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Wong: a Hong Kong andremo avanti fino a libere elezioni

Paolo Salom, Corriere della Sera, 11 novembre

Redazione InPi¨ 15/11/2019

Joshua Wong Joshua Wong E’ credente, determinato fino all’ascetismo, convinto che la lotta, a Hong Kong, non potrà esaurirsi se non con la completa vittoria dei «ribelli» che da giugno sfidano, in un continuo e pericoloso gioco del gatto con il topo, la polizia anti sommossa e, soprattutto, la pazienza di Pechino. «Vogliamo libere elezioni e la democrazia, non ci fermeremo fino a che non ci saranno concesse», dice al Corriere della Sera Joshua Wong, intervistato al telefono da Paolo Salom. Ventitrè anni, cresciuto in una famiglia di fede protestante e nella sua congregazione luterana, dove ha dimostrato abilità oratoria sin da giovanissimo. A 18 anni è stato riconosciuto come uno dei leader della rivolta degli ombrelli (2014), dopo la quale (2015) ha fondato un suo partito, Demosisto. Oggi è la figura più popolare della «rivoluzione» in corso da quasi sei mesi. «Ma — spiega con puntiglio — non sono io il leader di questo movimento». Dal prossimo 27 novembre sarà per la prima volta in Italia, a Milano e Roma, su invito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: a Milano parteciperà a un incontro pubblico sul tema della democrazia possibile a Hong Kong. La scorsa settimana uno studente rimasto gravemente ferito mentre scappava dalla polizia è morto in ospedale. Cambierà qualcosa, per il movimento, nelle strade? «Piangiamo chi ha sacrificato la sua vita ma andremo avanti, fino alla fine, in suo nome. Quanto è stato iniziato sarà portato a compimento. La responsabilità di questa tragedia è interamente del governo. Che ne pagherà le conseguenze». Intanto la vita, a Hong Kong, è diventata difficile. Come affronta la situazione un giovane di 23 anni come lei? «Chi può ancora permettersi un’esistenza normale a Hong Kong? La città, una metropoli aperta e globalizzata, è stata trasformata in uno stato di polizia dove i diritti naturali sono negati. A tutti: io soffro la situazione come tutti gli altri. Consideriamo che più di 3.500 persone sono state arrestate in queste settimane, 500 hanno ricevuto una condanna al carcere». Lei è stato aggredito più volte. Che precauzioni prende per la sua sicurezza? «A Hong Kong nessuno si sente più sicuro. Soltanto libere elezioni, come chiediamo, potranno mettere fine a questa situazione». Le proteste tuttavia vanno avanti da giugno scorso. Quanto ancora pensate di poter andare avanti? «La gente di Hong Kong non si fermerà fino a che non otterrà quello per cui si sta battendo con coraggio: una vera democrazia e la fine delle minacce da parte di Pechino. La nostra determinazione potrà farsi soltanto più solida ogni giorno che passa». La vostra lotta è contro il governo locale o contro la Cina? Non vi considerate cittadini della Repubblica Popolare? «Noi ci sentiamo honkonghesi, il nostro senso di appartenenza è alla nostra città, alla nostra storia. Certo, siamo di cultura cinese. Ma non abbiamo alcun legame con la Cina continentale». Quando siete scesi in piazza, mesi fa, chiedevate la cancellazione della legge sull’estradizione in Cina e le dimissioni di Carrie Lam. Avete ottenuto quasi tutto, la governatrice sarà probabilmente sostituita. Ma le proteste vanno avanti. «Il nostro primo obiettivo era l’abolizione della legge e l’abbiamo raggiunto. Ma ci sono altre questioni, oltre alle dimissioni di Carrie Lam. Un’inchiesta sulla brutalità della polizia, per esempio. E, soprattutto, vogliamo arrivare al giorno in cui eleggeremo liberamente chi ci governa: senza questi risultati la lotta andrà avanti». Davvero crede che Pechino potrà concedere elezioni senza il minimo potere di controllo? «Si diceva lo stesso a proposito delle nuove norme sull’estradizione. Alla fine Pechino ha dovuto accettare la volontà del nostro popolo». Tuttavia molti cittadini di Hong Kong danno segni di stanchezza per i disordini. L’economia è in crisi... «I disordini sono dovuti alla violenza che i poliziotti hanno usato nei confronti di chi manifestava pacificamente. Noi abbiamo esercitato il semplice diritto all’autodifesa. Hong Kong, lo ripeto, è già diventata uno stato di polizia: questo non è accettabile». Lei parla come un leader rivoluzionario... «Non sono un leader di questo movimento. Sono solo un “facilitatore”, cerco di promuovere nel resto del mondo le nostre ragioni». Tuttavia Pechino l’accusa di essere un «separatista»... «Sono accuse senza fondamento. Noi vogliamo soltanto libere elezioni, il suffragio universale». Joshua, ha tempo per pensare ad altro? Ha una ragazza? «Nessuno qui può permettersi queste cose: io come gli altri».
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