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Altro parere

L'Italia che non ci piace

Redazione InPi¨ 14/11/2019

Altro parere Altro parere Fabio Tamburini, il Sole 24 Ore
La tragedia di Venezia è frutto dell’immobilismo di “un’Italia che non ci piace”. Così il direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini. “La storia del Mose è emblematica di una Italia che non ci piace. Incapacità, perché non è possibile un in vestimento che, per quanto originale e colossale, stia richiedendo tempi biblici. Corruzione, perché gli intrecci tra politica e affari hanno bloccato a lungo i lavori rendendo inevitabile la decapitazione della struttura che lavorava all’opera. Burocrazia, perché, come possono testimoniare i commissari chiamati nel tempo a occuparsene, sono costretti a seguire più cause legali che progetti d’ingegneria, prigionieri di procedure amministrative e raffiche di ricorsi al Tar. Ancora una volta le vicende del Mose confermano che le risorse economiche non mancano: finora gli investimenti hanno raggiunto la cifra record di oltre 5 miliardi. d essi vanno sommati altri investimenti significativi per le opere in Laguna (più difficili da calcolare, l’ordine di grandezza dovrebbe risultare intorno a 2 miliardi). Numeri imponenti, che però non sono serviti a mettere in funzione le quattro grandi paratoie che in situazioni di emergenza saranno alzate per mettere Venezia al riparo dagli allagamenti. Così, ancora una volta, la città e i suoi abitanti stanno soffrendo, con danni forse irrimediabili al patrimonio artistico e culturale della città. Ci sarebbe da scrivere un libro per raccontare quello che rappresenta il paradigma di quanto non funziona nel Paese. Peccato, perché gli interventi in corso nascono da una intuizione geniale. In tutto il mondo per imbrigliare la potenza del mare vengono costruite dighe. A Venezia, per salvare la laguna, sono state progettate quattro barriere mobili di 400 metri l’una, che si alzano e si abbassano secondo le necessità. Un progetto unico. Peccato che nel passare dal dire al fare i risultati siano demoralizzanti. Così l’opera è rimasta incompleta e in questi giorni, ancora una volta, Venezia è esposta al massimo degrado. Il tocco finale è la mancata nomina di un super commissario che dovrebbe garantire di percorrere l’ultimo miglio mancante per completare l’opera. Una nomina attesa troppo a lungo anche se ora, come risulta dal servizio pubblicato in questa pagina, la nuova ministra Paola De Micheli sta per procedere all’assegnazione dell’incarico. Meglio tardi, si potrebbe commentare, che mai. Le vicende del Mose contribuiscono a spiegare il distacco tra il teatrino della politica e la vita reale. Forse c’è ancora la possibilità di un colpo di reni, perché si possa realizzare in pochi mesi quanto necessario. La speranza è l’ultima a morire”.
 
Gianfranco Bettin, il Manifesto
Di tutt’altro avviso Gianfranco Bettin che, sul Manifesto, avanza seri dubbi sulla scelta strategica (peraltro non ancora attuata) del Mose: “La paura, il pericolo, avanzano a Venezia con un doppio passo: con i giorni, le notti, di catastrofe, come ieri, come il 4 novembre del 1966, e con la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale. Le due dinamiche - eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema - vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato tragicamente, come da tempo facevano già i rilievi sul campo, scientificamente. La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, entro i prossimi decenni. Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora. Era una strada obbligata, quella del Mose? Niente affatto. Nel 2006 il Comune di Venezia promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa. Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, sta soffrendo”. 
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