapponare la pelle. Ma potrebbe finire peggio. A furia di considerarlo come «tempo di nessuno», il futuro rischia di trasformarsi in un tempo «senza nessuno». Per fortuna si tratta di un rischio a sviluppo lento. Con un po’ di impegno, potrebbe essere contenuto. Ma i nostri politici dovrebbero mettersi gli occhiali e alzare lo sguardo. Auspicabilmente incalzati da un’opinione pubblica più matura e da un maggiore attivismo da parte degli elettori più giovani e consapevoli”.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
“L'Italia squassata dai disastri atmosferici è una delle immagini del nostro declino”. Lo sostiene sulla Stampa Alberto Mingardi, secondo il quale “l’impressione di essere in balia degli elementi è tanto più insopportabile in un Paese dove la spesa pubblica arriva a metà del Pil”. Puntando il dito contro “la cattiva qualità della spesa italiana, che reca impressi i segni di decenni di decisioni politiche di stampo clientelare”, Mingardi avverte “la mancanza di una assicurazione contro disastri di queste proporzioni. Il vantaggio del ricorso a un'assicurazione privata è tutto sul versante della prevenzione: siccome l’assicurazione deve poi pagare i danni, avrà interesse a tarare il premio sui rischi. Per evitare che i premi non siano altissimi per chi vive in aree a rischio, l’assicurazione dovrebbe essere obbligatoria per tutti: come una Rc auto. Il che richiederebbe una decisione politica chiara. I disastri di questi giorni sono lo specchio del declino dell’Italia anche perché nessuno di questi argomenti è nuovo: ne parliamo almeno dal terremoto dell’Aquila. A livello globale, sappiamo che il costo degli eventi estremi diminuisce. Le perdite economiche causate da disastri di vario tipo sono passate dal valere lo 0,3% del Pil mondiale nel 1990 allo 0,25%. Per gli eventi legati al clima, siamo scesi dallo 0,3 allo 0,2% del Pil mondiale. Ciò che avviene è che società più ricche sanno attrezzarsi meglio per venire alle prese con situazioni estreme. La globalizzazione che ha portato milioni di persone al di fuori della povertà ha consentito loro anche di avere case più solide, strade migliori, infrastrutture più moderne. Noi invece siamo un Paese che è ancora lontano dai livelli di reddito pre-crisi. Crescere non sarà una panacea, ma se non cresciamo è improbabile che impareremo a difenderci meglio da eventi estremi di qualsiasi natura”.
 
Gabriele Canè, Quotidiano Nazionale
Anche Gabriele Canè sul Quotidiano Nazionale riflette sui disastri causati dal maltempo. “A differenza delle stagioni, l’Italia non cambia: è sempre quella di una volta. Con una dinamica immutabile che accompagna ogni cataclisma e che si ripete a ogni evento climatico negativo. Una rappresentazione in tre atti. Il primo, quello della prevenzione, quasi inesistente. Progetti, stanziamenti, sopralluoghi. Montagne di carte, e di parole, che partoriscono il più delle volte dei topolini. Il secondo atto, dell’emergenza, è modello di efficienza pubblica e di straordinario slancio dei privati. E infatti nel mondo si studia e si imita la nostra Protezione civile, che noi stessi abbiamo smantellato dopo L’Aquila per dispetto politico salvo ricostruirla in fretta e furia più o meno come prima. Non a caso i nostri angeli del fango sono sempre pronti a rimboccarsi le maniche per dare una mano. Il terzo atto è quello della ricostruzione, che di fatto dovrebbe saldarsi con la prevenzione perché quanto accaduto non accada più, e che infatti si salda perfettamente per lentezza dei tempi, costo dei progetti, e pochezza degli effetti. Allora, oggi guardiamo Venezia, l’Emilia, la Toscana che vanno sott’acqua, e sappiamo che poco o nulla è stato fatto per prevenire; che in ogni angolo del Paese ci sono dei piccoli Mose costosi e incompiuti; che tanto si sta facendo ora per aiutare, soccorrere; che nuovi Mose andranno però ad arenarsi nei cambi di governo, nelle incompetenze, o peggio ancora nei conflitti di competenza e nelle spirali della burocrazia. Lo diciamo con rabbia, ma anche con la speranza di essere smentiti da nuove generazioni, da una nuova consapevolezza del nostro territorio. Del suo valore vitale. Heimat, la chiamano in tedesco: terra, patria, l’amore e la cura per il posto dove si è nati o ci si sente a casa propria. In italiano non esiste un corrispettivo. E si vede”.
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